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mercoledì 29 maggio 2024

STORIE CINESI: dal Paleolitico all'Età del Bronzo

Questo è un post che riguarda i periodi preistorici del paleolitico e del neolitico in Cina, in cui avvennero passaggi fondamentali che condussero, nel giro di migliaia di anni, verso l'antica civiltà cinese. È una cavalcata affascinante perché ci permetterà di vedere come quella antica civiltà non sorse da un giorno all'altro, ma attraverso migliaia di anni di graduale progresso, in epoche preistoriche in cui perfino le antiche civiltà egizia e sumerica non erano ancora sorte. Tuffiamoci quindi in questo affascinante viaggio. 

Come abbiamo visto nel precedente post, la catastrofica eruzione del supervulcano di Toba, attorno al 75.000 avanti Cristo, aveva provocato non solo morte e distruzione in una vasta area del sudest asiatico, ma aveva anche esacerbato ancora di più le condizioni di raffreddamento globale già in atto durante periodi altalenanti di ere glaciali. E ciò aveva veramente portato sull'orlo dell'estinzione la giovane specie umana. Le comunità di cacciatori-raccoglitori Homo sapiens che già erano immigrati e vivevano in Cina a quel tempo, si estinsero gradualmente quindi per le conseguenze di quel cataclisma: nel giro di migliaia di anni andarono incontro all'estinzione a causa delle proibitive condizioni di vita durante la glaciazione post-cataclisma e all'assenza di nuove immigrazioni. È infatti accertato dagli studi genetici che tutta la popolazione mondiale attuale, di oltre 8 miliardi di persone, si evolse da pochissime migliaia di umani sopravvissuti (dai tremila ai diecimila individui appena) che provenivano dall'Africa, non da altri continenti. Quindi non è forse un'esagerazione dire che la storia di tutti noi umani esistenti oggi comincia veramente a partire da 70.000 anni fa, da quei sopravvissuti africani.
Nel sito di Dadiwan, su un altopiano nella provincia di Gansu nella Cina centro-occidentale, sono state ritrovate pietre scheggiate da mano sapiens, risalenti a un arco di tempo dagli 80.000 anni fa ai 60.000 anni fa. Ciò significa che esistevano già umani in Cina a quell'epoca, comunità che sopravvissero anche per alcune migliaia di anni alla glaciazione successiva alla catastrofe di Toba, ma che alla fine sparirono col tempo, senza lasciare traccia genetica negli umani successivi. Questo fu molto probabilmente il destino di altri gruppi isolati di ominidi che vivevano in Cina a quel tempo, come per esempio l'Uomo di Denisova, come vedremo tra poco.

Nel frattempo, i discendenti dei sopravvissuti in Africa ripresero a uscire nuovamente dal continente africano espandendosi verso altre terre. Va detto che non si trattava di viaggi esplorativi, ma di movimenti di gruppi umani che si spostavano per trovare nuove risorse, essendo gruppi di cacciatori-raccoglitori non stanziali, cioè che sostavano in un territorio soltanto fino a quando le risorse di quel territorio potevano sostenerli, dopodiché si spostavano in nuovi territori, come era la norma allora. Quindi migravano in nuove terre molto gradualmente, nel giro di generazioni. Come avevano fatto da sempre gli ominidi più arcaici, anch'essi non vivevano in capanne, ma in ripari naturali come le grotte, o all'aperto o in ripari temporanei, perché non essendo stanziali non avevano bisogno di capanne permanenti. Ovviamente, come i loro antenati da molte decine di migliaia di anni, padroneggiavano l'uso del fuoco, che usavano per cuocere la carne degli animali cacciati, per scaldarsi e per difendersi dalle fiere feroci, e attorno al fuoco si ritrovavano la sera per condividere racconti, storie ed esperienze, sviluppando sempre di più la profondità simbolica del loro linguaggio e anche il senso della loro comunità.
Si ritiene che arrivarono nell'attuale Cina attorno a 50.000 anni fa, all'inizio della fase più recente del Paleolitico, chiamata paleolitico superiore.
Particolari ed enigmatiche scoperte in due siti nel sud della Cina, nella grotta del Cervo Rosso e nella grotta di Longlin, attestano la presenza di umani dall'anatomia arcaica, anche se i fossili risalirebbero a 15.000 anni fa. Recenti analisi del DNA effettuate nel 2022 hanno suggerito che si trattasse dei discendenti dei primi sapiens immigrati qui forse 50.000 anni fa, o forse ancora prima della catastrofe di Toba, oltre 100.000 anni fa, e rimasti poi isolati sulle montagne mantenendo quindi il loro aspetto anatomico arcaico fino a 11.500 anni fa, quando si estinsero senza essere entrati in contatto con i nuovi umani arrivati nella regione. Ma allo stato attuale quei resti sono destinati a far discutere la comunità scientifica ancora a lungo.
Invece, a partire dal 45.000 a.C circa risale, come abbiamo visto nello scorso post, un deposito di strumenti in pietra scheggiati a Nwya Devu, a ben 4600 metri di altitudine sull'altopiano del Tibet. Lo stile di scheggiatura qui ha caratteristiche simili ad altri siti quasi contemporanei tra il sud della Siberia e la Mongolia, quindi si ritiene che si trattò di una migrazione umana che arrivò in questa regione quasi 50.000 anni fa provenendo dal Medio Oriente e aggirando la catena montuosa dell'Himalaya da nord. Pare che a quel tempo le condizioni climatiche in Tibet fossero più miti di quelle che sono oggi. I paleoantropologi ritengono che gli umani della comunità di Nwya Devu, che durò fino a circa 30.000 anni fa, fossero gli antenati dei moderni tibetani. È anche interessante sapere che fino a 45.000 anni fa sull'altopiano del Tibet, anche se molto lontano da Nwya Devu, vivevano ancora gli ultimi Homo Denisova, come attestato dal DNA ritrovato nella grotta di Baishiya, nella contea di Xiahe (come ho accennato nello scorso post). Ma dalle ricerche genetiche pare comunque assodato che i Sapiens di 45.000 anni fa nuovi arrivati in Cina non si ibridarono con i Denisova, come invece avvenne nel sudest asiatico (attuali Indonesia e Papua Nuova Guinea), forse perché i Denisova cinesi erano l'ultimo sparuto gruppo di una comunità in estinzione, mentre in Indonesia c'erano probabilmente ancora comunità Denisova più cospicue.
Un'altra comunità di cacciatori-raccoglitori, risalente a partire dal 43.800 a.C., è stata recentemente scoperta nel sito di Shiyu, nella Cina settentrionale nella provincia di Shanxi. I resti di ossidiana, di punte di frecce o lance in pietra e in osso, di punteruoli, di un disco di grafite perforato, ci permettono di capire che si trattava di una comunità di esperti cacciatori di cavalli selvatici, che producevano armi e strumenti avanzati per l'epoca.
Ci fu poi una differente ondata migratoria di sapiens che, passando dall'attuale India, raggiunse la Cina da sud. Al confine meridionale della Cina, a Xiaodong, è attestata la presenza umana al 41.500 a.C. Si tratta di una cultura litica con caratteristiche simili comuni a quell'area, tra la Cina meridionale e l'attuale Thailandia, a cui è stato dato il nome di "cultura Hoabinhiana".
Intorno al 40.000 a.C. altri gruppi umani vivevano al nordest della Cina, come testimoniano i frammenti ossei ritrovati nella grotta di Tianyuan, non lontano dalla attuale Pechino.

