mercoledì 8 maggio 2024

Impressioni

Una bella giornata tiepida. Il verde vivo dell'erba e degli alberi. Gli innaffiatoi che bagnano l'erba del campo da gioco. La mente mi si rilassa e mi sento in pace, mentre assaporo la calma e bella realtà davanti a me. E, dopo tanto tempo, riesco finalmente a godermi il momento presente, senza altri pensieri.
(Kearsney, 8 maggio 2024)


lunedì 6 maggio 2024

STORIE CINESI: Prima della Cina

Questo è il primo di una serie di post sulla Cina (madrepatria della mia dolce metà), che visiterò quest'anno per la prima volta.
Il primo post sarà dedicato a esplorare le origini più remote della terra che oggi chiamiamo Cina. Infatti, tutti sanno che la Cina fu culla di una delle civiltà più antiche, ma pochi sanno che la sua preistoria è ancora più antica, molto di più che la preistoria europea. Noi che abbiamo una visione eurocentrica della storia, non abbiamo idea del fatto che in realtà le vallate dell'est asiatico videro la presenza di ominidi già milioni di anni fa.
Ma cominciamo ancora da prima, da molto prima.

La terra che oggi conosciamo come Cina venne formandosi durante il periodo Triassico, circa 200 milioni di anni fa, quando i due continenti detti della Cina del Nord e della Cina del Sud entrarono in collisione (nel corso di centinaia di migliaia di anni), formando un unico continente, la Cina, che successivamente, tra i periodi Giurassico e Cretacico (a partire da 150 milioni di anni fa in poi) entrò in collisione con il resto del continente asiatico che stava lentamente andando a formarsi. Numerosissimi fossili di piante, dinosauri e altri animali preistorici risalenti a quelle epoche remote sono stati trovati in Cina, antichissime testimonianze di una ricca biodiversità in quell'area del mondo.
A partire da circa 60 milioni di anni fa, dopo l'estinzione dei dinosauri, cominciò a diffondersi in tutto il mondo un nuovo ordine di mammiferi: i primati. Anche in Cina sono stati trovati fossili di diverse specie di primati, a partire da 55 milioni di anni fa.
Dai primati si evolsero le scimmie, in tutto il mondo incluso in Cina. Un genere estinto di scimmie, chiamato Lufengpithecus, i cui fossili sono stati trovati nella contea di Lufeng nello Yunnan (Cina sud occidentale) apparteneva alla famiglia degli ominidi (a cui apparteniamo noi umani ma anche gli odierni scimpanzé, gorilla e oranghi). Visse tra i 20 milioni e i 5 milioni di anni fa e pare che possa essere stato tra i primi ominidi a cominciare a muoversi su due zampe, anche se era certamente più simile alle scimmie che a noi (apparteneva alla stessa sottofamiglia degli odierni oranghi).

E poi, accanto alle scimmie, a un certo punto compaiono in Cina le tracce di qualcun altro ben diverso, tracce che possiamo accomunare come appartenenti alla sottotribù animale degli Hominina (a cui appartenevano vari generi estinti tra cui il famoso genere Australopithecus, e infine anche il nostro genere Homo).
Nel sito di Masol, nel nord dell'India a poche centinaia di chilometri dall'attuale confine con la Cina, sarebbero state trovate negli ultimi anni tracce della presenza di una specie molto probabilmente Hominina risalenti addirittura a 2,7 o 2,6 milioni di anni fa: si tratta di particolari incisioni su fossili di animali, che specie ominidi scimmiesche come gli oranghi o gli scimpanzé non sarebbero in grado di fare: ciò ha aperto la ricerca alla possibilità che ominidi più evoluti vivessero a quel tempo in quella regione, forse addirittura affini al genere Homo. E poi nella Cina centrale, nel sito archeologico di Longgupo, sono stati trovati fossili ominidi (specie non ancora definita) risalenti a 2,48 milioni di anni fa, e nel sito di Shangchen, vicino alla città cinese di Xi'an, alcune centinaia di chilometri più a nord di Longgupo, sono stati trovati strumenti litici di 2,12 milioni di anni fa, questi chiaramente scheggiati dalle mani di una specie Homo.
Questi ritrovamenti hanno posto molti interrogativi ai ricercatori e ai paleontologi.
Perché fino ad anni recenti la teoria che andava per la maggiore era che fu l'Homo erectus la prima specie Homo a uscire dall'Africa e a colonizzare parte dell'Asia. Ma l'Homo erectus, secondo la teoria mainstream, si sarebbe evoluto attorno ai 2 milioni di anni fa... Ma allora, chi erano quegli ominidi che vivevano nell'attuale India 2,7 milioni di anni fa e nell'attuale Cina 2,5 milioni di anni fa?
I paleontologi, in attesa di nuove future scoperte, stanno dibattendo su diverse ipotesi: una di queste sostiene che non fu l'Homo erectus il primo a emigrare al di fuori dell'Africa, ma qualche specie del genere Homo più arcaica (o addirittura qualche specie di australopitechi), di cui finora abbiamo scoperto solo tracce incomplete. Una variante di questa ipotesi è che l'Homo erectus si sarebbe forse evoluto inizialmente in Asia, non in Africa, essendo il discendente di una specie arcaica emigrata fuori dell'Africa molto tempo prima, e poi si sarebbe diffuso in Africa solo in seguito, a partire da 2 milioni di anni fa. Un'altra affascinante ipotesi è che diverse specie accomunabili sotto il genere Homo potrebbero essersi evolute separatamente, sul continente asiatico e su quello africano, a partire da ancestrali ominidi presenti sui rispettivi continenti (per esempio, dagli australopitechi in Africa e dai discendenti del Lufengpithecus in Asia, per fare solo un esempio).

Comunque siano andate le cose, intorno a 1,8 milioni di anni fa compaiono in Cina i primi fossili riconoscibili come Homo erectus. Che si tratti di erectus migrati dall'Africa o evolutisi sul suolo asiatico, questa è una questione aperta.
A seconda della regione dove sono stati trovati, i fossili sono stati classificati come diverse sottospecie di Homo erectus (per fare l'esempio di una specie animale ancora oggi esistente, il leopardo ha almeno otto sottospecie, tra cui il leopardo africano, il leopardo indiano e il leopardo persiano).
Così, a 1,7 milioni di anni fa abbiamo l'Homo erectus yuanmouensis (chiamato in gergo Uomo di Yuanmou) nella provincia cinese sud occidentale dello Yunnan, il quale era forse contemporaneo del suo "cugino" Homo erectus lantianensis (o Uomo di Lantian) che però viveva quasi 1500 chilometri più a nordest, nell'attuale provincia dello Shanxi (i fossili di quest'ultimo sono datati a partire da 1,65 milioni di anni fa).
In diversi altri siti sono state trovate tracce di Homo erectus, soprattutto nella Cina centrale e settentrionale (in particolare nelle attuali province dello Shanxi e dello Hebei), a Xihoudu (a partire da 1,8 milioni di anni fa), Majuangou (1,66 milioni), Xiaochangliang e Xiantai (entrambi 1,36 milioni), Banshan (1,32 milioni), Feiliang (1,2 milioni), Donggutuo (1,1 milioni di anni fa) e Yunyang (tra 1 milione e 900 mila anni fa).
È interessante pensare che l'ambiente in cui vivevano questi Homo erectus (e anche altre specie ominidi) era ricco di flora e fauna. Negli stessi siti sono stati trovati infatti fossili di piante e animali che permettono di ricostruire gli ambienti in cui vivevano quegli antichi abitanti. Per esempio, studiando i resti fossili, si è capito che l'Uomo di Yuanmou, nel sud della Cina, viveva in un ambiente vario, tra ampie distese erbose cosparse di acquitrini ricchi di molluschi, boscaglie e foreste con acqua sorgiva e molte specie animali. Mentre l'Uomo di Lantian nella Cina centro settentrionale (provincia dello Shanxi) abitava aree con ampie zone d'acqua ricche di pesci e popolate da una fauna molto variegata, dai cavalli preistorici agli antichi bisonti, cervi, elefanti, gazzelle, rinoceronti. Ambienti ideali insomma per il sostentamento di specie Homo che basavano la loro esistenza su caccia e raccolta.

Poi, inaspettatamente, successe qualcosa che portò gli ominidi sull'orlo dell'estinzione. Recentissimi studi genetici ci hanno fatto scoprire che, a causa di lunghi cicli glaciali alternatisi per oltre centomila anni, si verificarono ondate di estinzioni di grandi mammiferi in Eurasia (anche l'Africa fu colpita da lunghe fasi di forte aridità e carestie). Avvenne più o meno dai 930.000 agli 813.000 anni fa. Anche l'Homo erectus, che forse all'epoca si aggirava attorno ai 100 mila individui sparsi tra Africa ed Eurasia, andò vicinissimo all'estinzione: soppravvissero meno di 1300 individui fertili in tutto, il che significa che ben il 98,7% degli erectus si estinse! Per rendere meglio l'idea, basti pensare che 1300 è un numero inferiore a quello dei panda oggi esistenti in natura (e il panda è considerato oggi una specie a rischio d'estinzione). Fu un crollo demografico avvenuto probabilmente nel corso di decine di migliaia di anni, ma che sembrava condurre inesorabilmente verso l'estinzione. Però furono proprio quelle estreme condizioni avverse che portarono il genoma dell'Homo erectus a modificarsi per sopravvivere, distinguendosi per sempre da quello degli altri ominidi: il corredo genetico passò da 24 coppie di cromosomi (quello che hanno tuttora le specie più vicine a noi: scimpanzé, bonobo e gorilla) a 23 coppie di cromosomi, grazie alla fusione di due cromosomi ancestrali che diede origine al nostro cromosoma 2. Secondo i paleoantropologi, fu quello un primo passaggio fondamentale che portò all'evoluzione verso la nostra specie.

Se quello è lo scenario che avvenne 800 mila anni fa, sembra proprio che tra i 1300 erectus fertili sopravvissuti una manciata di essi si trovasse in Cina. Perché risalgono a partire dai 770 mila anni fa i fossili ritrovati nel famosissimo sito archeologico di Zhoukoudian, non lontano da Pechino, dove visse la sottospecie Homo erectus pekinensis, conosciuta in tutto il mondo col nome Uomo di Pechino. Dai reperti, che non testimoniano innovazioni rispetto ai precedenti erectus sulle tecniche di come scheggiare le pietre, la maggior parte degli antropologi ritiene che il discorso che ho appena fatto sulla modifica del nostro corredo genetico probabilmente non avvenne per gli erectus cinesi, ma solo per quelli africani (dove è attestata l'evoluzione in Homo heidelbergensis), che sarebbero quindi gli antenati diretti di noi Homo sapiens. Eppure, anche senza questa modifica genetica, anche un piccolo gruppo di ominidi in Cina riuscì a sopravvivere attraverso il "collo di bottiglia" di 800 mila anni fa, come testimoniano appunto i ritrovamenti del sito dell'Uomo di Pechino, ma anche altri siti sparsi nella Cina, che attestano la presenza degli erectus ancora per qualche centinaio di migliaia di anni, fino all'incirca a 230 mila anni fa. Ma è anche possibile che le comunità locali di Homo erectus cinesiridotte ai minimi termini a causa del periodo glaciale, nel giro di alcune decine di migliaia di anni possano essere andate incontro all'estinzione, e che i reperti successivi siano appartenenti a nuove comunità di erectus immigrate dall'Africa o (più probabilmente) dal sudest asiatico in ondate successive. I paleoantropologi considerano questa ipotesi come piuttosto verosimile. Questo potrebbe essere anche supportato dai ritrovamenti. Come per esempio il sito del Bacino di Baise, nel sud della Cina, che attesta la presenza ominide da due milioni di anni fa e poi la scomparsa, proprio attorno a 800 mila anni fa. O lo stesso sito del già citato Uomo di Lantian, dove i fossili più recenti arrivano fino a circa 650 mila anni fa, dopodiché scompaiono, mentre nel sito dell'Uomo di Pechino non è possibile capire se l'area fu abitata in modo continuativo, ma i fossili sono stati trovati in strati di età diverse: intorno ai 700 mila, intorno ai 500 mila e intorno ai 230 mila anni fa, suggerendo in qualche modo l'ipotesi di ondate successive (per la precisione, lo strato più antico abitato ancora dagli ultimi sopravvissuti locali dell'epoca glaciale, e i successivi ripopolati da colonie venute da fuori, forse dal sudest asiatico, dove le condizioni climatiche più miti avevano permesso a qualche comunità di erectus asiatici di sopravvivere alla glaciazione). Lo stesso vale per altri siti archeologici cinesi, dove diversi ritrovamenti (come per esempio l'Uomo di Nanjing) paiono risalire attorno ai 400 mila anni fa, con un vuoto di qualche centinaio di migliaia d'anni dai tempi della terribile glaciazione.