Già allora quei gruppi umani avevano sviluppato un loro universo simbolico e delle loro espressioni artistiche (come avvenne intorno a questo periodo preistorico anche in altre regioni del mondo, incluso in Europa), come è attestato dalla recente scoperta nel sito di Xiamabei (Cina settentrionale) di tracce di ocra (che si ritiene fosse usata nella preistoria per la pigmentazione di oggetti e anche del corpo umano, con motivazioni simboliche o rituali) risalenti al 38.000 a.C., o ai ritrovamenti di segni lineari scolpiti su pietre nel sito di Shuidonggou, sempre nella Cina settentrionale, risalenti a partire dal 34.000 a.C. Si ritiene inoltre che queste fossero società principalmente egualitarie, cioè senza gerarchie, come era la norma nelle comunità di cacciatori-raccoglitori. 

Con l'approssimarsi del cosiddetto "Ultimo massimo glaciale", a partire all'incirca dal 25.000 a.C., il clima tornò nuovamente a diventare più freddo e arido in tutto il pianeta. La Cina centro-settentrionale diventò una fredda steppa semi-arida, con neve perenne nelle zone più a nord e temperature che precipitarono di diversi gradi, per migliaia di anni.
Nei siti archeologici della Cina centro-settentrionale risalenti a quest'epoca si osserva che quegli umani cominciarono a scheggiare pietre e ossa sempre più appuntite, tanto da poter essere usate come una sorta di grossi aghi per poter cucire grossolani vestiti con cui ripararsi dal freddo. Con la stessa tecnica affilavano pietre e ossa che venivano usate come punte di lance o frecce. Uno dei più antichi siti in Asia orientale dove sono state rinvenute tali "microlame" (come vengono chiamate dagli archeologi) è a Shizitan, nella provincia dello Shanxi lungo la vallata del Fiume Giallo, dove risalgono a partire dal 24.000 a.C.

Secondo recenti ricerche genetiche, sarebbe stato proprio in quel periodo, a causa delle condizioni climatiche glaciali, che si diffuse una mutazione di un allele di una proteina nel corredo genetico delle popolazioni dell'Est asiatico. In un clima molto freddo e senza sole, soprattutto nelle regioni settentrionali, questa mutazione avrebbe aiutato la sopravvivenza della vitamina D nel latte prodotto dalle ghiandole mammarie degli individui femminili e avrebbe prodotto effetti secondari a livello morfologico, tra cui una pelle più lubrificata e con più numerose ghiandole sudoripare, ridotto grasso mammario (seni più piccoli), mento più piccolo e diametro dei capelli più spesso. Si tratta dei caratteri tuttora presenti nelle moderne popolazioni dell'Est asiatico: recenti analisi genetiche hanno confermato la presenza della mutazione di quell'allele nel DNA degli Asiatici orientali del giorno d'oggi, oltre che delle popolazioni native americane (che migrarono per la prima volta sul continente americano dall'Est asiatico proprio attorno a quell'epoca). Quindi, tutto sarebbe nato da una mutazione nel buio e nel freddo durante la glaciazione nel nordest asiatico, in una popolazione che poi si sarebbe diffusa in tutto l'Estremo Oriente: si trattò di un caso "fortuito" quindi, il che spiegherebbe perché gli umani europei di quell'epoca non svilupparono i tratti asiatici, nonostante l'Europa fosse in condizioni climatiche analoghe e gli umani europei di allora vivessero in modo simile a quelli asiatici.
Ma se le condizioni glaciali erano simili in Europa e in Asia (non per nulla l'Eurasia in realtà è un unico continente), come mai gli occhi "a mandorla", il naso piatto e la corporatura piccola e snella si svilupparono negli Asiatici e non negli Europei? Perché, ritengono i ricercatori, l'Europa era esposta già allora a un maggiore rimescolamento genetico con popolazioni provenienti dal nord Africa e dal Medio Oriente, mentre l'Asia nordorientale, soprattutto durante la glaciazione rimase molto più isolata geneticamente. Questo portò a leggere varianti evolutive a quell'epoca (oltre 20.000 anni fa) tra le popolazioni indoeuropee (dell'area europea e mediorientale) e le popolazioni dell'Est asiatico. Ma va sottolineato che non si trattò di differenze genetiche (il genoma della nostra specie rimase invariato), semplicemente di adattamenti somatici a circostanze ambientali diverse e al contatto o meno con diverse popolazioni.

Fatto sta che alla fine dell'"Ultimo massimo glaciale", 20.000 anni fa, gli umani in Cina emersero dalla glaciazione molto probabilmente già con i tratti somatici che contraddistinguono i Cinesi di oggi. E non solo. Un altro elemento caratteristico della futura civiltà cinese nacque anch'esso in questo periodo.
Risalgono infatti all'incirca al 18.000 a.C. i ritrovamenti più antichi al mondo di contenitori in terracotta, usati per cuocere il cibo.
Fino a qualche anno fa si pensava che i primi utensili in terracotta risalissero all'età neolitica (10.000 a.C.), con l'inizio dell'agricoltura. Ma queste scoperte hanno dimostrato che in Cina il loro utilizzo avvenne ben prima e che essi venivano utilizzati già da società non stanziali di cacciatori-raccoglitori. Si trattò della prima volta (la prima di altre successive) in cui gli antichi Cinesi anticiparono le invenzioni fatte in altre parti del mondo, e in questo caso di un bel po', di diverse migliaia di anni (per quanto ne sappiamo oggi)! Va anche detto però che nello stesso periodo (18.000 a.C.), nel Medio Oriente (in particolare nell'attuale Israele) c'erano già tracce di insediamenti sedentari, cosa che non è stata (ancora) scoperta in Cina per quanto riguarda quelle epoche. Anche se la scoperta dell'uso di terracotta potrebbe essere un segno di sedentarietà. Spetterà alla ricerca archeologica fare più luce a riguardo.
A cosa si deve la "precocità evolutiva" della Cina, come la fabbricazione di terracotta già 20.000 anni fa? Probabilmente la Cina fu favorita dal fatto di avere due grandi fiumi (lo Yangtze e il Fiume Giallo) e una vastissima e fertile piana alluvionale che si estendeva nelle regioni comprese tra i due, che si prestava benissimo come area abitabile e (più tardi) coltivabile. Insomma, la geografia giocò un ruolo fondamentale nello sviluppo delle società cinesi fin dal paleolitico. Tutto ciò che avvenne nel giro di pochi millenni anche nella "mezzaluna fertile" della Mesopotamia. Forse in Cina avvenne un po' prima per caso, o forse perché le pianure fertili erano molto più estese che quelle della Mesopotamia. Ma qui si entra nell'ambito delle congetture.
Si hanno resti di terracotta con segni di cottura su fuoco nella grotta di Xianren, presso il fiume Yangtze nella provincia di Jiangxi, risalenti appunto a partire dal 18.000 a.C. Reperti simili, risalenti a partire dal 16.300 a.C., sono stati trovati anche nella Cina meridionale, nella grotta di Yuchanyan nello Hunan. Altri ritrovamenti di terracotta risalenti a quegli ultimi millenni del paleolitico compaiono in diversi siti in Cina, anche se in piccole quantità, il che ha fatto sorgere alcune teorie secondo cui quelle tazze di terracotta forse fossero usate non quotidianamente, ma in particolari riti della comunità.