E poi, a partire all'incirca dai 300 mila anni fa, mentre le tracce di Homo erectus si diradano sempre più, compaiono nei siti archeologici in diverse parti della Cina alcuni ominidi che non sono più erectus. Trattandosi di scoperte recenti, la comunità scientifica internazionale si sta ancora confrontando sulle origini di questi nuovi fossili. L'unica cosa certa è che fanno parte del genere Homo e che non sono più arcaici come gli erectus. Alcuni paleoantropologi vi hanno riconosciuto specie ibride a partire da un'evoluzione degli Homo erectus, altri ritengono si tratti di nuove specie o nuove sottospecie, altri sono molto cauti. Alcuni paleoantropologi cinesi hanno sostenuto che essi sarebbero l'indizio del fatto che a partire dagli Homo erectus cinesi si sarebbero evoluti degli Homo sapiens autoctoni asiatici. Ma questa teoria non è considerata credibile dagli altri scienziati, anche perché tale visione vorrebbe implicitamente sostenere che i moderni cinesi sarebbero discendenti da una sottospecie sapiens diversa da quella africana, dalla quale siamo derivati noi Homo sapiens in tutto il mondo.
Al momento non si possono trarre conclusioni definitive su quale specie Homo fossero questi nuovi fossili, ma possiamo farne una rassegna: si tratta di un panorama affascinante.
Una scoperta molto interessante, e probabilmente molto importante per capire questo periodo di passaggio della preistoria umana, è stata fatta nel 2006 nella grotta di Hualong, nella Cina centrale. Oltre a fossili di animali e a strumenti in pietra, sono stati rinvenuti oltre una trentina di fossili ominidi, risalenti pare a un periodo intorno ai 300 mila anni fa. La cosa interessante è che tra questi c'è un Homo erectus, un altro erectus che però presenta anche caratteristiche di altre specie Homo arcaiche, e un individuo con caratteristiche in parte arcaiche e in parte più moderne, che sembra essere a tutti gli effetti una specie ibrida (un misto tra specie diverse). La cosa affascinante è che queste tre specie Homo diverse tra loro vissero nello stesso luogo, forse a poche migliaia di anni di distanza l'uno d'altro. Questo porta a pensare a uno scenario suggestivo ma realistico, in cui diverse specie Homo (inclusi gli ultimi erectus) abitavano la Cina in quelle epoche e probabilmente avvenivano anche accoppiamenti tra specie diverse che generavano specie ibride (come del resto succedeva anche in Africa e in Europa).
Questo spiegherebbe anche altre scoperte che sono state fatte in diverse regioni della Cina.
Risalenti a circa 260 mila anni fa sono due ritrovamenti, uno nello Shanxi nella Cina centrale (fossile denominato cranio di Dali) e uno nella provincia di Liaoning nella Cina nordorientale. Entrambi i fossili presentano alcune caratteristiche dell'erectus e altre simili ai sapiens (che a quell'epoca già esistevano come minimo in Africa). Fossili dalle simili caratteristiche e risalenti a un periodo attorno ai 200 mila anni fa sono stati trovati tra le province di Shanxi e Hebei.
A un periodo simile, forse intorno ai 200 mila anni fa (la datazione è incerta) risalirebbe un altro fossile ritrovato nel Guandong, nella Cina meridionale. L'individuo, chiamato Uomo di Maba dal nome della località del ritrovamento, presenta secondo gli studiosi caratteristiche ancora più miste: tratti da Homo erectus misti con tratti simili a Homo heidelbergensis (specie che a quel tempo era diffusa dall'Africa all'Europa) e altri simili a Homo neanderthalensis (l'Uomo di Neandertal, che a quei tempi popolava l'Europa e che si spingeva in parte dell'Asia, come vedremo tra poco) e addirittura a Homo sapiens. Insomma, era un individuo dalle molte ibridazioni.
Ancora più affascinanti, nella loro enigmaticità, sono i fossili forse risalenti ad almeno 160 mila anni fa, trovati in tre regioni completamente diverse della Cina: uno a Harbin (nella steppa all'estremo nordest della Cina), uno nella contea di Xiahe, in piena Cina centrale ai bordi dell'altopiano del Tibet, a un'altitudine di oltre 3000 metri, e il terzo addirittura sotto acqua nel tratto di mare tra la Cina continentale e Taiwan (a quell'epoca il livello del mare era di ben 140 metri più basso e l'attuale Taiwan era collegata via terra col resto della Cina). Il primo fossile, quello di Harbin, è stato ritenuto talvolta (non con ampio consenso tuttavia) una specie a sé e viene a volte classificato come Homo longi (dal nome colloquiale di quella regione, Longjiang). Ma in realtà tutti e tre questi fossili, nonostante provengano da regioni così distanti e diverse, a 3000 chilometri di distanza l'una dall'altra, condividono caratteristiche simili, ed è qui che la faccenda si fa interessante. Pare che tutti e tre abbiano caratteri che li accomunerebbero a una specie Homo scoperta per la prima volta nel 2008 presso la grotta di Denisova, nella Siberia russa a poche centinaia di chilometri dal confine nord occidentale della Cina. Da analisi del DNA, si è scoperto che l'Homo di Denisova (a cui non è stato ancora dato un nome scientifico perché i resti finora trovati sono troppo scarsi per poterne ufficialmente catalogare la morfologia) era una specie Homo a sé stante, separata dai Sapiens e dai Neandertal, ma geneticamente più vicina ai Neandertal. Fu una specie che si espanse in gran parte dell'Asia, fino al sudest asiatico. Inoltre, si è scoperto che i Neandertal stessi si erano espansi dall'Europa fino all'Asia centrale, ed erano entrati in contatto con i Denisova, procreando in alcuni casi prole ibrida.
Insomma, negli ultimi anni è emerso uno scenario molto più eterogeneo di ciò che si pensava in passato. Dai 200 mila ai 100 mila anni fa (e anche dopo) in diverse regioni del mondo vivevano diverse specie Homo, che intrattenevano rapporti l'una con l'altra, talvolta di competizione e conflitto, talvolta di collaborazione fino ad arrivare ad accoppiamenti interspecie. Anche nella Cina di quell'epoca era così: gli Homo erectus "puri" erano scomparsi, o meglio, alcuni dei loro geni erano sopravvissuti in nuove specie, come l'Homo longi o altre che non sono classificate come specie un po' per la mancanza di fossili completi e un po' perché presentano un aspetto fortemente ibrido, di difficile catalogazione. Accanto a queste specie, c'era in Cina una specie Homo più distinta, quella dei Denisova, che a sua volta occasionalmente si ibridava con altre specie, tra cui i "discendenti" diretti degli erectus e anche i Neandertal, che è ragionevole assumere vivessero almeno ai bordi della Cina nord occidentale, dal momento che la loro presenza è stata confermata a poche centinaia di chilometri oltre il confine russo, nella grotta di Denisova.
Una traccia dell'influenza neandertaliana (diretta o indiretta) anche in Cina sarebbe il ritrovamento di strumenti in pietra lavorati secondo la "tecnica di Levallois", risalenti a partire da 170 mila anni fa, nella grotta di Guanyindong, nella Cina sud occidentale. La cosiddetta tecnica di Levallois fu un deciso miglioramento della tecnica di scheggiatura delle pietre, che le rendeva molto più affilate che in passato, tanto da poterne ricavare lame, raschiatoi e anche punte di lance. Questa tecnica di scheggiatura era stata padroneggiata soltanto dai neanderthalensis e dai sapiens. Per quanto riguarda i Denisova non si è sicuri, ma potrebbero averla appresa confrontandosi e incrociandosi con i Neandertal, proprio a partire dall'area tra il nordovest della Cina e la regione confinante dell'Altaj russo, in piena Asia centrale. Insomma, gli incontri tra specie Homo diverse, in particolare tra Neandertal e Denisova, portò a sviluppi anche tecnologici molto importanti pure in Cina.

E l'Homo sapiens, la nostra specie? Quando arrivò in Cina per la prima volta?
Ci sono un paio di siti nella Cina meridionale (la grotta di Zhiren e la grotta di Fuyan) che hanno consegnato denti e una mandibola fossilizzati risalenti a un periodo tra 100 mila e 80 mila anni fa. Questi fossili avrebbero caratteristiche di Homo sapiens (miste con caratteri più arcaici nel caso dei reperti di Zhiren). Ciò porterebbe alla conclusione che la nostra specie sia arrivata per la prima volta nell'Est asiatico prima di quanto si ritenesse. Ma non tutti gli studiosi sono convinti della datazione di quei fossili, che sono tuttora sotto il vaglio di verifiche.

In ogni caso, attorno a 75 mila anni fa avvenne una catastrofica eruzione di un supervulcano a Toba, sull'isola di Sumatra (nell'attuale Indonesia) a duemila chilometri in linea d'aria dal sud della Cina. Secondo gli scienziati, fu probabilmente la più grande eruzione degli ultimi 25 milioni di anni, e le conseguenze globali portarono molte specie animali, inclusi gli ominidi e anche la specie umana, sull'orlo dell'estinzione. Si stima che la cenere vulcanica liberata nell'aria coprì i cieli di buona parte del pianeta per un lunghissimo periodo, dai sei ai dieci anni, e ciò provocò un raffreddamento globale simile a una glaciazione, che sarebbe durato per un migliaio d'anni. Studiando il corredo genetico della nostra specie e di altre specie di mammiferi (scimpanzé, oranghi, macachi, tigri, ghepardi), i ricercatori hanno scoperto che proprio intorno a 70 mila anni fa molte specie quasi si estinsero: sopravvissero poche migliaia di individui, che oltrepassato quel "collo di bottiglia" (cioè la quasi estinzione della loro specie) tornarono ad aumentare di numero molto lentamente soltanto dopo alcune migliaia di anni. E tutti noi umani di oggi, tutti gli oltre 8 miliardi di umani che popolano il pianeta, siamo discendenti da quelle pochissime migliaia di individui che sopravvissero alla catastrofe, si stima appena tra i 3000 e i 10.000 individui in tutto il mondo! E secondo ricerche genetiche, pare che quelle poche migliaia di sopravvissuti vivessero in Africa orientale (d'altronde ha senso, perché era sufficientemente lontana dal luogo dell'eruzione).
Quindi, se anche alcuni Homo sapiens fossero arrivati in Cina prima di 80 mila anni fa, essi si estinsero, insieme ad altri ominidi che popolavano il suolo cinese, in seguito all'inverno vulcanico generato dalla catastrofe di Toba.

In effetti, non si ritrovano tracce Homo in Asia orientale risalenti ai successivi 30 mila anni dopo la catastrofe di Toba.
La comparsa della nostra specie in Cina infatti risale a partire da 45 mila anni fa, e la più antica presenza umana in territorio cinese ha già in sé qualcosa di spettacolare: a quell'epoca risalgono infatti gli strati più antichi di depositi di strumenti in pietra a Nwya Devu, in pieno altopiano del Tibet, a ben 4600 metri sul livello del mare, il che fa di quel posto il più elevato (come altitudine) sito archeologico del paleolitico. Dai reperti paleoambientali pare che a quell'epoca il clima in Tibet fosse più mite di quello che è oggi, ma ciò non toglie nulla alla straordinarietà della scoperta.
Le prime vere e proprie ossa della nostra specie in Cina risalgono attorno ai 42 mila anni fa, a Tianyuan, vicino alla attuale Pechino.
Queste prime tracce umane nella Cina del dopo-Toba appartenevano all'ondata migratoria di quei pochi sopravvissuti Homo sapiens africani che, dopo una lenta ripresa dalla quasi estinzione, ripresero a espandersi e raggiunsero l'est asiatico tra i 50 mila e i 40 mila anni fa. Quei moderni umani trovarono probabilmente una Cina florida di piante e animali, ma senza più alcuna altra specie Homo, e lentamente, nel giro di generazioni e generazioni, la colonizzarono.
Probabilmente una ondata arrivò da nord dell'Himalaya, e costituirono una "cultura" litica che si estendeva dalla Siberia meridionale al Tibet, mentre un'altra ondata migratoria arrivò dal sud, attraverso l'India, e andò a stabilirsi nelle fertili vallate della Cina orientale.
Questi ultimi, della migrazione proveniente dall'India, sono ritenuti gli antenati degli attuali Cinesi, dal momento che dopo di allora non vi fu più alcuna cesura genetica tra quelle popolazioni (altre migrazioni sì, certo), fino alla nascita dell'antica civiltà cinese, molte migliaia di anni dopo. E questa ricostruzione, va anche detto, smentisce le teorie di qualche paleoantropologo cinese che sosteneva che i moderni Cinesi fossero discendenti di una razza o sottospecie sapiens separata dai sapiens africani.

E proprio per il fatto che quegli umani di 42 mila anni fa a Tianyuan erano gli stessi che avrebbero fondato la Cina quasi 40 mila anni dopo, terminiamo qui questo post dedicato alla "Cina prima della Cina", e riserviamo la storia di quei "nuovi arrivati" per un prossimo post.

giovedì 18 agosto 2022

"...Così una vita ben usata dà lieto morire"

La citazione completa di questo aforisma di Leonardo da Vinci (1452-1519) è: "Sì come una giornata ben spesa dà lieto dormire, così una vita ben usata dà lieto morire". Secondo quanto riferito da Alberto Angela, suo padre Piero Angela amava questo detto e si può ben dire che nella sua vita riuscì a esservi fedele fino all'ultimo. Il figlio Alberto nel suo discorso alla camera ardente ha infatti confidato che Piero Angela ha passato gli ultimi giorni di vita lucido e sereno, senza lasciar trasparire alcun segno di paura per la morte che si avvicinava, come se la sua vita, molto densa di esperienze e di conoscenze, e "ben usata" (per usare le parole di Leonardo da Vinci), fosse stata come una bellissima cena tra cari amici e alla fine si fosse alzato da tavola dicendo "è stato proprio un piacere, ora vi saluto", in tutta serenità.

La notizia della morte del celebre divulgatore mi ha colto di sorpresa (nonostante dopotutto avesse ormai 93 anni) e ho immediatamente provato un sincero e profondo dispiacere, cosa che di solito non mi capita leggendo di altre morti di personaggi famosi. È stato come se mi fosse stata strappata via una parte importante del mio patrimonio culturale, che non potrà venire rimpiazzata tanto facilmente. Poi ho letto che sui social moltissima altra gente comune ha manifestato gli stessi miei sentimenti, e mi son sentito meno solo: significa che il lavoro divulgativo di Piero Angela ha lasciato un segno importante nella società italiana, e meno male perché l'Italia di oggi ha quanto mai bisogno di quella mentalità "angeliana", curiosa, garbata, sempre alla ricerca della conoscenza vera e non spettacolarizzata... E abbiamo bisogno quanto mai di combattere con questa mentalità l'ignoranza e la maleducazione dilaganti.

Ero ancora bambino quando a metà anni '80 mia madre mi fece prendere l'abitudine, i mercoledì dopo cena, di guardare in televisione i documentari degli animali delle prime edizioni di Quark. Duravano solo pochi minuti, poi la trasmissione andava avanti con altri servizi dedicati alla scienza, ma essendo piccolo io andavo a letto dopo il servizio sugli animali. A partire da quei primi assaggi di documentari naturalistici, nel corso degli anni continuai a seguire Quark, poi Quark Speciale, e poi tutte le trasmissioni targate Angela fino a Superquark. Praticamente i programmi di Piero Angela mi hanno accompagnato nella mia crescita dall'infanzia alla giovane età adulta.