Attorno al 14.000 a.C., il clima in Cina divenne ancora più caldo e umido, con un'intensificazione dei monsoni e delle piogge. Questo provocò un'estensione verso nord delle aree dove cresceva riso selvatico, fino a raggiungere, a nord, la vallata del fiume Yangtze. Risalenti a quei millenni sono i resti di riso selvatico accanto a frammenti di terracotta, in siti archeologici in diverse zone della Cina. A quel tempo il riso veniva solo raccolto, non coltivato, ma queste scoperte testimoniano che esso cominciava già a diventare una parte integrante della dieta di quegli antichissimi Cinesi. Sono stati ritrovate anche pietre che venivano usate per macinare i semi di alcune piante come il miglio selvatico, che in seguito, millennio dopo millennio, quegli antichi abitanti avrebbero cominciato a coltivare (senz'altro fu un processo lento che avvenne tra prove ed errori, prima che la coltivazione divenisse un metodo di vita). Accanto al riso selvatico e al miglio, essi mangiavano altri vegetali e frutti che raccoglievano da piante selvatiche, e cacciavano animali che popolavano la Cina di allora, quali cervi, cinghiali, bufali, antilopi, pesci, e perfino struzzi.
Fu probabilmente in quello stesso periodo, se non prima, che avvenne in Cina la domesticazione del cane, a partire dal lupo della Mongolia. Il motivo della domesticazione è semplice: i cani (che nei primi millenni dovevano apparire molto simili ai lupi selvatici) aiutavano gli umani nella caccia e nella protezione delle comunità di cacciatori-raccoglitori dai pericoli esterni.

Dopo un altro piccolo intermezzo di una mini era glaciale, che nella Cina centro-settentrionale sarebbe durata uno o due millenni (mentre la Cina meridionale ne rimase immune), il clima tornò a scaldarsi di nuovo. E cominciò una nuova, importante era: nel 9700 a.C. si fa convenzionalmente iniziare l'epoca geologica dell'Olocene, in cui ci troviamo tuttora.
Ed è a partire da quel periodo che le cose per gli umani cominciarono a cambiare profondamente. Finiva il paleolitico e iniziava il neolitico. Si trattò di un processo graduale durante il quale le comunità di cacciatori-raccoglitori cominciarono a poco a poco a vivere in maniera sempre più stanziale, fermandosi negli stessi luoghi per periodi sempre più lunghi fino a che vi si fermarono in modo permanente.
Dalle scoperte, pare che all'interno della Cina ciò avvenne inizialmente nella Cina centro-settentrionale.
Presso il sito di Donghulin, a 50 chilometri a sud del centro di Pechino, sono state trovate pietre usate per macinare granaglie e ghiande e tritare vegetali, risalenti a partire dal 9000 a.C. Questo è un forte indizio di una comunità stanziale o semi-stanziale. Infatti, queste pietre sono molto più grosse e pesanti delle microlame (che comunque rimanevano in uso anche in questo periodo), e molto più difficili da trasportare: ciò significa che venivano usate da una comunità che non si spostava continuamente, ma rimaneva nello stesso luogo per periodi lunghi. Inoltre nello stesso sito sono state trovate tracce di uso del fuoco in buche nel terreno, e addirittura di sepolture. Quest'ultimo fatto è molto importante: è il segno che queste comunità, che stavano diventando gradualmente semi-stanziali, non abbandonavano più i propri morti, come avviene nel mondo animale e come avveniva tra gli ominidi più arcaici, ma li seppellivano vicino a dove i viventi cominciavano a stabilirsi per più lunghi periodi. Insomma, detto in modo superficiale erano i primi cimiteri. E chissà se collegate alla sepoltura ci fossero già credenze legate al soprannaturale, come al giorno d'oggi. È altamente probabile. 
Scoperte ancora più importanti sono avvenute a Nanzhuangtou, a 150 chilometri a sudovest di Pechino. Accanto a resti di miglio selvatico, ci sono anche tracce di coltivazione del miglio già dall'8500 a.C. Si tratta di una delle testimonianze più antiche di domesticazione delle piante. Questo significa che già allora gli umani di quell'area si erano stanziati a vivere in quel luogo per periodi più lunghi di quanto mai fatto prima. Al termine di un processo selettivo probabilmente durato migliaia di anni, avevano "inventato" come piantare semi e far crescere piante di miglio in modo controllato, per il sostentamento della comunità. Nello stesso sito sono state trovati resti di terracotta risalenti all'8200 a.C., e si è trovata evidenza dell'allevamento di cani (un cranio di cane, differente da quello di un lupo selvatico) risalente all'8000 a.C. Sono inoltre stati trovati resti decomposti di pali di legno, che fanno supporre l'esistenza di strutture abitative come rudimentali capanne. I cacciatori-raccoglitori avevano da sempre vissuto in ripari naturali come le grotte o in ripari di fortuna, perché non stando fermi in un posto non avevano bisogno di capanne permanenti. Ora la situazione, lentamente e gradualmente, cominciava a cambiare.
Tra l'altro, i due siti di Donghulin e Nanzhuangtou distano appena un centinaio di chilometri l'uno dall'altro, a sud della attuale Pechino, ed erano luoghi abitati contemporaneamente durante gli stessi millenni. Quindi questa zona, cosparsa di foreste umide con molta cacciagione, dai cervi ai cinghiali, era un'area piuttosto popolata e in cui le buone condizioni di vita condussero a innovazioni fondamentali nello stile di vita, tra cui appunto l'inizio della domesticazione e una vita semi-stanziale, anche se lo stile di vita di cacciatori-raccoglitori continuò ancora per alcuni millenni: non ci fu una cesura netta tra i due stili di vita, ma un graduale cambiamento, e per lungo tempo quelle comunità vissero con uno stile di vita misto tra i due, per così dire.

Molto più a ovest, lungo il medio corso del fiume Yangtze nell'odierno Hunan, si sviluppò la cosidetta "cultura" di Pegtoushan, dove sono state trovate tracce di riso domesticato risalenti tra l'8200 e il 7800 a.C., tracce che rappresentano la più antica domesticazione del riso in Cina. Si comincia a parlare di "culture" nel senso di comunità stanziali e semi-stanziali in siti vicini l'uno all'altro che condividevano caratteristiche comuni, probabilmente attraverso scambi reciproci e baratto.

Con l'VIII millennio a.C. iniziò in Cina il Neolitico. Si moltiplicarono diverse "culture" (nel senso che ho appena spiegato) e la nascita di villaggi che poco a poco vennero abitati in modo permanente. La differenza rispetto alla vita del paleolitico diventò sempre più evidente, come si capirà bene dai prossimi paragrafi. Devo premettere che il nome di ogni cultura è stato dato dagli archeologi moderni prendendo spunto dai nomi delle cittadine della Cina di oggi, perché ai tempi di quelle culture non esisteva ancora la scrittura, quindi non possiamo sapere che nome davano a se stessi, sempre che se ne dessero uno.
Va inoltre detto che durante questi millenni, anche la conformazione delle coste della Cina diventò sempre più simile a quella attuale: il riscaldamento climatico fece aumentare il livello del mare, che intorno all'8000 a.C. separò Taiwan dalla Cina continentale (prima Taiwan era collegata alla terraferma), e poi entro il 5000 a.C. sommerse un'enorme piana alluvionale alla foce del Fiume Giallo, piana che divenne quello che oggi è il mare che separa la costa cinese dalla penisola coreana (Mar Giallo).

Molto più a sud, nel sito di Shangshan, nella Cina orientale (a poche centinaia di chilometri dalla grotta di Xianren, dove fu scoperta la terracotta più antica al mondo come abbiamo visto), sono stati ritrovati i resti di pali di legno, risalenti a partire dal 7400 a.C., di quello che è stato nominato il più antico villaggio neolitico in Cina. Le caratteristiche del sito (buchi di mezzo metro nel terreno per conservare il raccolto, molte grosse pietre per macinare, sepolture, e una ricca collezione di grandi vasi e contenitori in terracotta) fanno pensare che il villaggio fosse abitato permanentemente durante tutto l'anno, anche se sicuramente gli abitanti continuavano anche la loro abituale vita di caccia e raccolta. Shangshan faceva parte di una cultura neolitica con molti altri villaggi che condividevano caratteristiche simili.

Molto più a ovest, un sito neolitico straordinario risalente a partire dal 7000 a.C. è quello di Jiahu, nelle pianure alluvionali della Cina centrale (odierno Henan), non molto lontano dal Fiume Giallo. È in questo sito che si ebbe un balzo in avanti incredibile nel modo di vivere delle società di allora, a giudicare da quanto ritrovato.
Si trattava di un grande villaggio con una popolazione di centinaia di persone, che copriva un'area di 5,5 ettari: sono state dissotterrate 45 capanne abitative costruite con pali infissi in profondità nel terreno, di cui le più antiche con un solo spazio abitativo, mentre alcune successive con più stanze. Poi, celle per conservare il raccolto e buchi nel terreno dove venivano depositati i rifiuti, e, fuori dello spazio abitativo, oltre quattrocento sepolture (e altre ancora in attesa di essere scavate). Nelle sepolture sono stati ritrovati oggetti deposti nella tomba accanto ai defunti, in alcune più elaborati e in altre meno, il che ha fatto supporre l'inizio di una certa stratificazione sociale, pur all'interno di società che rimanevano prevalentemente egualitarie. La differenza riguardava soprattutto il ruolo lavorativo che l'individuo ricopriva: se era agricoltore, pastore, pescatore, cacciatore, costruttore, musicista o uno sciamano. Era una società in cui il senso simbolico e probabilmente del soprannaturale era già presente: alcuni corpi per esempio venivano decapitati subito dopo la morte e la testa veniva depositata nella sepoltura con un orientamento verso nordovest, sicuramente per un qualche significato simbolico, rituale o sacrale (tra l'altro, le sepolture di corpi decapitati sono una caratteristica che si ritrova anche nella Mesopotamia di quell'epoca). Nelle sepolture venivano messi anche oggetti votivi: da terracotte (che in questa epoca erano modellate in modo più elaborato rispetto alle epoche precedenti) a gusci di tartaruga a, in casi rari, intagli in pietra turchese, appartenenti probabilmente a individui abbienti.
Al centro del villaggio c'era un ampio edificio, creduto essere uno spazio lavorativo o di incontro della comunità. È documentata la coltivazione di miglio e anche di riso: si tratta di una delle più antiche testimonianze di coltivazione del riso, e della più antica mai trovata così a nord. A Jiahu sono stati trovati anche i più antichi semi di fagioli di soia selvatici, e una grande quantità di fagioli di soia, un altro elemento che, insieme al riso, diventerà parte integrante della dieta cinese nei millenni seguenti. C'è inoltre traccia della domesticazione di maiali, cani, pollame e, in piccola quantità, di bestiame, e perfino della più antica acquacoltura di carpe al mondo. Il letame dei maiali e del bestiame era utilizzato come fertilizzante per i campi coltivati a riso. Accanto a questo, comunque, continuavano a venire praticate ancora la caccia e la raccolta, come testimoniano le tracce di cacciagione come cervi, cinghiali, lepri. Ghiande, castagne, pere selvatiche, albicocche selvatiche e tuberi venivano ancora raccolti dalle piante selvatiche, e sono state ritrovate reti manufatte con fibre di canapa che servivano per pescare pesci dai fiumi. Nelle fasi successive (intorno al 6000 a.C.) è documentato un graduale miglioramento dello stile di vita del villaggio, attraverso l'analisi delle salme, che ha dato informazioni quali il graduale aumento dell'età media e della statura degli abitanti. È stata trovata inoltre l'evidenza della produzione di alcool, attraverso la fermentazione di riso, miele, uva e foglie di biancospino, e addirittura la presenza di telai per la rudimentale tessitura di abiti, probabilmente con fibre di canapa.
Il villaggio era circondato da un fossato scavato come difesa da attacchi esterni, e lungo almeno una parte del fossato sono state trovate tracce di quella che poteva essere una palizzata difensiva.
Ma non solo: ci sono oggetti che ci hanno aperto gli occhi su una società neolitica molto avanzata per l'epoca. Una scoperta eccezionale è quella di sei flauti in osso di gru, completi e tuttora suonabili, più i resti di almeno un'altra trentina di flauti, risalenti tra il 7000 e il 6000 a.C., ritrovati nelle sepolture. La cosa molto interessante è che i fori sui flauti sono disposti in modo diverso con una disposizione tale che i rapporti armonici sono diversi da strumento a strumento: i più antichi permettono di suonare una scala tetratonica e pentatonica, quelli successivi una scala esatonica, e quelli più recenti, con otto fori, potevano suonare tutti gli intervalli armonici e due registri (od ottave). Ciò significa che i cinesi che oltre 8000 anni fa vivevano nel villaggio di Jiahu avevano senz'altro una conoscenza musicale che permetteva di esplorare diverse melodie anche complesse. Anche se non si tratta degli strumenti più antichi al mondo (altri flauti in Germania sono molto più antichi), si tratta comunque di strumenti che potevano emettere intervalli armonici combinati più estesi di quelli degli strumenti usati a quel tempo in Occidente.
Un'altra straordinaria scoperta nel sito di Jiahu apre poi scenari inediti sullo stesso concetto di scrittura. Si tratta di incisioni su gusci di tartaruga ritrovati nelle sepolture, risalenti al 6600 a.C. Sono solo undici simboli, nove su gusci di tartaruga e due su ossa. Secondo i ricercatori non si tratta di scrittura vera e propria, ma di simboli che avevano comunque un significato, forse collegati a rituali sciamanici, chissà. Ma molto probabilmente erano dei primitivi pittogrammi da cui, nel giro di migliaia di anni, si sarebbero evoluti i pittogrammi della scrittura cinese.
Dal villaggio di Jiahu si propagò, ritengono alcuni studiosi, la cultura di Peiligang, datata fra il 7000 e il 5000 a.C., che consiste in un centinaio di villaggi in comunicazione tra loro in un'area di 100 chilometri quadrati, a diversi giorni di viaggio (per l'epoca) a nord di Jiahu. Proprio la distanza da Jiahu fa ritenere ad alcuni studiosi che la cultura di Peiligang non fosse assimilata a Jiahu, anche se erano molto simili: per esempio, pur avendo molte cose in comune, il riso veniva domesticato solo a Jiahu, ma questo potrebbe anche dipendere dal fatto che Jiahu, essendo più a sud, aveva un clima più propizio per il riso.

Circa mille chilometri a nordovest dell'area della cultura di Peiligang, nel sito di Damaidi nella regione autonoma del Ningxia, lungo il corso del fiume Yangtze, sono state scoperte incisioni rupestri risalenti allo stesso periodo (6600-6200 a.C.) che hanno un che di straordinario, e che si collegano in qualche modo ai simboli ritrovati a Jiahu. Si tratta di migliaia di disegni e di simboli incisi nella roccia, tra cui rappresentazioni di cacciatori, pastori, del sole, della luna e altri simboli. Secondo gli studiosi, alcuni di questi simboli assomiglierebbero ai caratteri cinesi arcaici di cinquemila anni dopo. Questo ha portato a supporre che i futuri caratteri cinesi sarebbero derivati da simboli come quelli ritrovati sulla roccia a Damaidi, del primo periodo neolitico.