Probabilmente sono state almeno in parte anche quelle trasmissioni a infondermi una certa curiosità nel ricercare spesso le origini di questo o di quello nella realtà che ci circonda, con un interesse particolare per storia, geografia e antropologia, ma non solo. E la mia passione per il mondo della comunicazione, della ricerca e del giornalismo, che mi spinse a laurearmi in Scienze della Comunicazione all'Università di Padova, fu sicuramente influenzata dai lavori di Angela. Ricordo che una volta, per un corso all'università, dovevamo stilare una tesina su un prodotto televisivo a nostra scelta, e io decisi di farla sul "prodotto Quark". Devo avere ancora la copia cartacea da qualche parte. Per un periodo avevo anche valutato se frequentare un master in "Comunicazione della scienza", poi ho percorso una strada diversa.

Anche nello scrivere molti post di questo stesso blog, senza rendermi conto devo forse aver ricalcato un po' lo stile descrittivo che ho assorbito in anni di ascolto di Quark e Superquark.

Che dire, speriamo che Alberto Angela continui nell'opera divulgativa del padre. L'Italia di oggi ne ha bisogno.

sabato 25 giugno 2022

Sulla longevità umana

Durante un periodo di vacanza nella mia Italia, in questa calura estiva, la mente si rilassa e i pensieri vagano liberi. E così, in un periodo di notizie non belle (la guerra tra Russia e Ucraina che sta coinvolgendo sempre più l'intera Unione Europea e sta portando a una recessione globale, e poi, è notizia di ieri, l'abolizione del diritto all'aborto negli Stati Uniti da parte della Corte Suprema), mi è balzato alla mente un dettaglio forse insignificante ma che mi porta a uno spunto bello e positivo, secondo me.

La persona vivente più anziana al mondo è una suora cattolica francese, Lucile Randon, di 118 anni, essendo nata l'11 febbraio del 1904. Per intenderci, Lucile Randon passò l'infanzia prima dello scoppio della prima guerra mondiale, quando il suo Paese, la Francia, era in piena Belle époque e tutta l'Europa viveva nella tranquillità, lanciata verso un progresso tecnologico senza rivali nel mondo, e nessuno si sarebbe mai e poi mai immaginato gli orrori che avrebbero costellato il secolo che allora era appena iniziato.

Questo significa che all'epoca della nascita di Lucile Randon, nella avanzata e opulenta Francia sicuramente viveva ancora qualche ultracentenario che, avendo magari 105 o 110 anni all'epoca, era a sua volta quindi nato negli anni immediatamente successivi alla Rivoluzione francese, per intenderci quando la carriera di Napoleone Bonaparte era ancora all'inizio.

Non è affascinante pensarci? Oggi, nel 2022, possiamo andare a parlare con un'anziana che con aria flemmatica potrebbe risponderci: "Eh si, sono contemporanea di quel tale che era nato all'epoca della Rivoluzione francese". Questo fa ragionare su quanto ciò che consideriamo passato in realtà sia meno lontano nel tempo di quanto noi, preoccupati del presente della nostra breve vita, percepiamo. Durante l'infanzia di Lucile Randon, di questa anziana che ancora oggi possiamo andare a trovare in una casa di riposo a Toulon, vivevano ancora alcuni che erano stati contemporanei di persone che noi consideriamo quasi personaggi non reali, fissati nei libri di storia, come appunto Napoleone o, per esempio, Goethe, Kant o Haydn, gente che a loro volta avevan vissuto gran parte della loro vita ancora nel Settecento.

Ma guardando avanti invece, basti pensare che i neonati e i bebè di oggi non saranno ancora ottantenni all'inizio del prossimo secolo. Chissà che mondo sarà, sicuramente molto diverso da quello di oggi.

Purtroppo anche oggi, come in passato, tante persone (troppe) muoiono molto giovani, per incidenti, malattie, omicidi, suicidi... Forse a maggior ragione per questo, dovremmo non dimenticare coloro che invece sono giunti a vivere fino a tarda età: dovrebbero essere considerati come dei ponti che ci tengono collegati alla conoscenza del nostro passato, che, ahimè, sta venendo sempre più trascurato e dimenticato dalle giovani generazioni.

Oggi la popolazione umana ha raggiunto gli 8 miliardi, e avevo letto qualche tempo fa che, per la prima volta nella storia, le persone viventi sono attualmente un numero maggiore di tutte le persone morte nel corso della pur lunga storia umana. Un traguardo incredibile, probabilmente unico tra gli esseri viventi. Dovremmo cercare di far tesoro di questo traguardo evitando tragedie inutili, magari ispirandoci un po' al passato.

sabato 19 febbraio 2022

Marianhill




Questo post è una rielaborazione aggiornata di un vecchio post di tre anni e mezzo fa.

È un post sulla storia di un fenomeno molto particolare che ebbe luogo in questa provincia del Sudafrica quasi un secolo e mezzo fa: il sorgere di missioni cattoliche in stile neogotico mitteleuropeo nel mezzo delle distese rurali africane popolate (a quel tempo) solo da capanne di paglia con tetti a cono. Una visione che ancora oggi lascia meravigliati, quando ci si reca in auto tra le colline del KwaZulu-Natal e si vede svettare il campanile di una chiesa europea ottocentesca, qui e là, spesso a distanza di oltre un'ora di macchina l'una dall'altra.

Tutto ebbe origine nell'Ottocento. Un giovane austriaco di nome Wendolin Pfanner, pur essendo di modeste origini, grazie alla sua abilità nello studio e al suo carattere determinato andò a studiare Filosofia all'Università di Padova (la stessa dove mi laureai 18 anni fa). A quel tempo il Veneto era parte dell'Impero Austriaco, quindi era normale per un giovane austriaco studiare a Padova. Mentre era studente, negli anni '40 dell'Ottocento, si ammalò di meningite e polmonite. Sopravvisse, ma l'esperienza traumatica lo spinse alla vocazione sacerdotale. Studiò Teologia a Bressanone e poi divenne prete cattolico. Dopo qualche anno venne accolta la sua richiesta di entrare a far parte dei monaci trappisti (un ordine monastico cattolico nato in Francia nel XVII secolo), scegliendo Franz come suo nome da religioso. Frate Franz Pfanner prese servizio in monasteri in Prussia, in Austria e a Roma (presso l'Abbazia delle Tre Fontane), e fondò addirittura un monastero in Bosnia, regione che nel 1878 venne annessa all'Impero Austriaco, ma che aveva una popolazione a maggioranza musulmana, essendo stata per secoli provincia (per quanto di frontiera) dell'Impero Ottomano.
L'ordine monastico dei trappisti era dedito a una vita contemplativa di meditazione, preghiera e lavoro fisico, in un certo senso in modo non dissimile dai precetti dell'ordine dei benedettini, per esempio.

Fra Pfanner sembrava destinato a invecchiare nel monastero da lui fondato, soprattutto considerando che nel 1879 venne elevato a rango di abazia ed egli ne divenne abate.
Invece successe qualcosa di totalmente imprevisto. In quello stesso anno 1879, in un capitolo (riunione) generale dei trappisti svoltosi all'Abazia di Sept-Fons in Francia, era presente un vescovo cattolico di stanza in Sudafrica, il quale fece una richiesta ai trappisti di inviare dei monaci per fondare missioni in Sudafrica, che allora era quasi terra vergine per i cattolici. Secondo le cronache, pare che i trappisti presenti rimasero freddi dinanzi alla richiesta; al che l'abate Pfanner, che era presente al capitolo, avrebbe detto: "Se non ci va nessuno, ci andrò io".

Ora, bisogna capire cosa ciò comportasse a quel tempo. Oggi ci sono voli intercontinentali diretti che collegano l'Europa col Sudafrica in 10 ore o giù di lì. A quei tempi ci si doveva imbarcare su una nave: se tutto andava bene il viaggio durava settimane, e se uno soffriva il mal di mare (lo stesso Pfanner scoprì in seguito di soffrirlo terribilmente), nessuno ci poteva fare nulla. Il Sudafrica era una colonia britannica dove, a parte le poche cittadine abitate dai coloni di origine europea (la più importante era Città del Capo che all'epoca contava sui 45 mila abitanti), regnavano la natura selvaggia e le tribù degli africani nativi, che spesso erano in rapporti non proprio ottimi con i coloni bianchi. Le automobili ovviamente non esistevano, ci si muoveva su strade e sentieri sterrati, a cavallo o su carri e carretti, per chi se lo poteva permettere. In alcune aree era stata costruita qualche recentissima ferrovia. Inoltre, le lande sudafricane erano state colonizzate da inglesi e boeri (coloni di lontane origini olandesi) che professavano le fedi protestante e anglicana, e parlavano inglese e afrikaans (una lingua derivata dall'antico olandese).
Come se tutto ciò non bastasse, proprio in quell'anno 1879 le terre sudafricane di nordest, chiamate Zululand, erano appena state funestate dalla sanguinosissima guerra tra gli Inglesi e gli Zulu. I britannici avevano prevalso ma al prezzo di ingenti perdite (fu la guerra più costosa in termini di vite umane nella storia del colonialismo in Africa), e anche se la situazione appariva pacificata... chi poteva prevedere se la pace sarebbe durata?
Quindi si può capire quanto fosse avventurosa l'idea, per un 54enne abate cattolico austriaco che quasi sicuramente non sapeva parlare una frase d'inglese, di viaggiare all'altro capo del mondo in terre così estremamente diverse dalle sue di origine (la globalizzazione sarebbe arrivata più di un secolo dopo...).

Quando alla fine di luglio del 1880 Franz Pfanner, insieme a una trentina di monaci della sua abazia in Bosnia, raggiunse infine il luogo destinato alla missione, nella provincia sudafricana che oggi si chiama Eastern Cape, trovò condizioni proibitive: il territorio era arido e ventoso, e locuste e babbuini distruggevano i raccolti che già stentavano ad attecchire. Nel giro di due anni di tentativi, Pfanner tornò anche in Europa per raccogliere fondi, ma questo non aiutò la missione a decollare.
Alla fine il vescovo del Natal (la regione sudafricana del nordest) concesse a Pfanner il terreno di una missione abbandonata, nel fertile Natal. In quella zona però c'erano degli scontri tribali, per cui frate Franz preferì cercare in un'altra zona del Natal. Fortunatamente una fattoria era in vendita sulle colline poco più a nord, vicino all'abitato coloniale di Pinetown che prendeva il nome da un precedente vicegovernatore del Natal, Sir Benjamin Pine, il quale tra l'altro all'epoca era un settantenne ancora in attività (anche se dall'altra parte del mondo, quale governatore delle Isole Sottovento britanniche, nei Caraibi). Tra l'altro, poco distante da Pinetown, esisteva da una trentina d'anni una comunità di coloni tedeschi, tant'è che il loro abitato venne chiamato Neu-Deutschland, poi ribattezzato in inglese New Germany. Anche se erano prussiani di religione protestante (e non austriaci cattolici), parlavano pur sempre la lingua tedesca, e chissà se questo fatto influì nel far scegliere a fra' Pfanner queste zone.
Pfanner decise quindi di comprare la fattoria vicino a Pinetown e la sua offerta venne accettata. Spostò così i suoi monaci dall'Eastern Cape al Natal. Non so se il trasferimento avvenne per nave o via terra: in quest'ultimo caso il viaggio sarebbe durato qualche giorno, con i tempi di percorrenza dell'epoca, attraversando territori abitati da diverse tribù native tra cui quella dei Thembu, in cui uno dei consiglieri reali era il nonno paterno del futuro Nelson Mandela.

Pinetown era a una quindicina di chilometri di distanza dalla cittadina portuale di Durban, che all'epoca era in rapida crescita essendo su una baia trasformata in porto (la stessa baia avvistata dalla flotta di Vasco da Gama quattro secoli prima, come ho raccontato in un post precedente, e furono proprio i portoghesi di da Gama a dare il nome Natal a queste coste, perché navigarono da queste parti durante i giorni del Natale 1497). Una ferrovia di molto recente costruzione collegava Durban a Pietermaritzburg, cittadina sede del governatore del Natal, e passava proprio da Pinetown. Franz Pfanner e i suoi monaci arrivarono quindi a Pinetown in treno da Durban, e poi fino alla fattoria su un carro trainato da buoi. Era il dicembre del 1882.

Il giorno 27 di quello stesso mese venne fondata la missione di Mary Anne Hill, cioè della Collina delle Sante Maria e Anna (la Vergine Maria e sua madre Sant'Anna), nome che poi venne accorciato in Marianhill.
Queste colline erano decisamente più abitabili e più popolate rispetto alle aride distese dell'Eastern Cape, e finalmente la missione di fra' Pfanner cominciò a funzionare.
All'epoca, le popolazioni native del Natal erano poco o per nulla cristianizzate, quindi iniziò per Pfanner e i suoi monaci una feconda missione di evangelizzazione. Il loro motto era "ora et labora" (prega e lavora), sulla scia del monachesimo europeo di origine benedettina. Oltre a coltivare frutti e verdure, adibirono la fattoria a sorta di laboratorio dove gli stessi monaci si misero all'opera per produrre cose di diverso tipo.
Lo stesso monastero venne costruito da monaci improvvisatisi architetti e carpentieri, aiutati dai giovani locali nativi: i giovani africani appresero quindi dall'esempio dei monaci e impararono a diventare manovali, ferrai, agricoltori, rilegatori, sarti, eccetera.
Questa missione trappista ebbe enorme successo tra la popolazione nera locale, e ben presto, a partire dal 1884, cominciarono i primi battesimi cattolici pubblici di gente zulu.



Già nel 1885, grazie al successo crescente, il monastero di Marianhill venne elevato ad abazia. I monaci istituirono anche una scuola dove i ragazzi locali ricevevano un'educazione.
Lo spirito di Franz Pfanner in questo era rivoluzionario per l'epoca. Questo dichiarò l'abate: "Tutti i ragazzi al nostro istituto ricevono vitto, alloggio e istruzione gratuiti, indipendentemente che siano non credenti, musulmani, protestanti o cattolici, bianchi, neri o meticci, inglesi, olandesi, tedeschi, italiani, indiani o africani nativi".