Diverse culture neolitiche simili a quella di Peiligang si svilupparono durante quei millenni nella Cina centrale e settentrionale, grazie forse a un intensificarsi dei contatti commerciali (basati sul baratto) anche a lunghe distanze. Non ho lo spazio per descrivere ognuna di esse, ma basta sapere che avevano tutte caratteri simili alla cultura che ho descritto nel villaggio di Jiahu. Ne nominerò solo alcune, da nord a sud.

Nella Cina nordorientale, tra le attuali province di Liaoning e della Mongolia Interna, c'era la cultura di Xinglongwa (6200-5400 a.C.)., detta anche civiltà del fiume Liao (perché si sviluppo nella piana alluvionale attorno a quel fiume), dove sono stati ritrovati tra i più antichi artefatti in giada, che tra l'altro pare non provenisse da quel luogo, ma fosse "importata". La cultura di Xinglongwa avrebbe prodotto anche le più antiche terracotte con intarsi "a pettine" (cioè piccoli intarsi a scopo decorativo).
Nella regione del basso corso del Fiume Giallo (400 km a sud di Pechino) ci fu la cultura di Houli (6500-5500 a.C.) seguita dalla cultura di Beixin (5300-4100 a.C.) e da quella di Dawenkou (4100-2600 a.C.) dove compaiono molti artefatti in giada, avorio e pietra turchese, e percussioni in pelle di coccodrillo.
Nell'area del medio corso del Fiume Giallo, appena poco più a nord della già vista cultura di Peiligang, si trovava la cultura di Cishan (6500-5000 a.C.) da cui in seguito si sviluppò la cultura di Yangshao (5000-3000 a.C.), che si estese anche alle aree circostanti. Appartiene alla cultura di Yangshao la più antica statua rappresentante un drago, risalente al V millennio a.C. Pare inoltre che gli umani della cultura di Yangshao allevassero già il baco da seta e producessero seta in piccole quantità, e che gli uomini si annodassero i capelli in un nodo in cima alla testa (top knot): tutte caratteristiche che si ripresenteranno migliaia di anni dopo nella cultura cinese. In sostanza possiamo oggi dire che i primissimi tratti della civiltà cinese nacquero in questa regione, prima con Jiahu e poi con la cultura di Yangshao, tra le attuali province dello Henan e dello Shaanxi, dove si trova oggi la città di Xi'an.
Nell'area dell'alto corso del Fiume Giallo (Cina centro-occidentale) c'era la cultura di Dadiwan (nello stesso luogo dove sono stati trovate tracce di una diversa presenza umana risalenti tra gli 80.000 e i 60.000 anni fa, come detto all'inizio di questo post), che si sviluppò tra il 5900 e il 5200 a.C., a cui si affiancò nella stessa regione la cultura di Baijia (5800-5000 a.C.), considerata la prima cultura cinese dove compare terracotta dipinta (che poi in seguito ebbe una grande diffusione con la successiva cultura di Yangshao, di cui ho appena parlato).
Nell'area del villaggio di Shangshan che abbiamo visto prima come forse il primo villaggio neolitico cinese, nella piana alluvionale del basso corso del fiume Yangtze nella Cina centrale (molto più a sud delle altre culture che ho appena menzionato) si sviluppò la sofisticata cultura di Kuahuqiao (6000-5000 a.C.). Era una società di villaggi palafitticoli, costruiti su fiumi e zone alluvionali. Sono stati ritrovati resti di archi da caccia in legno e di canoe, che sono le testimonianze di questo genere più antiche in Cina, e forse al mondo. E tra le varie specie coltivate, è documentata qui la più antica domesticazione della pianta di pesco. A essa seguirono la cultura di Hemudu (5500-3300 a.C.), una civiltà particolarmente avanzata per l'epoca, dove tra le altre cose si sono trovate tazze di legno laccato (le più antiche al mondo) e sculture in avorio (testimonianza del fatto che gli elefanti all'epoca vivevano anche su fino alla Cina centrale), oltre che vasi in ceramica nera (ottenuta mescolando carbone durante la lavorazione della terracotta); e la contemporanea cultura di Majiabang (5000-3300 a.C.), sulla costa nord della baia vicino alla foce del fiume Yangtze, dove tra le varie cose è stato trovato un remo ligneo, testimonianza che gli abitanti usavano barche.
Più a ovest, lungo il medio corso del fiume Yangtze, si sviluppò la cultura di Daxi (5000-3300 a.C.), seguita dalla cultura di Qujialing (3400-2600 a.C.): i villaggi di queste culture testimoniano per la prima volta l'esistenza di mura difensive che circondavano i villaggi, e sistemi idraulici per far scorrere l'acqua all'interno del villaggio.

Questa è stata solo una panoramica veloce e probabilmente incompleta della fioritura di diverse culture nella Cina neolitica dall'VIII al IV millennio a.C. Culture che, millennio dopo millennio, acquisivano miglioramenti tecnologici e dello stile di vita sempre più importanti, e gradualmente intensificavano i contatti e gli scambi tra loro.
Va fatto un piccolo appunto di contestualizzazione globale. In quelle epoche, anche le regioni della Mesopotamia e dell'Egitto, molto lontane e senza alcun contatto nemmeno indiretto con la Cina, vissero simultaneamente un simile sviluppo durante il neolitico. Sembra che società umane molto diverse in diverse parti del mondo raggiungessero durante gli stessi millenni uno sviluppo culturale simile, pur nelle diversità dovute al fatto di essere totalmente separate senza alcun contatto reciproco. Interessante pensare che forse questo sia dovuto a un normale, parallelo processo di evoluzione della nostra specie.

A partire dal IV millennio a.C., con una vita sempre più stanziale, ci fu un drastico aumento di popolazione in diverse regioni della Cina. Inoltre in alcune culture, quelle del nordovest e lungo il corso del Fiume Giallo, avvenne per la prima volta la produzione di materiali mai visti prima: il rame e il bronzo, introdotti in Cina dal contatto con culture dell'Asia centrale.
A questo proposito, va sicuramente menzionato un fatto molto interessante e per certi versi sbalorditivo. Nella regione nord occidentale cinese ai confini con l'Altaj russo (moderna provincia dello Xinjiang) è confermata a partire dal 3700 a.C. la presenza di alcuni siti appartenenti alla cultura centro-asiatica di Afanasievo, la cui popolazione aveva origini indoeuropee e non asiatiche. Questa cultura, oltre a rappresentare la prima società pastorizia nell'Asia orientale, lascia testimonianze di allevamento dei cavalli, dell'uso della ruota e del carro trainato da buoi (o cavalli) e della produzione di metalli. Sarebbe quindi attraverso la cultura di Afanasievo che queste innovazioni sarebbero state introdotte anche nelle altre regioni dell'antica Cina. A tale proposito va detto che i più antichi artifatti in bronzo "povero", cioè formato dalla fusione di rame e stagno, provengono dall'altopiano dell'attuale Iran e risalgono al V millennio a.C. 
E non solo. Sempre nella regione cinese nord occidentale dello Xinjiang, nello specifico nella vallata del Tarim, sono state scoperte tombe con mummie a partire dal 2100 a.C. Queste mummie hanno caratteri somatici chiaramente paleo-europei, alcune con capelli biondi e rossi, e con setti nasali chiaramente europei. Il che ha fatto comprendere come quest'area fosse in quelle epoche antiche un luogo di immigrazione di popolazioni di origine indoeuropea in pieno territorio est asiatico. Popolazioni che molto probabilmente introdussero in Cina l'uso dei metalli, del carro e della ruota, e l'allevamento dei cavalli.

Nel frattempo, in questo periodo del tardo neolitico, dalla sofisticata cultura di Yangshao che abbiamo visto prima si evolse la cultura di Longshan (3000-1900 a.C.), che ebbe una grande espansione in gran parte della Cina centro-settentrionale, lungo tutto il corso del Fiume Giallo e fino al basso corso dello Yangtze. Era la prima volta che in Cina una cultura espandeva la sua influenza su un'area così vasta. La caratteristica distintiva della cultura di Longshan è l'alto livello raggiunto nella manifattura del vasellame, compreso l'uso del tornio. Il vasellame è tipicamente nero e lucido, con pareti sottili, e per questo è detto "a guscio d'uovo". Si suppone che la cultura di Longshan avrebbe importato, perfezionandole, la tecnica e la tradizione della ceramica nera dalla cultura di Hemudu (cui abbiamo accennato poco fa). La coltivazione del riso si era ormai ampiamente diffusa ed era praticato l'allevamento del baco da seta e la conseguente produzione della seta. La popolazione neolitica della Cina raggiunse il suo massimo durante la cultura di Longshan. Si ritiene che i cinesi di allora si affidassero alla divinazione, praticata da sciamani. E su alcuni cocci di vasellame sono stati scoperti ancora caratteri simbolici: è facile pensare che dallo sviluppo di quei segni si sarebbero in seguito evoluti gli arcaici caratteri cinesi. Con la cultura di Longshan appaiono inoltre in Cina le prime piccole città, con fossati e mura di argilla o terra battuta spesse anche fino ai 10 metri, e fossati. La città di Taosi fu probabilmente un centro regionale: al suo apice (intorno al 2000 a.C.), le sue mura racchiudevano una superficie di quasi 3 chilometri quadrati, facendone la più vasta città fortificata della Cina fino ad allora. Al suo interno esisteva anche un osservatorio astronomico (il più antico dell'Asia orientale). La società di Taosi era, a differenza delle culture precedenti, altamente stratificata, come testimoniato dalla grande differenza di corredi funerari tra le tombe più ricche e quelle più modeste.
Forse non è un caso che i leggendari tre augusti e cinque imperatori, personaggi mitologici, ma considerati storici dalla storiografia tradizionale cinese, siano tradizionalmente collocati proprio nel III millennio a.C., in corrispondenza del periodo storico della cultura di Longshan. Gli storici moderni ritengono che queste figure siano il risultato di un processo durato secoli, che vide la fusione tra personaggi mitologici e personaggi storici reali, come illustri capostipiti o fondatori di antichi lignaggi. Infatti i tre augusti e i cinque imperatori erano ritenuti i creatori della civiltà cinese e di conquiste come la metallurgia, la scrittura e la produzione della seta, cose che vennero gradualmente acquisite proprio durante il III millennio a.C. (anche se i primi esempi di scrittura cinese finora conosciuti risalgono in realtà al millennio successivo).
La leggenda cinese collega il mitico imperatore Yao, uno dei leggendari cinque imperatori (non esistiti nella realtà), alla città di Taosi. Secondo i ricercatori invece, molto più prosaicamente ma anche drammaticamente, la città collassò a causa di una ribellione della popolazione contro la ricca classe dominante.
A far terminare la cultura di Longshan, comunque, non fu certamente un singolo evento, ma un rapido declino durato l'arco di poche generazioni e dovuto probabilmente a eventi climatici globali sfavorevoli, che probabilmente contribuirono indirettamente anche al declino di altre civiltà in altre parti del mondo, come quella sumerica, quella dell'Antico Regno in Egitto e quella della Valle dell'Indo. 
La fine della cultura di Longshan (circa 1900 a.C.) corrispose alla scomparsa del vasellame nero di alta qualità dai ritrovamenti funebri, e a una diminuzione improvvisa della popolazione cinese.

In alcune zone, dopo la decadenza emersero culture rurali regionali, come la cultura di Yueshi, nell'attuale Shandong, provincia costiera orientale (1900-1500 a.C.), cultura da cui in seguito sarebbe emersa la dinastia Shang (ma questa è una storia successiva).

Fu come una cesura storica: finiva un'era, quella del Neolitico, e ne cominciava un'altra.

L'elemento fondamentale che definì la nuova epoca fu il bronzo: la Cina entrava nell'Età del Bronzo. La conoscenza di come produrre oggetti in rame era già stata introdotta in Cina nel IV millennio a.C., attraverso il contatto con popolazioni dell'Asia centrale (abbiamo già parlato prima della cultura di Afanasievo). Nello stesso modo avvenne l'introduzione del bronzo nel corso del III millennio a.C., dapprima attraverso la cultura di Majiayao (3300-2000 a.C.), situata sull'alto corso del Fiume Giallo, nell'area dove poco più di 1500 anni prima era esistita la cultura di Baijia (come visto prima), sulla direttiva da cui in futuro sarebbe passata la Via della Seta.

Sorgevano così le nuove culture dei metalli in Cina. Tra le prime ci fu la cultura di Qijia (2200-1500 a.C.) sull'alto corso del Fiume Giallo, successiva alla cultura di Majiayo.
E alcuni studiosi ritengono che perfino la cultura di Longshan dopo il suo declino non si estinse del tutto, ma si evolse in una nuova cultura dei metalli: l'importante cultura di Erlitou (circa 1900-1500 a.C.).
La cultura di Erlitou, inizialmente sviluppata lungo il medio corso del Fiume Giallo, tra le attuali province dello Henan e dello Shanxi (dove era stato il cuore della cultura di Longshan), in breve si espanse anche più a sud e più a ovest, nelle attuali province dello Hubei e del Shaanxi, e divenne la società urbana più grande in Cina e in tutta l'Asia orientale, con un apparato simil-statale, con la costruzione di palazzi e di laboratori per la fusione del bronzo. Gli archeologi cinesi generalmente considerano lo stato di Erlitou essere la sede della prima semi-storica dinastia cinese, la dinastia Xia, anche se mancano fonti scritte risalenti a quel periodo e quindi a livello internazionale gli archeologi sono dubbiosi, dal momento che la prima menzione scritta della dinastia Xia si ritrova secoli dopo la fine della cultura di Erlitou.

In ogni caso, è chiaro che nel secondo millennio a.C. siamo alle soglie dell'epoca storica in Cina.
Concludiamo qui dunque questa lunghissima cavalcata che ci ha portato, a partire dai primi Homo sapiens migrati in Cina, ad attraversare le epoche del Paleolitico e del Neolitico cinesi, fino ad arrivare all'Età del Bronzo.
Essendo arrivati alle soglie della storia cinese antica e all'inizio delle dinastie imperiali, il contenuto di questo post si esaurisce qui.

Forse, un giorno mi cimenterò nell'impresa di un post dedicato alla storia antica della Cina.

giovedì 12 marzo 2020

Sudafrica: le Origini - 1 (gli australopitechi)

In un post precedente ho accennato al primo incontro degli Europei con le coste dell'Africa meridionale, odierno Sudafrica. Avvenne circa mezzo millennio fa. Ma prima di quegli eventi, l'Africa del sud era stata popolata da milioni di anni da altre stirpi umane. Facciamo una breve panoramica di quello che era il Sudafrica prima della colonizzazione europea. A partire proprio dalle origini più antiche.

Le recenti scoperte in paleoantropologia ci insegnano che, quando si parla delle più lontane origini della specie umana, ciò che oggi si dà per scontato potrebbe essere smentito da nuove scoperte. Ma allo stato attuale, gli archeologi concordano che l'Africa orientale (odierne Tanzania, Kenya ed Etiopia) sarebbe il luogo di origine degli ominidi più arcaici. Il Sudafrica viene subito dopo, come seconda più antica macroregione in cui vissero e si evolsero ominidi. Tant'è che i maggiori siti archeologici del Sudafrica sono stati nominati "Culla dell'Umanità" (Cradle of Humankind) e sotto questo nome sono diventati nel 1999 uno dei Patrimoni dell'umanità dell'UNESCO.