L'istituto venne a includere anche studentesse, e per questo divenne necessario chiamare al monastero delle suore che si prendessero cura della loro istruzione, dal momento che per i frati trappisti non era ammesso il contatto diretto con donne. Pfanner fondò così l'ordine delle Suore Missionarie del Prezioso Sangue (ordine che sarebbe stato riconosciuto soltanto vent'anni dopo, da papa Pio X).
Nel 1887 furono inviati i primi giovani a Roma per intraprendere il noviziato, e il primissimo sacerdote zulu nella storia veniva proprio da Marianhill.
Nel 1890 Pfanner venne nominato vicario generale dell'ordine trappista in Sudafrica e scrisse i principi ispiratori della missione di Marianhill. In essi dichiarava che il suo scopo era di "perseguire e realizzare uno status sociale equo tra neri e bianchi".

Ma le cose precipitarono molto rapidamente. Lo spirito missionario di Pfanner aveva portato a costruire una ventina di altre missioni dipendenti da Marianhill in diverse zone del Natal meridionale, anche a molta distanza tra loro. Ciò intensificò l'attività missionaria dei monaci, il che si scontrava con i principi base dell'ordine trappista, che non prevede attività missionaria bensì soltanto meditazione, preghiera e lavoro manuale all'interno di un monastero.
L'abate Pfanner ricevette sempre più critiche per le deroghe sempre più numerose che egli fece alle regole trappiste, accuse ancor più serie in quanto egli era il vicario generale dell'ordine in Sudafrica.
Venne infine inviata una protesta formale all'ordine a Roma riguardante le attività di Pfanner.
Quando nel 1891 si recò a Roma per il capitolo generale dei trappisti, gli furono richieste spiegazioni. Egli, in risposta, invitò i vertici trappisti a fare un'ispezione a Marianhill e agli altri piccoli monasteri satelliti, per giudicare loro stessi come mai era stato portato a tali scelte.
Fu così inviato un trappista tedesco a ispezionare la situazione a Marianhill. In attesa dei risultati delle ispezioni in loco, venne proibito a padre Pfanner, almeno per il periodo di un anno, di risiedere in alcuno dei monasteri dipendenti da Marianhill. Così l'abate si ritirò in un piccolo monastero nel sud del Natal. Fu nominato un sostituto a capo dell'abazia, e l'inviato dall'Europa provvide a disfare i provvedimenti controversi di Pfanner, quelli che andavano a cozzare contro le regole trappiste di auto confinamento monastico.

Nel 1893, non trovandosi d'accordo con i provvedimenti, e non potendo più viaggiare in Europa per perorare la sua causa, per la sua salute malferma (aveva ormai quasi 70 anni e oltretutto soffriva terribilmente il mal di mare), Pfanner rassegnò le proprie dimissioni da abate di Marianhill (e vicario generale dell'ordine in Sudafrica), dimissioni che infine vennero accolte.
Pfanner si ritirò nel piccolo monastero di Emaus, a ore di distanza (viaggiando in carro trainato da buoi) da Marianhill. Lì visse semi isolato, assistito solo da poche suore, per altri 15 anni, fino alla sua morte nel 1909, a 84 anni d'età (solo nell'ultimo suo anno di vita visse con lui un altro confratello).
Ma non smise di far sentire la sua voce pubblicando corrispondenze e dichiarazioni su diversi giornali. Una delle battaglie che portò avanti fino alla fine fu quella di proporre uno statuto particolare per l'abazia di Marianhill, che ne salvaguardasse lo spirito di slancio missionario verso l'esterno che aveva caratterizzato la sua direzione quando ne era abate. Alla fine vinse lui: gli anni passarono e con l'inizio del Novecento probabilmente una ventata d'aria nuova investì il mondo cattolico; nel 1906 papa Pio X riconobbe l'ordine delle Suore Missionarie del Prezioso Sangue fondato da Pfanner nel 1885; e nel febbraio 1909, pochi mesi prima della morte di frate Franz, la Santa Sede accolse le richieste dei monaci di Marianhill e decretò che l'abazia fondata da Franz Pfanner sarebbe diventata un ordine monastico autonomo dai trappisti: la Congregazione dei Missionari di Marianhill. Pfanner morì pacificamente il 24 maggio 1909 vedendo così realizzato lo scopo della sua missione in Sudafrica.

Ma nel frattempo, anche durante gli anni delle restrizioni, l'abazia di Marianhill aveva continuato a prosperare grazie all'impulso avviato da padre Pfanner. Addirittura, sul finire dell'Ottocento divenne il monastero cristiano più popolato al mondo, con quasi 300 monaci.

Tra i visitatori che si recarono a Marianhill in quegli anni ci fu anche un giovane Gandhi (proprio così, il futuro Mahatma Gandhi), che visse per una ventina d'anni nei dintorni di Durban a cavallo tra i due secoli. Gandhi, che era avvocato, era venuto in Sudafrica perché era stato invitato a risolvere una controversia legale nella comunità indiana, che già allora era molto numerosa a Durban, composta di immigrati venuti dall'India come manodopera a basso costo (ricordiamo che India e Sudafrica erano entrambe colonie inglesi). Gandhi sperimentò di persona che già allora, a fine Ottocento, esisteva di fatto una situazione di quasi apartheid in cui gli immigrati indiani (come i neri nativi) venivano pesantemente discriminati. Decise quindi di fermarsi per perorare la causa dei diritti fondamentali a difesa della sua gente, e fu proprio qui a Durban che maturò in lui il proposito della resistenza non violenta, che poi avrebbe applicato al suo ritorno in India contro il colonialismo britannico.
Dice la leggenda che Gandhi avesse intenzione di scrivere un articolo molto critico sul monastero di Marianhill, forse volendo prendere di mira il presunto atteggiamento coloniale dei monaci nel voler convertire le popolazioni native. Ma dopo averlo visitato nel 1895, Gandhi rimase colpito dallo stile di vita comunitario di Marianhill, dove monaci, suore, e gente comune di ogni provenienza lavoravano insieme senza distinzione o discriminazione. Fu per Gandhi un esempio che tenne a mente con affetto anche durante le sue future battaglie, come ha raccontato una sua nipote.
(Qui sotto una foto di Gandhi all'epoca della sua visita a Marianhill)


Padre Pfanner si era appena ritirato all'eremo di Emaus un paio d'anni prima, ma lo spirito da lui infuso negli altri monaci era ancora ben vivo, in particolare nel loro atteggiamento di accoglienza e rispetto equanime di tutti coloro che si recassero a Marianhill, bianchi, neri o indiani che fossero.
Era un atteggiamento che contrastava molto con la realtà che purtroppo andava già a profilarsi, di una discriminazione di neri e immigrati poveri indiani da parte dei sudafricani bianchi (anche se il regime regolamentato di apartheid sarebbe arrivato soltanto diversi decenni dopo).
(Aggiungo a questo paragrafo una postilla. Oggi la comunità indiana a Durban è la più estesa comunità indiana al di fuori dell'India, e dopo la fine dell'apartheid ha vissuto un'incredibile sviluppo: oggi molti indiani sudafricani sono dottori di alto livello, professionisti di prim'ordine o imprenditori di successo).

Dopo la morte di Franz Pfanner nel 1909, Marianhill, diventato un ordine monastico indipendente, conobbe una nuova fioritura. I monaci presero a essere chiamati Marianhillers.
Venne ridato nuovamente impulso alla loro scuola per giovani nativi. Il successo della scuola di Marianhill può essere ben esemplificato dal seguente episodio. Nel 1916 arrivò alla scuola un bambino zulu che venne battezzato col doppio nome cristiano Benedict Wallet (tra l'altro era di origini considerate altolocate tra gli zulu, perché un suo prozio era stato il re zulu Cetshwayo). Dopo otto anni di studio ottenne un certificato di insegnante e cominciò a insegnare alla stessa scuola di Marianhill, e in seguito a un seminario non lontano da lì. Benedict Wallet Vilakazi si laureò in seguito con un bachelor of Arts all'University of South Africa e divenne uno stimato poeta e scrittore, e non solo: negli anni '40 (mentre il giovane Nelson Mandela e gli altri eroi anti-apartheid cominciavano le loro attività di opposizione politica) Vilakazi fu il primo sudafricano nero a laurearsi con un post dottorato, oltre che il primo a insegnare in università a studenti bianchi (presso la University of the Witwatersrand). Va da sé che Vilakazi poté permettersi una tale carriera grazie agli anni formativi a Marianhill, oltre che grazie al suo talento ovviamente.

I Religiosi Missionari di Marianhill tennero il loro primo capitolo generale nel 1920, e dopo di allora si sono espansi come ordine anche fuori del Sudafrica, aprendo monasteri in Austria, Svizzera, Germania, Regno Unito, Spagna, Stati Uniti e Canada, mentre il Generalato Superiore dell'ordine ha sede a Roma. Oggi contano oltre 300 membri nel mondo, di cui oltre 200 preti.
Tra i sacerdoti che hanno fatto parte dei Missionari di Marianhill c'è anche un martire beato, il tedesco Engelmar Unzeitig, morto nel campo di concentramento tedesco di Dachau durante la seconda guerra mondiale e beatificato da papa Francesco nel 2016.
Inoltre lo stesso papa Francesco l'anno scorso ha nominato un membro di quest'ordine quale nuovo arcivescovo metropolita cattolico di Durban (per la prima volta nella storia), Siegfried Mandla Jwara, il primo arcivescovo zulu, che è succeduto quale arcivescovo di Durban al cardinale Wilfrid Fox Napier (il quale a sua volta è l'unico cardinale sudafricano vivente).

Se il cattolicesimo in Sudafrica si concentra principalmente in questa regione del KwaZulu-Natal (i cattolici in tutto il Sudafrica sono poco più di tre milioni), il merito va storicamente principalmente all'opera missionaria del monastero di Marianhill. E cosa è oggi del luogo dove tutto ciò ebbe origine? Il monastero di Marianhill oggi è una pacifica oasi immersa nel verde, che non molti perfino a Durban conoscono. È circondata da townships di sudafricani nativi, casupole moltiplicatesi durante il secolo scorso proprio grazie all'abazia che dava alla gente lavoro e prodotti coltivati dai monaci.

Per me Marianhill è un posto speciale per un semplice motivo: è nella chiesa del monastero, col suo bello e semplice stile neogotico austriaco, ancora intatto dopo quasi 140 anni dalla sua costruzione, che ogni mese ci esibiamo in concerto col nostro ensemble di musica antica, Baroque2000. Ogni volta che entro in quella chiesa, e che passeggio nell'adiacente chiostro, quasi non mi rendo più conto di trovarmi in Africa, tanto è forte l'atmosfera di piccolo monastero europeo. Chissà, forse anche questo effetto "straniante", prodotto dalla determinata volontà di Franz Pfanner e i suoi monaci, è una delle chiavi del successo di Marianhill.




martedì 18 maggio 2021

La monarchia zulu

Non molti italiani lo sanno, ma gli Zulu sono ancora oggi un popolo con una fortissima identità nazionale, che affonda le sue origini nella vita tribale tipica delle popolazioni africane. Gli Zulu sono l'etnia più numerosa tra le tante che popolano il Sudafrica. Vivono per lo più, con oltre 10 milioni di abitanti, nella provincia di Durban, il KwaZulu-Natal, che non a caso da loro prende il nome (KwaZulu significa appunto "Territorio degli Zulu"). Molti zulu vivono in zone rurali, in villaggi spesso senza elettricità e acqua corrente, in case costruite con mattoni di fango e materiali più moderni ma economici, e sopravvivono allevando bestiame o come contadini. L'aristocrazia zulu tende a giocare ancora oggi un ruolo importante nelle comunità rurali: i locali amaKhosi (capi locali) hanno ancora una certa influenza sulla gente della loro area. Ma moltissimi altri zulu, la maggior parte forse, vanno a lavorare come manodopera più o meno occasionale nelle città e nei sobborghi o sopravvivono vendendo i più svariati prodotti. Un gran numero di zulu è invece entrato a far parte della classe media sudafricana. Diversi hanno avviato attività imprenditoriali di successo e alcuni sono diventati importanti uomini d'affari. Un piccolo gruppo di zulu è presente nel Parlamento sudafricano. Anche un ex presidente del Sudafrica (dal 2009 al 2018) è zulu: Jacob Gedleyihlekisa Zuma.

E pensare che fino a duecento anni fa gli Zulu erano soltanto un clan praticamente insignificante, tra i tanti che popolavano questa regione. Poi, come ho raccontato nel post precedente a questo, il loro capotribù Shaka kaSenzangakhona conquistò il predominio militare su tutto il territorio oggi corrispondente al KwaZulu-Natal. A Shaka succedette un suo fratellastro (che aveva complottato per farlo assassinare nel 1828), Dingane kaSenzagakhona, il quale organizzò i domini sotto controllo zulu come un regno ereditario. Grazie alle conquiste territoriali di Shaka, gli Zulu da tribù insignificante erano arrivati a controllare un territorio di circa 2000 chilometri quadrati nel quale vivevano attorno ai 250.000 "sudditi", appartenenti a diversi clan tribali, che nel giro di un paio di generazioni sarebbero stati assimilati alla nazione zulu. Il regno zulu divenne una vera potenza regionale con cui i colonizzatori britannici dovettero cominciare a fare i conti. L'impero britannico aveva infatti una colonia con sede a Città del Capo, molto più a sud, ma a metà Ottocento, durante l'epoca vittoriana, cominciò a espandersi verso le coste nordorientali dell'attuale Sudafrica. Dopo anni di contatti diplomatici, infine l'espansionismo inglese arrivò a provocare uno scontro col regno zulu. Nonostante il re zulu Cetshwayo kaMpande (figlio di Mpande, un altro fratellastro di Shaka) si fosse opposto strenuamente allo scontro, alla fine la guerra fu inevitabile e nel 1879, al termine di un conflitto tra i più sanguinosi nella storia del colonialismo in Africa, le forze britanniche ebbero la meglio. I territori zulu vennero incorporati nelle colonie inglesi che in seguito sarebbero diventate il Sudafrica. Cetshwayo fu l'ultimo sovrano di un regno zulu indipendente. Deposto dagli Inglesi, fu portato in esilio in Inghilterra, dove tra l'altro incontrò la regina Vittoria e altre personalità. Alla fine però gli fu concesso di ritornare in patria a capo del suo popolo: la monarchia zulu era sopravvissuta di nome, all'interno di una colonia inglese. Gli Zulu rimasero in ogni caso una nazione dalla forte identità e hanno continuato, anche nei decenni difficili dell'apartheid, a guardare al loro re come un punto di riferimento identitario, culturale e spesso anche morale. Anzi, di più: gli Zulu oggi si considerano tra di loro come una sorta di grande famiglia, tant'è che spesso tra di loro si salutano con appellativi come "sis" (sorella), "mama", "baba".