Circa 5 milioni di anni fa, la parte meridionale del continente africano era geologicamente immutata da tempi immemori, e tale è rimasta fino a oggi. Milioni di anni fa, come ai nostri giorni, si presentava come un altopiano antichissimo (oggi chiamato veld), che da decine e decine di milioni di anni (un tempo equivalente all'infinito per i nostri criteri umani) probabilmente non era mai stato toccato da terremoti o altri cataclismi.
Il veld sudafricano di 5 milioni di anni fa era però più umido e arborato di quello di oggi, con una vegetazione subtropicale, e popolato da molti animali, tra cui diverse specie antenate dei grandi felini e dei grandi erbivori che popolano le riserve naturali sudafricane di oggi. E poi, c'erano anche primati più evoluti, appartenenti alla famiglia degli Hominidae, che riuscivano a stare in piedi sulle due gambe. Di questi in Sudafrica non abbiamo fossili risalenti a 5 milioni di anni, perché la formazione dei fossili è un processo che richiede circostanze ambientali molto particolari per potersi innescare, e circostanze ancora più fortuite e rare affinché i fossili possano essere ritrovati e analizzati ai giorni nostri. Ma è probabile che, accanto ad altre specie di mammiferi, esistessero qui anche specie di ominidi che non abbiamo ancora scoperto e forse non scopriremo mai. Ritrovamenti di fossili di primati antichi milioni di anni e appartenenti a specie diverse sono avvenuti nei luoghi più svariati non solo in Africa ma anche in Eurasia, quindi è probabile che qualche specie di primate bipede eretto esistesse nel Sudafrica di 5 milioni di anni fa. Magari, chissà, non troppo dissimile da quelli del genere Ardipithecus, che in quella stessa epoca vivevano diverse migliaia di chilometri più a nord, in Africa orientale. Ma, a meno di nuove future scoperte, non lo sapremo mai con certezza.

Quello che è certo è che, passando centinaia di migliaia di anni, l'evoluzione genetica di molte specie fece il suo corso, creando nuovi generi animali. Passato più di un milione di anni dal quadro che ho descritto qui sopra, un nuovo genere di ominidi viveva dall'Africa orientale al Sudafrica, un genere oggi estinto ma che apparteneva alla medesima tribù genetica dell'uomo moderno: l'Australopithecus. Ma gli australopitechi avevano ben poco in comune con gli ominidi successivi, a parte il fatto che camminavano eretti. Erano molto simili agli odierni bonobo e scimpanzè, di cui condividevano un antenato comune appena un paio di milioni di anni prima (oggi i bonobo e gli scimpanzè sono le specie animali più simili alla nostra), e forse la loro unica differenza è proprio che le varie specie del genere Australopithecus camminavano erette.
Un fossile di australopiteco, scoperto negli anni '90 nel sito archeologico di Sterkfontein, non distante da Johannesburg, nel Sudafrica settentrionale, all'interno dell'area di caverne preistoriche facenti parte del patrimonio Culla dell'Umanità dell'UNESCO, presentava problemi di datazione perché incastonato in rocce di diverse età, ma una nuova tecnica di datazione nel 2015 gli ha assegnato un'età di circa 3.670.000 anni. Si tratterebbe quindi di uno dei più antichi tra i fossili di Australopithecus finora soperti, e del più antico in assoluto tra quelli ritrovati in Africa meridionale.
A questo australopiteco, di cui non è chiara la specie, al momento della scoperta fu dato il nomignolo Little Foot perché i primi resti trovati erano quattro piccole ossa del piede. In seguito, grazie a spedizioni di scavo molto meticolose, furono ritrovati quasi tutti gli altri pezzi del suo scheletro fossilizzato, incluso il teschio, e questo fa di "Little Foot" uno dei più completi fossili ominidi provenienti da un'età così antica. "Little Foot", come tutti gli australopitechi di 3 milioni e mezzo di anni fa, camminava eretto, ma all'occorrenza poteva anche arrampicarsi sulle fronde degli alberi, come facevano i suoi antenati o come fanno gli odierni scimpanzè, perché aveva ancora l'alluce del piede opponibile, come le scimmie.

Il tempo passava e, al ritmo di centinaia di migliaia di anni, generazioni e generazioni di australopitechi si succedevano sul territorio dell'odierno Sudafrica. Ma, come detto, trovare resti così antichi è molto raro e quindi allo stato attuale non abbiamo altre documentazioni degli abitanti ominidi del Sudafrica di più di 3 milioni di anni fa. Poi però, una "nuova" specie di australopitechi si diffuse in Sudafrica: l'Australopithecus africanus. Il primo ritrovamento avvenne nel 1924. Gli venne dato questo nome dal professore di anatomia Raymond Arthur Dart, che per primo lo descrisse: australopithecus non significa altro, nel latino scientifico, che "scimmia dell'emisfero australe"; africanus perché si trattava del primo fossile in assoluto del genere Australopithecus mai scoperto in tutta l'Africa.
Dai ritrovamenti parrebbe che l'Australopithecus africanus fosse molto diffuso nell'odierno Sudafrica, a partire da 3 milioni di anni fa. Anzi, tutti i ritrovamenti di questa specie sono avvenuti finora soltanto in Sudafrica. Risalgono tra i 2.850.000 e i 2.580.000 anni fa i fossili di Australophitecus africanus ritrovati nella Makapansgat Valley, un sito archeologico nella provincia più settentrionale del Sudafrica, facente parte del patrimonio UNESCO della Culla dell'Umanità, e a circa 300 chilometri più a nord del sito dove venne ritrovato "Little Foot". Altri fossili della medesima specie si sono ritrovati in altri siti archeologici in diverse parti del Sudafrica, risalenti tra i 2,6 e i 2 milioni di anni fa.
Secondo recenti studi, non solo l'Australopithecus africanus aveva una camminata bipede più efficiente rispetto alle precedenti specie di australopitechi, ma dallo studio delle ossa metacarpali sembra che avesse la facoltà di usare strumenti con le mani (per esempio, legni o pietre per autodifesa e per colpire le prede), in modo forse migliore di quanto sappiano fare alcuni primati anche attuali come gli scimpanzè. Tuttavia, le misurazioni del cranio suggeriscono che avesse un cervello di dimensioni simili agli odierni scimpanzè. Ma una scoperta fatta in una grotta della Makapansgat Valley ha fatto discutere gli archeologi per decenni: si tratta di un sasso che, a causa di fortuite modellazioni geologiche, si presenta grosso modo come una sorta di volto umanoide stilizzato. Poiché questo sasso sarebbe stato ritrovato in una caverna a chilometri di distanza da fonti naturali geologiche simili, e nella stessa caverna dove sono stati ritrovati fossili ominidi, è stato ipotizzato che qualcuno di questi ominidi avrebbe trasportato volontariamente il sasso in quel luogo, riconoscendo nell'oggetto un volto umanoide. Si tratta di speculazioni tuttavia, non ritenute scientificamente valide da molti archeologi.