Il 12 marzo di quest'anno è morto il più longevo sovrano nella storia zulu, re Goodwill Zwelithini kaBhekuzulu, dopo oltre mezzo secolo di regno. Si è trattato di un momento storico per gli Zulu: dal lontano 1884 fino alla morte di re Goodwill sono stati soltanto tre i sovrani zulu, quindi la morte del re è stato un evento raro nell'ultimo secolo e mezzo. Anche i più anziani ultracentenari in KwaZulu-Natal si ricordano solo tre re zulu: Goodwill, suo padre Cyprian Bhekuzulu Nyangayezizwe kaSolomon, e suo nonno Nkayishana Maphumzana Solomon kaDinuzulu (nipote di Cetshwayo), il cui regno si svolse tra il 1913 e il 1933.

Il lungo regno di Goodwill Zwelithini, dal 1968 al 2021, ha visto profonde trasformazioni in Sudafrica. Durante il periodo più duro dell'apartheid, dagli anni '70 al 1994, il KwaZulu venne istituito dal governo bianco sudafricano come una serie di territori, non contigui, dove dovevano vivere solo gli Zulu, con una loro semi-indipendenza purché non sconfinassero nel resto dei territori riservati ai bianchi. Era insomma uno dei vari "bantustan" (territori tipo "riserve indiane") lasciati alle varie etnie non bianche per isolarle dai bianchi. Ma Mangosuthu Gatsha Buthelezi, il leader politico zulu più in vista, cugino del padre di Goodwill e fondatore di un partito politico filomonarchico (Inkatha Freedom Party, dove Inkatha in lingua zulu significa "corona reale"), si oppose alla farsa di territori indipendenti che di fatto non lo erano, essendo frammentati e includendo solo le terre rurali e non le città, che rimanevano sotto pieno controllo dei sudafricani bianchi. L'Inkatha Freedom Party si proclamò però sempre contro le azioni violente, a differenza invece dell'African National Congress (ANC), il movimento dei leader neri anti-apartheid che veniva considerato "terrorista" dai governi bianchi. Re Goodwill invece durante l'apartheid rimase un sovrano puramente cerimoniale e non disdegnò di avere rapporti diplomatici con il governo dell'apartheid, tant'è che i leader dell'ANC non lo vedevano di buon occhio e per esempio nel 1989 non lo invitarono a salutare alcuni di loro che erano appena stati scarcerati. Re Goodwill si dedicò invece a riportare in auge vecchie tradizioni zulu che erano state abbandonate, come la danza annuale di migliaia di vergini seminude di fronte al loro re, in una cerimonia volta a celebrare la loro verginità fino al matrimonio. E si dedicò anche ad allargare la "famiglia zulu", sposando sei mogli (la poligamia è ammessa nella tradizione zulu, anche se non dal codice civile sudafricano) che nell'arco di 35 anni gli hanno dato ben 28 figli e figlie.

Negli anni del collasso del regime di apartheid, il partito di Buthelezi (il quale era considerato una sorta di "primo ministro" di re Goodwill) negoziò col neo-presidente Nelson Mandela di riconoscere il Re Zulu nella nuova Costituzione sudafricana. L'istituzione della monarchia zulu compare così in un paragrafo della Costituzione del Sudafrica, anche se viene reso ben chiaro che si tratta di un'istituzione largamente cerimoniale. Viene anche citato comunque che il re zulu ha l'onere di agire ufficialmente in accordo col premier della provincia del KwaZulu-Natal, collegandolo così in questo modo alle istituzioni sudafricane. Buthelezi divenne inoltre il ministro dell'Interno del Sudafrica con Mandela presidente, e vi rimase fino al 2004, sotto la presidenza di Thabo Mbeki. È molto interessante per noi Italiani sapere che in quegli anni un avvocato italiano con esperienza internazionale, Mario Gaspare R. Oriano-Ambrosini, collaborò con Buthelezi dando un contributo fondamentale a stilare la nuova Costituzione del KwaZulu-Natal, rendendola tra l'altro molto moderna per quanto riguarda i diritti umani. Un po' di orgoglio nazionale italiano non guasta.

Negli ultimi anni di re Goodwill, la casa reale zulu ha amministrato 2,8 milioni di ettari di terre e ha vissuto con una rendita annuale di oltre 3 milioni di euro. Goodwill si rese protagonista di dichiarazioni stravaganti e talvolta incendiarie, come nel 2012 quando definì l'omosessualità inaccettabile, o come un paio di anni dopo quando attaccò gli immigrati dagli altri Paesi africani, accusandoli di rubare il lavoro ai "fratelli zulu" e definendoli "pulci", scatenando torme di zulu esasperati che attaccarono negozi di immigrati africani in scontri xenofobi che provocarono morti e feriti.

Goodwill era malato di diabete e quando si ammalò di coronavirus le complicanze lo portarono alla morte nel marzo di quest'anno, a 72 anni. Nella monarchia zulu la successione non è stabilita in anticipo, come per esempio avviene nella monarchia inglese, ma bisogna aspettare l'apertura del testamento del sovrano morto per sapere chi sarà il prossimo re. Prima di morire Goodwill nominò la sua "Grande moglie" (la favorita tra le mogli) quale reggente per i tre mesi successivi alla sua morte, tre mesi di lutto soltanto al termine dei quali sarebbe stato annunciato il nuovo re. Inoltre, affidò alla Grande moglie il compito di nominare il nuovo sovrano al termine dei tre mesi. La Grande moglie era Mantfombi Shiyiwe Dlamini Zulu, figlia del defunto re dello Swaziland, quindi anch'ella di famiglia reale. Sembrava quindi logico che fosse lei a ricoprire il ruolo di regina pro tempore nel periodo di lutto, nonostante fosse la terza moglie sposata da Goodwill.

La strada sembrava dunque spianata, ma, come in un serial televisivo, avvenne l'imprevisto: dopo appena un mese e mezzo dalla morte del marito, il 29 aprile morì anche la Grande moglie Mantfombi Dlamini, a 68 anni, dopo un breve ricovero in ospedale a Johannesburg. Tra i sospetti di un suo possibile avvelenamento, circolati anche sulla stampa, alla fine fu l'ormai 92enne Mangosuthu Buthelezi, quale "primo ministro" del vecchio re, a dissipare le voci, dichiarando che la regina soffriva da tempo di insufficienza epatica e recentemente era guarita dal coronavirus, ma essendo troppo indebolita non aveva potuto sottoporsi a un'operazione programmata da tempo che avrebbe dovuto rimuovere i calcoli alla cistifellea di cui soffriva. Fatto sta che la morte della regina reggente, quando mancava ancora un mese e mezzo alla fine del periodo di lutto per il sovrano, rischiò di far scoppiare una faida famigliare. In particolare la prima moglie di Goodwill dichiarò di aspettarsi in eredità la metà dei possedimenti del defunto sovrano, per il motivo che lei era l'unica tra le mogli a essersi sposata con moderno rito cristiano e non con rito tradizionale zulu come le altre. Alcuni figli contestarono le voci secondo cui il favorito alla successione sarebbe stato il primogenito della Grande moglie, il principe Misuzulu Sinqobile. L'anziano Buthelezi cercò di mettere pace tra i famigliari ma venne messo a tacere da alcune delle mogli reali, che gli dissero che non aveva più alcuna voce in capitolo dopo la morte del re.

Al funerale della regina Mantfombi venne letto il suo testamento in cui dichiarava che, attenendosi anche alle volontà del defunto sovrano, il nuovo re zulu sarebbe stato il suo primogenito Misuzulu Sinqobile kaZwelithini. Dopo la lettura del testamento, alcuni membri della famiglia reale protestarono vivacemente, tanto che il nuovo re in pectore venne scortato via dalla polizia sudafricana per ragioni di sicurezza.

Dal punto di vista della tradizione zulu, questa successione non fa una piega: Misuzulu è il più anziano figlio maschio sopravvissuto e oltretutto primogenito della Grande moglie. C'era un solo figlio maschio più grande di lui, il primogenito della prima moglie di Goodwill, ma era morto l'anno prima, ucciso in circostanze non chiarite pare dopo che aveva partecipato a una festa con alcool, droghe e sesso. Il principe Misuzulu ha due sorellastre più grandi di lui (figlie della prima e della seconda moglie di Goodwill), ma la tradizione prevede che il regno zulu vada solo agli eredi maschi, preferibilmente figli della Grande moglie. L'unica possibilità che Misuzulu non ereditasse il trono sarebbe stata quindi solo nel caso che il re stesso lasciasse indicazioni diverse nel suo testamento, cosa che non è avvenuta.

Ora rimarrà da vedere chi incoronerà il nuovo re. Sarebbe spettato a sua madre, la Grande moglie e regina reggente, ma ora che è venuta a mancare, la famiglia reale o almeno la parte di essa che sostiene il nuovo re dovrà arrangiare le cose diversamente.

Misuzulu Sinqobile ha 46 anni e ha avuto quattro figli da tre donne. Non era sposato fino ad ora, ma dopo essere stato nominato re è stato "costretto" a sposare la madre di due dei suoi figli (di 9 e 3 anni d'età), in modo tale che il re abbia la sua regina. Ntokozo Mayisela, la neo-regina, ha 36 anni ed è di umili origini: conobbe Misuzulu nel 2009 al Parco Botanico di Durban durante una festa per il matrimonio di una sorella di lui. L'allora ventiquattrenne Ntokozo non era tra gli invitati, era lì come musicista per allietare la cerimonia, avendo studiato musica jazz, e Misuzulu sarebbe rimasto attratto vedendola suonare. Il matrimonio secondo la tradizione africana zulu è particolare: la famiglia dello sposo deve pagare alla famiglia della sposa un certo numero di vacche e una somma in denaro, a seconda della disponibilità economica dello sposo e del valore della sposa. È una transazione antica chiamata "lobola", che deve avvenire per qualsiasi matrimonio tradizionale, sia per le famiglie agiate sia per quelle più umili. Solo dopo che è stato pagato il "lobola" la coppia può dirsi sposata. Misuzulu ha pagato alla famiglia di Ntokozo l'equivalente di 3000 euro e otto vacche, una vera fortuna per una famiglia rurale di umili origini, mentre per la famiglia reale sicuramente nulla di che.

Ma chi è il nuovo re Misuzulu Zulu? Nato nel bantustan del KwaZulu nel 1974 da re Goodwill e dalla sua Grande moglie Mantfombi Dlamini in piena era apartheid, a due anni d'età venne mandato in Swaziland (oggi eSwatini), Stato confinante governato dal suo nonno materno, il re Sobhuza II. Vale la pena dire che in eSwatini il re (a differenza dei re zulu) è davvero tuttora un governante con pieni poteri, essendo quel Paese una monarchia assoluta. In Swaziland Misuzulu fece i suoi studi elementari, dopodiché ritornò in Sudafrica per gli studi liceali. Durante gli anni universitari andò negli Stati Uniti, prima in Indiana, poi in North Carolina. Più recentemente si trovava a Jacksonville in Florida per ottenere un diploma in Studi Internazionali, anche se non è chiaro se alla fine si sia laureato o meno. Praticamente ben poco altro si sa pubblicamente di lui. Oltre a Ntokozo, ha avuto altre due compagne che gli hanno dato un figlio ciascuna. In particolare una di queste, la 43enne Wezizwe Feziwe Sigcau, è una principessa della tribù degli amaMpondo, nella provincia di Eastern Cape, a sud del KwaZulu-Natal. Secondo diversi osservatori, ciò significa che se un giorno Misuzulu sposasse Wezizwe, questa potrebbe diventare la sua Grande moglie. Ma in realtà tale decisione spetterà solo e soltanto a Misuzulu.

Questo per quanto riguarda l'oggi. E il futuro? Come sarà il nuovo re? Simile al padre, cioè senza peli sulla lingua e con una retorica "populistica" e talvolta incendiaria? O più introverso, magari dedito principalmente alla cura dei suoi affari economici più che ad arringare gli Zulu? I diversi anni spesi negli Stati Uniti suggerirebbero che egli potrebbe avere molto probabilmente un'apertura mentale maggiore rispetto a tutti i suoi predecessori sul trono zulu, il che nel mondo globalizzato di oggi sarebbe importante, anche per un rappresentante solamente cerimoniale. Allo stesso tempo, nelle sue vene scorre forse più "sangue reale" rispetto ai suoi predecessori zulu: suo nonno materno, Sobhuza II dello Swaziland, fu il sovrano più longevo tra tutte le monarchie verificabili storicamente, con i suoi quasi 83 anni di regno (per intenderci, la regina Elisabetta II del Regno Unito dovrebbe vivere ancora per altri 15 anni per battere questo record)! La madre di Misuzulu era di conseguenza sorellastra dell'attuale re di eSwatini, Mswati III, che governa da quasi 40 anni come monarca assoluto quel piccolo Stato confinante. Insomma, Misuzulu Zulu, come viene chiamato, ha tutte le carte in regola per avere un certo carisma, almeno per il suo popolo. Ma più di questo al momento non si sa.

Intanto il premier della provincia del KwaZulu-Natal, Sihle Zikalala dell'ANC (partito saldamente al governo dai tempi di Mandela), ha rinegoziato col nuovo re i sussidi alla casa reale zulu. Buthelezi e Goodwill nei primi anni '90 avevano ottenuto da Mandela ottimi termini (tra l'altro la figlia maggiore di Mandela si era precedentemente sposata e aveva avuto figli con un cognato di re Goodwill): la fine del regime di apartheid aveva aperto non solo libertà, ma anche ricchezza per tutti (sperperata poi in gran parte con la corruzione eretta a sistema). Con la fine dell'apartheid era sembrato importante ridare rilievo e spinta, anche con finanziamenti economici, alle tradizioni nere schiacciate per decenni, inclusa anche la monarchia zulu. Ma nel 2021, tra crisi economica, pandemica e politica, la situazione è diversa. Pur ribadendo che la monarchia zulu è riconosciuta dal sistema istituzionale sudafricano, e pur rimanendo i finanziamenti statali molto ingenti (oltre 3 milioni di euro all'anno), sono stati tagliati di 300.000 euro ed è stato specificato che nei fondi concessi saranno incluse tutte le spese sostenute dalla casa reale, private o pubbliche che siano, inclusa l'imminente cerimonia di incoronazione.

Eppure, non c'è traccia di alcuna protesta contro tutti questi fondi pubblici che finiscono nelle tasche della famiglia reale zulu. In Europa scenderebbero in piazza sindacati o associazioni di cittadini, ma qui ancora tutto questo è accettato come status quo, come tradizione. Sicuramente ci saranno tantissimi sudafricani che privatamente disapprovano, ma nessuno osa organizzare proteste pubblicamente contro la monarchia zulu, colla identitaria di un popolo di oltre 10 milioni di zulu, l'etnia più grande in questo Paese.

Si vedrà che persona e che personaggio pubblico sarà questo re Misuzulu, e da lì si capirà quale sarà il destino della monarchia zulu.

martedì 13 ottobre 2020

Sudafrica: le Origini - 4 (i Bantu)

Siamo arrivati alla nostra ultima puntata della serie "Sudafrica: le Origini", serie che racconta chi popolava il Sudafrica durante le centinaia di migliaia di anni prima dell'arrivo dei colonizzatori europei. Questa è una puntata densa e molto interessante perché alla fine ci introdurrà a ciò che era il Sudafrica dei popoli nativi quando arrivarono i colonizzatori. Ma cominciamo da quasi due millenni prima di allora.

Come abbiamo visto nei post precedenti, decine di migliaia di anni fa gli antichi esseri umani in Sudafrica già si erano già dotati di certe invenzioni (come arco e frecce, uso di colori d'ocra, uso di giacigli e "lenzuola" ricavati da vegetali) molto prima che in altre parti del mondo, almeno per quanto le scoperte archeologiche ci hanno rivelato finora. Eppure, a partire da circa ventimila anni fa, o prima, in altre regioni del mondo gli umani avevano cominciato una serie di evoluzioni che li avrebbero portati nel giro di poche migliaia di anni a inventare l'agricoltura, poi villaggi stanziali e poi città, e infine veri e propri imperi.

Nell'Africa meridionale incece, rimasta da sempre isolata dal resto del mondo, ancora fin verso l'era della nascita di Cristo i Khoesān erano gli unici abitanti a vivere in queste terre immense, piene di natura e di cacciagione. Non avevano conosciuto l'invenzione dell'agricoltura, e tantomeno la fabbricazione dei metalli. Usavano ancora strumenti di pietra, molto affilata e spesso usata su lance e frecce, ma pur sempre pietra. Una popolazione khoesān, i Khoekhoen (che significherebbe "la vera gente" nella loro lingua), migrati in Sudafrica da nord forse intorno alla metà del I millennio a.C., erano allevatori (molto probabilmente appresero l'allevamento dopo essere entrati in contatto con popolazioni pastorizie di origini cuscitiche dell'Africa centro-orientale, e poi le migliori condizioni di vita garantite dall'allevamento gli permisero di espandersi e migrarono a sud fino in Sudafrica), mungevano le loro bestie e vivevano in tribù semi-stanziali che si basavano ancora comunque sulla raccolta di frutti e vegetali (e non sull'agricoltura) e sul baratto (di sicuro non usavano denaro). Tutti gli altri khoesān sudafricani, che si chiamavano Sān (sān nella loro lingua significa semplicemente "raccoglitore"), dal canto loro avevano perfino rifiutato di adottare l'allevamento come invece avevano fatto i loro cugini Khoekhoen, e vivevano di caccia e raccolta, prevalentemente in stile nomade, come i loro antenati di centinaia di migliaia di anni prima, tranne per il fatto che avevano affinato qualche tecnologia, come appunto arco e frecce (usando tipicamente frecce avvelenate, ricavando il veleno da una pianta indigena), o tecniche particolari di fusione delle ocre o di tessitura dei vegetali per creare vesti e giacigli, e anche un gusto artistico particolare come testimoniano le decorazioni di gusci d'uova di struzzo e le pitture rupestri. Tutte cose che abbiamo visto nel precedente post. Ma, come si capisce, era un mondo assolutamente diverso da quello dei grandi architetti di piramidi e templi dell'antico Egitto, o dei grandi filosofi greci e cinesi, o della grande potenza militare dei persiani. Era un mondo che tutti gli altri popoli, non solo del Mediterraneo ma probabilmente anche di altre regioni africane, avrebbero definito "primitivo".

Ma è davvero possibile che queste terre, per quanto lontanissime, fossero rimaste così isolate in un mondo che cominciava a essere sempre più interconnesso? C'è un racconto del greco Erodoto che parla di antichi navigatori fenici che, incaricati dal faraone egiziano dell'epoca, nel VII-VI secolo a.C. sarebbero riusciti a circumnavigare l'Africa. Se così fosse, le coste sudafricane sarebbero state costeggiate da navi egizie già a quell'epoca. E poiché l'equipaggio, secondo il racconto di Erodoto, si fermava periodicamente anche per lunghi periodi in attesa della stagione propizia per ripartire (l'intero viaggio di circumnavigazione sarebbe durato tre anni), sbarcando in luoghi adatti dove sostava addirittura per periodi così lunghi da avere il tempo di seminare e attendere il raccolto, si può dire che l'agricoltura forse venne introdotta in Sudafrica, in modo del tutto estemporaneo, da navigatori fenici di passaggio! Chissà, sempre se sia vero questo resoconto, se quegli antichi viaggiatori avvistarono le popolazioni indigene Khoesān o no. Quelli erano però gli ultimi tentativi dell'antico Egitto di rimanere una grande potenza, dopodiché, presto, arrivò la decadenza e l'addio per sempre a grandi spedizioni. Ma se davvero una tale spedizione avvenne, è possibile che nei secoli successivi, soprattutto durante l'espansione dell'Impero Romano, qualcuno pensasse di riprovare a navigare lungo le coste dell'Africa fino a sud dell'equatore? Probabilmente si: Claudio Tolomeo racconta di un mercante greco-romano di nome Diogene, che a cavallo tra il I e il II secolo d.C. navigò partendo dalle rotte commerciali del Mar Rosso e forse sarebbe arrivato fino alle coste delle attuali Kenya o Tanzania, per poi inoltrarsi all'interno fino ad avvistare i cosiddetti "Monti della luna", forse il Kilimangiaro.

Ma arrivare fino alla parte meridionale del continente africano, quello era un altro paio di maniche. Quel che è certo, secondo le scoperte archeologiche, è che alcuni popoli in Africa centro-settentrionale (tra cui nelle regioni delle attuali Etiopia e Somalia, o, dall'altra parte, della Nigeria) avevano ormai adottato l'agricoltura e intrapreso commerci con l'area mediterranea o del Medio Oriente. Le civiltà commerciali avanzate africane più "vicine" al Sudafrica erano quelle delle antiche Etiopia e Somalia, popolate da etnie di lingua cuscitica, che trovandosi all'imbocco del Mar Rosso avevano intensi scambi commerciali e culturali con il Mediterraneo e l'Oriente già da molti secoli. Ma queste regioni africane distavano dal Sudafrica più di 4000 chilometri attraverso giungle, savane e deserti, o, se si percorreva la costa, più di 5000 chilometri. E qui in Sudafrica non c'era nulla che potesse suscitare gli appetiti di quelle civiltà: geograficamente e da un punto di vista commerciale, esse appartenevano all'emisfero nord del mondo, in contatto con le grandi aree sviluppate del Mediterraneo, del Medio Oriente e dell'Oriente.

Ma anche in queste remote lande isolate dal mondo doveva prima o poi cambiare qualcosa. E quel qualcosa fu un movimento di popoli africani che dalle regioni centrali del continente migrarono verso sud, a partire da circa il 5000 a.C (ritengono gli studiosi), per arrivare in Sudafrica forse verso il primo secolo dell'era cristiana. Oggi si parla di "espansione bantu", cioè di popoli accomunati dal parlare lingue di ceppo bantu. Etnicamente si parla anche di popoli Nguni. Non si hanno ovviamente fonti scritte che possano confermarlo: né i Khoesān né gli Nguni usavano la scrittura. Ma gli studiosi lo hanno ricostruito da studi linguistici oltre che archeologici.

Gli Nguni di lingua bantu, o i Bantu come più imprecisamente vengono chiamati, non furono un unico popolo che migrò in tutta l'Africa centrale. Ci fu bensì una lingua e cultura bantu, che si diffusero e propagarono a diversi popoli che le fecero proprie. Lo stesso termine "Bantu" non veniva usato da quei popoli per autodefinirsi, ma è stato coniato dagli studiosi del XIX secolo, ricreandolo dalle radici di quella lingua che stavano studiando: "bantu" significherebbe quindi "gente" o "umani" nell'antica lingua bantu (tracce della quale si possono ancora oggi osservare in alcune lingue moderne come lo zulu, dove "abantu" significa proprio "gente").

Questa cultura includeva l'adozione dell'agricoltura e dell'allevamento, e l'utilizzo dei metalli: avevano strumenti e armi in ferro e rame, fatto ormai comune da secoli nell'Africa centrale, ma assolutamente nuovo nella parte più meridionale del continente. Sapevano produrre utensili di terracotta e vivevano in villaggi autosufficienti di capanne di canne e fango, coltivando sorgo e fagioli e allevando bestiame.

Certo, in confronto ai popoli cuscitici dell'Africa orientale, soprattutto quelli vicino alle coste, che avevano contatti commerciali con le navi provenienti dal Mar Rosso, anche questi bantu apparivano "primitivi". Ma in confronto ai Khoesān avevano decisamente una tecnologia superiore. Forse fu proprio per questo che, nel corso del millennio precedente, gran parte delle diverse popolazioni di cacciatori-raccoglitori dell'Africa centrale erano state assimilate a questa cultura, o si erano estinte (i pigmei dell'Africa centrale sono le uniche popolazioni di cacciatori-raccoglitori dell'Africa centrale ad aver mantenuto intatto il loro antico stile di vita fino a oggi). Ora, questi nuovi individui bantu avevano infine raggiunto anche il Sudafrica.

Ma all'inizio, e fino al V secolo, la migrazione fu lenta. Come interagivano i nuovi arrivati di lingua bantu con le popolazioni Khoesān? Gli studiosi ci dicono che i rapporti tra le due diverse etnie molto probabilmente variavano dall'aspro conflitto, a matrimoni misti, a una relazione di tipo rituale (probabilmente nel senso che alcune popolazioni Sān vedevano questi nuovi arrivati come possessori di una potenza superiore, o almeno è quanto sembra da alcune delle loro pitture rupestri). Anche se non abbiamo prove dell'interazione tra tribù bantu e khoesān (alcuni ritengono che le consonanti col click nelle attuali lingue dei discendenti dei bantu, come lo zulu e il xhosa, fossero state prese dalle lingue khoesān, di cui sono un tratto caratteristico, ma non ci sono prove che sia andata così), a medio e lungo termine l'effetto più evidente fu che gli invasori bantu, stanziandosi in aree sempre più vaste, finirono per scacciare i Khoesān verso le regioni interne più inospitali.

Si hanno tracce di scambi commerciali, intorno al VII-VIII secolo, di imbarcazioni arabe sulle coste sudafricane nordorientali: un chiaro segno che su queste coste, a quell'epoca, vivevano popolazioni bantu (abituate a scambi commerciali con altri popoli) e non più solamente popolazioni khoesān.

Per la prima volta nella storia della loro plurimillenaria esistenza, i Khoesān sudafricani venivano in contatto con un popolo diverso, e l'incontro non fu certamente dei migliori. Troppa era la diversità tra loro, gli stili di vita delle due etnie erano incompatibili. Inoltre, questi invasori bantu avevano una cultura dell'espansione e della conquista, almeno dove potevano (non poterono per esempio mai espandersi in Africa orientale, territorio di popolazioni che vivevano con uno stile di vita più sofisticato).

Passarono i secoli. In assenza di fonti scritte non sappiamo cosa successe fino attorno all'anno 1000, ma poco importa. Perché quelle erano popolazioni che non registravano il passare degli anni e gli eventi come facciamo noi. Erano culture che tramandavano le loro conoscenze oralmente di generazione in generazione, mantenendo sempre lo stesso stile di vita. D'altronde, non era ciò che era sempre successo dall'alba della nostra specie, e anche prima?

Ciò che sappiamo è che le popolazioni di cultura bantu, che durante il primo millennio dell'era cristiana affluivano in Sudafrica a più ondate, come abbiamo detto non appartenevano a un unico popolo Bantu, bensì erano diverse popolazioni che condividevano una lingua e una cultura comuni, o perlomeno simili. Alcune di queste popolazioni, antenate degli attuali Nguni (che includono gli attuali Zulu, Xhosa, Swazi e Ndebele), si stabilirono presso le coste orientali. Altre, antenate degli attuali popoli Tswana, Pedi e Sotho (ma "cugine" degli Nguni), si stanziarono sul vasto altopiano dell'interno sudafricano. Altre ancora, antenate degli attuali Venda, Lemba e Tsonga, si fermarono nella regione più settentrionale dell'attuale Sudafrica (regione dell'odierno Limpopo).

Sappiamo anche che in alcune zone dell'Africa australe, tra cui anche in Sudafrica, sono state fatte scoperte sporadiche ma eccezionali di monete tardoromane e bizantine, segno che fin dalle prime immigrazioni bantu, questi nuovi popoli erano in contatto con le direttive commerciali dell'Oceano Indiano.

Legata in qualche modo a queste rotte commerciali è una società che sorse nell'XI secolo nel Sudafrica settentrionale presso i confini con l'odierno Zimbabwe. Era la città-stato di Mapungubwe. Tribù locali si erano aggregate per formare una comunità stanziale più grande, forse a causa dell'incremento di popolazione in quell'area fertile, alla confluenza tra due fiumi (lo Shashe e il Limpopo). Era una comunità basata sull'agricoltura e sul commercio, ma anche sulla stratificazione sociale, con tanto di nobili e di regnanti, una cosa impensabile per le arcaiche comunità khoesān. La ricchezza della classe regnante si alimentava con il commercio dell'oro e dell'avorio proveniente da qualche centinaio di chilometri più a nord (odierno Zimbabwe). L'epoca d'oro del regno di Mapungubwe fu tra il XII e il XIII secolo. Nelle sepolture reali di Mapungubwe sono stati ritrovati addirittura oltre 200 chili d'oro, tra cui bracciali, uno scettro e un poggiatesta, e oggetti di legno rivestito di lamine d'oro, come per esempio alcune statuine raffiguranti rinoceronti. I ricchi venivano sepolti con manufatti di questo tipo, oltre che altri oggetti in rame e con perle di vetro. Un altro fatto assolutamente nuovo per il Sudafrica di allora è che Mapungubwe, situato sulla cima di una collina, aveva mura di pietra che delimitavano certe abitazioni importanti, e l'abitato stesso. Le residenze delle persone importanti erano anche costruite su piani rialzati rispetto al selciato: appare addirittura che il suolo sulla cima della collina, circa duemila tonnellate di terra, fu trasportato lì artificialmente, in epoca peraltro non identificata. Insomma, anche se questa società non usava la scrittura e quindi non abbiamo fonti scritte su di loro, le scoperte archeologiche ci dicono che questa era la prima società dell'Africa meridionale strutturata in maniera altamente gerarchica, addirittura con un rapporto forse sacrale nei confronti della leadership, si ritiene. Inoltre, fatto che ha scompaginato gli studi su Mapungubwe, due degli undici scheletri studiati in loco sono geneticamente appartenenti all'etnia khoesān, ma sono sepolti nello stile bantu (rannicchiati abbracciandosi le ginocchia sul petto, e rivolti a ovest), e dagli oggetti con cui erano sepolti si capisce che erano di alto rango: forse, chissà, avevano antenati khoesān poi assimilati dai bantu. Comunque è un segno che quella era una società inclusiva, dove probabilmente i bantu avevano assimilato e non distrutto le popolazioni che vivevano in quelle terre prima del loro arrivo.

Nel XIII secolo, il regno di Mapungubwe era un centro di commercio avanzato per quella regione. Attraverso il fiume Limpopo, importava merci ed esportava oro e avorio verso i maggiori centri commerciali della costa sull'oceano (negli attuali Mozambico e Tanzania), dove a quell'epoca commerciavano mercanti arabi e dell'Oriente. Era una società basata su commercio, agricoltura, allevamento (avevano anche cani domestici oltre che bestiame, capre e pecore), manifattura di metalli, e che accumulava ricchezze e raccolto, con una popolazione che, sulla sola collina di Mapungubwe, doveva aggirarsi sui 5000 abitanti. Era insomma qualcosa che in Sudafrica non si era mai visto! Ma proprio quando toccò il suo apice, questa società cominciò il suo declino. Secondo gli studiosi fu un raffreddamento climatico, che portò con sé sempre più pesanti siccità in questa zona, che spinse la popolazione ad abbandonare Mapungubwe nel XIV secolo, lasciandosi dietro solo le ricche sepolture reali. La società di Mapungubwe non si estinse ma si trasferì a nord, dove c'erano terre ancora fertili e dove, si ritiene, contribuì all'espansione del Grande Zimbabwe.

Qui in Sudafrica, decaduto Mapungubwe, la popolazione continuò a vivere con piccole tribù bantu guidate da capi locali. I Khoesān, quelli almeno che volevano mantenere il loro plurimillenario stile di vita da cacciatori-raccoglitori (o al massimo pastori-raccoglitori, nel caso dei Khoekhoen), erano ormai relegati in determinate aree del Sudafrica dove i bantu non erano arrivati a stanziarsi stabilmente, cioè la parte più meridionale e quella più occidentale del Sudafrica. Ma anche le popolazioni bantu, pur vivendo con agricoltura, allevamento e fabbricando metalli (praticamente vivevano nell'età del ferro, come si dice in gergo), si erano per così dire adagiati alla tranquilla vita del mondo sudafricano, isolato dal resto del mondo: non c'erano qui regni centralizzati come in gran parte del resto dell'Africa, solo molte piccole tribù autosufficienti.

Invece, nel resto del mondo, le cose si muovevano sempre più velocemente. Terminato il Medioevo europeo, per gli Europei cominciava l'epoca delle grandi esplorazioni navali. Fu così che, per la prima volta nella storia, navi europee cominciarono ad arrivare fino alle coste sudafricane. I primi furono i Portoghesi. Nel 1488 la spedizione al comando di Bartolomeu Dias, alla ricerca di una via per le Indie, riuscì, dopo terribili tempeste che rischiarono di far disperdere le navi nel mezzo dell'oceano, a toccare le coste più meridionali del continente africano, prima di tornare indietro da dove erano venute. La seconda spedizione, nel 1497, fu quella al comando di Vasco da Gama, che a differenza della precedente riuscì a costeggiare le coste sudafricane da ovest a est, per poi risalire il continente africano a est. Nel Natale di quell'anno i velieri stavano costeggiando le coste sudafricane nordorientali, e per questo motivo Vasco da Gama diede il nome Natal a quelle coste. E quel nome è rimasto fino a oggi: oggi quelle coste fanno parte della provincia sudafricana del KwaZulu-Natal. I marinai portoghesi fecero solo brevi sbarchi sulle coste sudafricane, giusto come soste per rifocillarsi di acqua fresca tra una traversata e l'altra. Nel 1510, di ritorno dall'India diretti verso la loro madrepatria il Portogallo, i velieri al comando di Fancisco de Almeida gettarono le ancore presso la baia del Capo di Buona Speranza (nome datogli dal re del Portogallo perché oltrepassato quel promontorio si apriva la via tanto agognata verso le Indie), una baia non ideale per l'approdo a causa delle forti correnti, ma tuttavia il meglio che si potesse trovare lungo le coste sudafricane, rocciose e senza baie. Era una breve sosta mirata a rifocillarsi di acqua fresca, prima della traversata finale verso casa. Là incontrarono un clan di khoekhoen, il clan Goringhaiqua. Forse nel 1510 non era la primissima volta che questi khoekhoen vedevano navi portoghesi di passaggio; ma anche così, chissà cosa i Goringhaiqua pensarono di questi "alieni" mai visti prima a memoria d'uomo sulle loro terre, dalla pelle scolorita e che parlavano un linguaggio totalmente incomprensibile, dalle vesti e dagli strumenti spaventosamente elaborati, e che per giunta arrivavano dal mare, a bordo di giganteschi legni galeggianti, invece che camminando via terra! In ogni caso, dopo un inziale shock culturale e probabilmente molta diffidenza, i soldati portoghesi e un gruppo di guerrieri Goringhaiqua (si, anche i pastori khoekhoen avevano i loro guerrieri) si approcciarono per barattare ciò che ciascuno aveva. I portoghesi avevano tabacco e strumenti in ferro e rame, i khoekhoen sapevano dove procurarsi acqua potabile e avevano la carne fresca delle loro mandrie di bestiame. Dopo degli iniziali scambi amichevoli, pare che un portoghese cercò di imbrogliare un guerriero khoekhoen, che per tutta risposta lo prese a bastonate. Forse per vendetta, il giorno seguente (o il giorno stesso) alcuni membri dell'equipaggio di Almeida fecero una visita al villaggio khoekhoen, poco distante, e fecero razzia del loro bestiame e forse anche di alcune donne e ragazzine con la forza, tant'è che ci scappò anche un morto. Subito l'affronto, i guerrieri khoekhoen pianificarono il contrattacco. De Almeida era rimasto sulla spiaggia con il suo manipolo di un centinaio di uomini o poco più, senza nemmeno le scialuppe, che erano andate a fare rifornimenti di acqua al fiume. I Goringhaiqua decisero di attaccare lì. Moderne ricerche basate sulle fonti portoghesi hanno ricostruito che un centinaio di guerrieri khoekhoen armati di lance attaccarono con tattiche di guerra i soldati spiaggiati, uccidendo de Almeida e 64 dei suoi uomini, di cui 11 capitani. Il corpo di Almeida fu ritrovato più tardi quel pomeriggio e sepolto insieme agli altri presso la costa, dove oggi si trova Città del Capo. Il resto dell'equipaggio si guardò bene dal dichiarare guerra ai khoekhoen, e levò tristemente le ancore per tornare in Portogallo. Due anni dopo, nel 1512, un altro veliero portoghese fece scalo per rifornimenti nello stesso luogo. A bordo c'erano anche un capitano della spedizione di Almeida e un parente di uno dei soldati uccisi. Sul luogo della sepoltura decisero di erigere una croce, che fu il primo memoriale europeo in terra sudafricana.

Ironia della storia umana, quegli europei che occasionalmente cominciavano, una volta ogni paio d'anni, a sbarcare sul suolo sudafricano per poi ripartire senza lasciare insediamenti, erano discendenti di Homo sapiens partiti proprio dall'Africa meridionale 200.000 anni prima (come abbiamo visto nel post precedente). A pensarci bene, ci era voluto un tempo compreso tra i 400.000 e i 200.000 anni fa alla nostra specie per evolversi in quello che è oggi geneticamente, senza che ciò comportasse grandi cambiamenti nello stile di vita. Ma nello stesso lasso di tempo, da 200.000 anni fa all'ultimo mezzo millennio della nostra storia umana, è avvenuta un'evoluzione tecnologica incredibile, mai vista non solo sulla Terra, ma, almeno per quel poco che ne sappiamo oggi (in attesa di eventuali smentite future), nemmeno nel resto dell'universo. Non si ragionerà mai abbastanza sull'incredibile accelerazione tecnologica di cui la nostra specie umana è stata protagonista.

Ma torniamo a noi. Nel Cinquecento e Seicento, mentre i primi europei cominciavano a costeggiare via nave le coste sudafricane, molto più all'interno nel nord del Sudafrica si sviluppava una nuova civiltà autoctona, molto originale. Era la civiltà Bokoni. I Koni, secondo recenti studi, erano diverse popolazioni bantu che confluirono in una sola regione (attuale Mpumalanga, nel Sudafrica del nord) e, fondendosi le une con le altre, finirono per diventare una popolazione con proprie caratteristiche. Il nome Koni è stato dato loro in realtà in epoca moderna, affidandosi a tradizioni orali che tramandavano il ricordo di "gente Koni". Nel XVI-XVII secolo si organizzarono su un altopiano del Mpumalanga e cominciarono a costruire innovative coltivazioni a terrazza a forme circolari, delimitate da muriccioli in pietra. Anche le stradine (o sentieri) che collegavano tra loro i campi circolari e le abitazioni, erano delimitate da muretti in pietra, probabilmente per evitare che il bestiame che circolava andasse a finire nelle terrazze coltivate, e per "incanalarlo" invece verso i campi riservati a pascolo. Era anche una società metallurgica, per così dire, come gran parte delle tribù bantu. Forgiavano ferro e rame per fabbricare armi e strumenti.

Un'altra società autoctona che ebbe un certo successo, sempre nelle regioni settentrionali dell'interno del Sudafrica, fu a partire dal XV-XVI secolo quella di Kaditshwene, un centro che fungeva da capitale culturale delle genti Bahurutshe, una delle tribù bantu di etnia tswana. Fondata presso un sito di depositi di ferro e rame, Kaditshwene divenne un centro di manifattura dei metalli e di commercio. Divenne a tal punto un punto di riferimento per quell'area, che arrivò ad avere sui ventimila abitanti, un caso eccezionale nel Sudafrica precoloniale!

Questi esempi di società autoctone locali sono state scoperte per caso in epoca moderna dai colonizzatori. Ma chissà se c'erano altre comunità dai tratti originali che non sono state scoperte e ormai non verranno scoperte più. Comunque, al momento dell'arrivo dei colonizzatori, gran parte del Sudafrica settentrionale e orientale era cosparso di una miriade di tribù bantu, a volte in relazioni tra loro di commercio, a volte di guerra. Il resto del Sudafrica era popolato dai Khoesān.

Per tutto il Cinquecento e la prima metà del Seicento navi portoghesi, e in seguito anche inglesi, francesi, olandesi e danesi, percorrevano ormai il tratto di oceano a sud del Sudafrica, nelle loro rotte verso l'Asia. Spesso, durante il viaggio, sostavano temporaneamente nella baia del Capo di Buona Speranza o nella baia di Saldanha Bay, sulla costa sudoccidentale del continente, per fare rifornimento di acqua. I navigatori europei, però, di qualsiasi nazionalità fossero, non erano interessati a queste coste che a loro apparivano rocciose, selvagge e desolate, completamente senza porti commerciali e abitate solo da indigeni primitivi.

Ma tutto questo sarebbe cambiato dopo il 1647. In quell'anno, un equipaggio olandese stava facendo sosta per rifornimenti presso il Capo di Buona Speranza, ma una nave rimase incagliata nelle basse acque della piccola baia presso la Table Mountain (collina chiamata così per la sua curiosa cima piatta, come una tavola) e dovette essere abbandonata. Buona parte del suo ricco carico però (spezie e ricche mercanzie dall'Asia) era salvabile. Quindi si decise che, mentre le altre navi sarebbero ripartite per l'Olanda, 62 membri di quella nave sarebbero rimasti lì a proteggere il carico fino a quando nuove navi fossero tornate a riprenderli. Stettero lì circa un anno, trasportando il carico a terra e costruendo un rudimentale accampamento. La loro esperienza con i Khoekhoen fu decisamente migliore di quella che avevano avuto i portoghesi di Almeida quasi un secolo e mezzo prima. Con loro barattarono carne fresca, e poi fecero anche esperienza di caccia loro stessi. Quando un anno dopo, nel 1648, un'altra spedizione olandese passò a recuperarli, questi naufraghi fecero una petizione affinché si potesse stabilire un piccolo insediamento presso quella baia, come punto di appoggio per le spedizioni di passaggio e che intrattenesse relazioni oneste e pacifiche con gli indigeni della zona, come avevano fatto loro. Fu così che nel 1652 la Compagnia olandese delle Indie orientali inviò una nuova spedizione, al comando di Jan van Riebeek, con l'esplicito compito di fondare una stazione di scalo e rifornimento per le navi olandesi nella rotta da e verso le loro colonie nelle "Indie orientali" (attuali Indonesia e Malaysia). Sarebbe diventato il primo nucleo di Città del Capo, il primo insediamento europeo in Sudafrica. Ma qui cominciava la storia degli Europei in Sudafrica, che potrò eventualmente affrontare un'altra volta. Questo post invece è dedicato ai Bantu. Ma che fine avevano fatto le tribù bantu, mentre gli Europei colonizzavano la punta meridionale sudafricana?

Come abbiamo detto prima, le varie popolazioni di diverse etnie che condividevano lingua e cultura bantu, popolavano da secoli ormai l'area del Sudafrica settentrionale e orientale. Erano miriadi e miriadi di diverse tribù, che afferivano a diverse etnie. Vivevano tutte con uno stile di vita da età del ferro, cioè erano strutturate in maniera tribale con un capo tribù, coltivavano la terra e allevavano capi di bestiame, producevano strumenti di terracotta, fabbricavano o barattavano metalli che venivano utilizzati per strumenti o armi, non usavano la scrittura e tramandavano oralmente le proprie conoscenze, come avevano fatto i loro antenati da sempre. Qualcuna di queste tribù si distingueva per tratti di originalità o di ricchezza, come per esempio i Bahurutshe o i Koni, che abbiamo visto prima. Alcune tribù erano più dedite al commercio o al baratto di altre. Ma questo equilibrio, che durava sostanzialmente invariato da un millennio, era destinato a crollare presto.

Il fattore scatenante fu l'incremento demografico. Secondo recenti teorie, una importante concausa iniziale fu l'importazione del mais sulle coste del Mozambico da parte dei Portoghesi. Il mais si dimostrò una coltivazione molto più produttiva di quelle locali, e che richiedeva anche meno manodopera per la sua piantagione e la sua cura. Questa nuova coltivazione, introdotta dalla fine del Seicento, nel corso di un secolo produsse un incremento demografico della popolazione costiera, dal Mozambico al Sudafrica nordorientale. Allo stesso tempo però, il mais richiedeva anche una maggior quantità di acqua e la disponibilità di grandi aree di terreno adatto alla piantagione, rispetto alle altre coltivazioni. Nei primi anni dell'Ottocento si verificò una siccità nel Natal, la regione costiera del Sudafrica nordorientale. La popolazione delle numerose tribù locali, spesso in forte rivalità tra loro, a causa di questa siccità si venne a trovare improvvisamente in situazione di sovrannumero rispetto alle risorse agricole venute a mancare. Fu come una miccia che fece esplodere lo scontro, che covava sotto la cenere.

In tutto questo va detto che dalla fine del Settecento le coste del Natal cominciavano a veder apparire talvolta navi inglesi in missioni esplorative, dal momento che nel frattempo il Sudafrica meridionale, con capitale Città del Capo, era diventato colonia inglese (come ciò avvenne non riguarda questo post, magari un post futuro). Un giorno dei primi anni dell'Ottocento, si dice, una spedizione di avventurieri inglesi di passaggio venne notata da un capotribù di nome Dingiswayo, il quale studiò i fucili e l'assetto militare di quella pattuglia esplorativa e decise di cercare di strutturare il proprio clan su quel modello. Dingiswayo era appena asceso a capo di una coalizione che includeva circa una trentina di tribù bantu di etnia Nguni, chiamata confederazione Mtetwa (mtetwa in bantu significa "colui che governa"). L'ambizioso Dingiswayo si mise in testa di portare la confederazione Mtetwa a soggiogare i popoli vicini per primeggiare sulla regione, sul modello di ciò che aveva fatto pochi decenni prima il clan nguni degli Swazi, poco più a nord, il cui capotribù si era imposto sugli altri clan confinanti fondando il regno dello Swaziland. Dingiswayo strutturò i guerrieri della confederazione Mtetwa secondo una catena di comando e si preparò a portare guerra nella regione.

Intorno al 1810 Dingiswayo stipulò un'alleanza tra gli Nguni della confederazione Mtetwa e gli Tsonga del nord, alleanza attraverso cui la confederazione cominciò a commerciare lucrosamente in avorio e altri beni con le colonie portoghesi delle coste mozambicane. Forse fu grazie a questo commercio che Dingiswayo riuscì a fornire regolarmente i suoi guerrieri di fucili, una novità questa per le tribù bantu sudafricane. Contemporaneamente, cominciò ad attaccare le tribù vicine che si mantenevano indipendenti dalla confederazione Mtetwa, affidando i raid ai suoi ufficiali, tra cui si distinse il giovane Shaka. In quello che si ritiene uno dei primi di questi raid, Shaka attaccò la tribù amaNgwane, espellendone gli abitanti da quel territorio. Gli amaNgwane scapparono vagando in altri territori, venendo a scontrarsi con altre tribù in un effetto domino che si ripeterà sempre di più negli anni successivi, e di cui parleremo tra poco.

La nuova aggressiva politica della confederazione Mtetwa intralciava i commerci e gli interessi di una potente tribù delle colline poco più a nord (proprio a metà strada tra la confederazione Mtetwa e le colonie portoghesi), gli Ndwandwe. Non passò molto, e tra Mtetwa e Ndwandwe fu guerra. Ma in un tentativo di invasione del territorio nemico, nel 1817 Dingiswayo fu catturato e decapitato per ordine del re degli Ndwandwe, Zwide. Con la morte di Dingiswayo la confederazione Mtetwa rischiò di sfaldarsi, ma le sue tribù si riorganizzarono affidandosi alla guida di Shaka, il più in gamba tra i generali di Dingiswayo. Shaka kaSenzagakhona (figlio di Senzagakhona) era il capo di un piccolo clan ininfluente, gli Zulu. Ma aveva dimostrato il suo valore di guerriero sul campo e adesso era il suo turno di salvare la confederazione dalla sconfitta. Avendo imparato da Dingiswayo, Shaka potenziò ancora di più l'assetto militare dei suoi guerrieri. Fece costruire delle nuove armi: una lancia corta con una lunga punta, e un grande e pesante scudo di cuoio. Il lato sinistro dello scudo serviva per agganciare il nemico, per poi pugnalarlo con la destra alle costole. Secondo le fonti tramandate oralmente, Shaka addestrava i suoi guerrieri a lottare a piedi nudi e a percorrere correndo 50 miglia su terreni caldi e rocciosi in meno di 24 ore; inoltre impose un sistema di vita comunitaria basato sul celibato per i guerrieri. La ferrea disciplina e il combattimento corpo a corpo caratterizzavano quindi il suo esercito, visto che anche l'importazione dei fucili, fortemente voluta da Dingiswayo, non poteva avvenire più così facilmente in una situazione di guerra permanente in cui la confederazione Mtetwa veniva tagliata fuori dalle vie commerciali che conducevano alle colonie portoghesi.

Shaka era il nuovo capo della confederazione Mtetwa, ma soprattutto era il capotribù degli Zulu, e in un mondo tribale come quello dei bantu, la propria tribù viene prima di tutto. Fu così che, ai nemici sconfitti, Shaka concedeva la possibilità di unirsi agli Zulu e i nuovi soldati conquistati venivano così considerati zulu a tutti gli effetti. Le tribù che invece rifiutavano di sottomettersi venivano scacciate dalle loro terre o sterminate: questa sorte toccò a ben una sessantina di tribù nel Natal, nel volgere di pochi anni. Appena tre anni dopo l'uccisione di Dingiswayo, i rapporti di forza con i Ndwandwe si erano ormai capovolti: nel 1820 Shaka e il suo esercito zulu sconfissero definitivamente il re Zwide e distrussero la capitale degli Ndwandwe. Ora Shaka aveva conquistato il predominio assoluto sulla regione. E grazie a lui gli Zulu, prima un piccolo clan, erano diventati ora il gruppo dominante nel nordest del Sudafrica, una vera e propria nazione. Shaka, lasciata perdere la confederazione Mtetwa, strutturò i suoi domini come un regno zulu, di cui lui e i suoi successori erano i regnanti assoluti. Ora il regno zulu si estendeva su 2000 chilometri quadrati, con 250.000 sudditi. Ma la spietatezza con cui venivano trattate le tribù ribelli (pare che gli Zulu consentissero solo alle donne e ai bambini di rimanere, mentre i guerrieri venivano uccisi o si davano alla fuga, sfogando a loro volta su altre tribù il medesimo trattamento che loro avevano subìto) provocò un effetto a valanga che ebbe conseguenze non solo nella regione del Natal, ma anche al di fuori: fu il fenomeno denominato Mfecane.

Si ritiene che il termine mfecane derivi da una parola zulu che raggruppa i significati di "schiacciare", "disperdere con la forza" e "migrazione forzata". Il termine venne introdotto solo nel Novecento per descrivere il periodo di disordini e migrazioni di popoli avvenuti nella prima metà dell'Ottocento. Come abbiamo visto, la tattica guerresca di Shaka, prima come generale di Dingiswayo e poi come capo militare, era di assalire i clan ribelli e disperderne con la forza i suoi abitanti. Alcuni studiosi ritengono che in genere le donne e i bambini venissero tenuti, per essere assimilati agli Zulu, mentre ad andarsene fossero i maschi adulti sopravvissuti. Questa tattica sistematica mise in movimento prima decine, e poi centinaia e centinaia di profughi guerrieri, che scappando dagli Zulu andavano a scontrarsi con altre tribù. Questi profughi guerrieri applicavano spesso la medesima tattica che loro avevano subito da parte di Shaka: assalivano altre tribù costringendole ad andarsene per occupare il loro territorio, e queste altre tribù finivano per scontrarsi con altre alla ricerca di un nuovo luogo dove insediarsi. Alla fine si ebbero effetti a catena devastanti, e tutta la regione del Sudafrica nordorientale fu percorsa da guerre tribali e da migrazioni di popoli. Bisogna tornare indietro di un millennio, all'epoca delle grandi migrazioni bantu, per osservare un qualcosa di simile nell'Africa australe. Si stima che le vittime dello mfecane si aggirino tra 1 milione e 2 milioni di morti in appena un quarto di secolo (più o meno dal 1815 al 1840).

Non tutto fu una catastrofe. I clan Xhosa per esempio, di etnia Nguni (come il clan Zulu e gli altri della ex confederazione Mtetwa) che vivevano sulle coste orientali più a sud (e che in quell'epoca già dovevano far fronte all'espansionismo degli Inglesi da Città del Capo), accolsero i profughi in fuga da Shaka e li integrarono pacificamente nella loro società. Ma altrove non andò così. Alcune tribù migrarono anche molto lontano, fino agli attuali Mozambico, Zimbabwe, Zambia e Malawi, portando nuovi scontri dove arrivavano. I clan delle montagne dei Drakensberg si allearono tra loro in funzione anti-Zulu e si trincerarono sulle loro inaccessibili montagne, fondando il regno del Lesotho. Le tribù bantu di etnia Tswana a cavallo tra Sudafrica e attuale Botswana (tra cui anche i Bahurutshe, cui abbiamo accennato prima come una delle società autoctone precoloniali), già da decenni avevano cominciato a sperimentare scontri a causa delle risorse venute a scarseggiare; ora l'effetto domino dello mfecane raggiunse anche quella regione, pur essendo lontana dai domini zulu.

Chi semina vento raccoglie tempesta, si dice. Così avvenne per Shaka, che venne assassinato a circa 40 anni d'età da un complotto ordito da due suoi fratellastri. Il fratellastro Dingane si prese il dominio sugli Zulu, e quello zulu divenne un vero e proprio regno ereditario, il più forte della regione. Ma il tessuto sociale precedente, basato sul sottile equilibrio tra una miriade di tribù, era stato disintegrato dalla mfecane. Secondo alcuni storici, questo favorì ancor più la colonizzazione da parte degli Inglesi. Il regno zulu (o impero zulu, come qualcuno lo chiama) rimaneva nella regione l'unico interlocutore dei nuovi aspiranti colonizzatori, e il suo atteggiamento bellicoso non giocava certo a suo favore. Gli Zulu infatti, finendo per scivolare nello scontro a causa di giochi diplomatici falliti, fecero il gioco degli Inglesi, che in quel periodo storico erano l'impero più potente del mondo e avevano tutto da guadagnare in uno scontro diretto. Qui la farò breve, essendo argomento che sarebbe da inquadrare nel Sudafrica coloniale, ma basti dire che prima della fine dell'Ottocento le popolazioni native del Sudafrica, khoesān o bantu che fossero, inclusi gli Zulu, vivevano ormai in una colonia inglese e in parte in una colonia boera (i Boeri erano i discendenti dei coloni olandesi di Città del Capo, migrati nelle regioni interne del Sudafrica).

Con buona pace dei Khoesān, che si erano ritirati nelle zone più remote e desertiche, in gran parte oltre i confini della Namibia e del Botswana, oppure erano stati "assimilati" andando a ingrossare le fila di quella casta sociale meticcia che poi sarebbe stata pesantemente oppressa durante il regime di apartheid, le loro vaste e ricche terre ancestrali che per centinaia di migliaia di anni erano rimaste isolate dal mondo, alla fine erano state invase, del tutto all'improvviso, senza preavviso, dalla modernità. Oggi rimangono poche migliaia di Sān "puri" (non mescolatisi con altre genti), in comunità isolate prevalentemente in Botswana.

E i popoli bantu? Nel Novecento hanno subito sulla propria pelle le discriminazioni da parte del regime razziale dei governi sudafricani bianchi, l'apartheid. Ma dopo il 1994, con la nascita della democrazia in Sudafrica, hanno riacquistato la libertà e per loro si è aperta una nuova epoca. Oggi in Sudafrica, soprattutto dopo la fondazione dell'Unione Africana nel 2002, si parla di nuovo panafricanismo e di agenda politica di black power, cioè di trasferire sempre più alla popolazione nera il potere decisionale ed economico del loro Paese. Questa, nonostante tutte le crisi economiche e i cambiamenti degli assetti socioeconomici precedenti che ciò comporta e comporterà, è in sostanza la nuova "primavera nera" dei popoli bantu, che giunsero per la prima volta in Sudafrica un millennio e mezzo di anni fa. Oggi non più divisi in tribù, ma uniti in un unico Paese, la Repubblica del Sudafrica.