Tutte le specie animali prima o poi si estinguono o si evolvono. Ciò successe anche all'Australophitecus africanus. Infatti a partire da 2 milioni di anni fa non sono stati più ritrovati fossili di questa specie. Dopo quasi un milione di anni di esistenza, anche l'Australophitecus africanus lasciava il mondo ad altre specie.
A partire da 2 milioni di anni fa, abbiamo la certezza che diverse specie di ominidi vivevano contemporaneamente nell'odierno Sudafrica.
Vengono fatti risalire a circa 1.980.000 anni fa i resti fossilizzati di sei scheletri scoperti nella grotta di Malapa tra il 2008 e il 2009 (nella stessa provincia delle scoperte precendenti, non lontano da Sterkfontein), resti che apparterrebbero a una nuova specie, denominata Australophitecus sediba (che significa sorgente in lingua sotho). Queste zone 2 milioni di anni fa si presentavano come una distesa di valli boscose e colline. L'Australopithecus sediba era probabilmente una specie di transizione tra gli australopitechi e gli ominidi del genere Homo. Aveva il cervello delle dimensioni tipiche di un australopiteco, ma i due lobi frontali del cervello erano fortemente asimmetrici, caratteristica tipica del genere umano (il nostro cervello si è sviluppato impegnando maggiormente la parte sinistra, dedicata al linguaggio). Anatomicamente era chiaramente un australopiteco, ma alcuni tratti erano simili a quelli del genere Homo, come per esempio denti e muscoli della masticazione più piccoli, gambe più lunghe, mano con presa di precisione.

Il periodo attorno a 2 milioni di anni fa fu probabilmente un momento importantissimo nella diversificazione di varie specie di ominidi.
Oltre all'Australophitecus sediba, altre specie vivevano contemporaneamente in Sudafrica. Una di queste era il Paranthropus robustus. Questa specie, i cui fossili sono stati ritrovati soltanto in Sudafrica, secondo molti studiosi non apparteneva al genere Australopithecus, ma al genere Paranthropus, di cui altre diverse specie sono state ritrovate in Africa orientale. Talvolta alcuni ricercatori hanno considerato i generi Paranthropus e Australopithecus come sinonimi, ma questo è un capitolo aperto, come tanti altri in paleoantropologia. Comunque sia, il robustus, che fosse un australopiteco o meno, aveva un'anatomia più scimmiesca degli altri australopitechi. Questo ci dimostra ciò che oggi i paleoantropologi sostengono, cioè che l'evoluzione non è stato un processo lineare, ma una serie di tentativi a volte falliti: l'albero genealogico evolutivo in realtà sarebbe più simile a un cespuglio, con molti rami sparsi.

Tra i numerosi ominidi che attorno ai 2 milioni di anni fa popolavano il Sudafrica, di cui alcune specie sono ancora in attesa di essere studiate e classificate, c'era anche un nuovo genere, le cui origini sono tuttora avvolte nel mistero: il genere Homo, a cui apparteniamo noi. Ma questa è un'altra storia, per un prossimo post.

Questo video termina qui, grazie mille per l'ascolto! E se vi è piaciuto, potete iscrivervi al canale e mettere un like o un commento al video. Ciao!

mercoledì 19 ottobre 2016

L'antichità nell'Ovest Veronese: 5) Il villaggio preistorico di Bussolengo (4000 anni fa)

In questa quinta tappa andremo a visitare il villaggio preistorico di Bussolengo, situato presso l’attuale località Gatto, su quei rilievi collinari detti "Ale" che degradano verso l’Adige a nord-ovest del territorio comunale bussolenghese: sono colline formate dal terreno trasportato dagli antichi ghiacciai, come abbiamo visto nel nostro viaggio precedente. Negli anni ’30 del secolo scorso queste colline vennero tagliate dai lavori di una “grande opera” (come si direbbe oggi) costruita durante il periodo fascista: il Canale Biffis. Durante i lavori, che distrussero la parte centrale del sito archeologico, vennero ritrovati alcuni reperti che vennero recapitati al Museo Civico di Storia Naturale di Verona. Ma il sito rimase abbandonato nel disinteresse generale fino a quando negli anni ’90 finalmente il nucleo operativo di Verona della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto condusse due campagne di scavo, che per la prima volta portarono alla luce almeno ciò che rimaneva dei resti del villaggio.

Prima di catapultarci nel villaggio di località Gatto, dobbiamo però spiegare cosa è successo durante i quasi 150.000 anni trascorsi dopo il nostro ultimo viaggio, quando ci eravamo lasciati alle prese con la glaciazione di Riss. Tra i due post precedenti (quello tra le foreste dell’Homo heidelbergensis e quello della glaciazione ) erano intercorsi ben 350.000 anni: una vastità di tempo che, misurandolo con la nostra storia umana, non riusciamo nemmeno a concepire. Eppure durante quel tempo (per noi infinito) l’evoluzione umana aveva visto pochi cambiamenti: c'era stata un'evoluzione, cognitiva e nel modo di vivere, ma abbastanza modesta.
La cosa più ragguardevole fu, secondo alcune teorie, l'evoluzione dell'Homo heidelbergensis in Homo neanderthalensis.
Gli uomini di Neanderthal, come vengono comunemente chiamati, si evolsero per adattarsi a un'Europa più fredda, come abbiamo visto nel precedente post, ma il loro stile di vita rimase invariato, per quanto ne sappiamo, per decine di migliaia di anni.

Poi, oltre 40.000 anni fa, successe qualcosa di rivoluzionario. Una nuova specie, in diverse ondate, emigrò in Europa: era la nostra specie, l'Homo sapiens. Questa specie portava con sé un'evoluzione cognitiva decisamente superiore a quella dei Neanderthal. Era evidente il solco che separava questa rivoluzionaria specie dagli altri ominidi rimasti nel mondo. Nel corso di poche decine di migliaia d’anni le altre specie di ominidi andavano verso l’estinzione, lentamente ma inesorabilmente. Forse, anche se non ci sono prove a riguardo, il principale motivo fu che la superiorità tecnologica e di organizzazione sociale della nostra specie, e la mancanza di integrazione tra le diverse specie di ominidi, fecero sì che l'Homo sapiens si accaparrasse le principali risorse naturali per la sopravvivenza, marginalizzando le altre specie fino a indurle a estinguersi nel giro di qualche decina di migliaia di anni (che a noi sembra comunque un tempo infinito, basti pensare: esisterà ancora l'uomo tra 10mila o 20mila anni nel futuro?). Essendo specie diverse, di norma un'unione sessuale interspecie dava origine a progenie non fertile. Eppure alcune recenti ricerche sostengono che le attuali popolazioni del sudest asiatico hanno in certe regioni fino al 5-6% di DNA in comune con l'antica specie di Homo denisoviano, mentre alcune popolazioni in Medio Oriente ed Europa avrebbero tra l'1 e il 4% di DNA in comune con gli antichi Neanderthal. Ciò significa che ci furono casi sporadici e "fortunati" in cui delle unioni sessuali tra Sapiens e Neanderthal o Denisoviani diedero origine a figli fertili, ma furono casi rari e isolati.
L’Homo sapiens decine di migliaia di anni fa, mentre direttamente o indirettamente costringeva le altre specie di ominidi alla marginalità dalla scena della Storia, seppe invece adattarsi a tutti i cambiamenti di climi, ambienti e situazioni, e anzi il suo adattamento divenne la sua forza: ora era in grado di dominare e colonizzare l’ambiente circostante, viaggiando ed emigrando in tutti i continenti. Nacquero aggregazioni sociali sempre più organizzate, che già almeno 40.000 anni fa, per esempio, producevano opere di pittura , musica e scultura di grande rilievo. A quell’epoca la Lessinia e la Valpolicella costituivano probabilmente una delle regioni più densamente popolate in Europa: al vecchio sito di Quinzano, che rimaneva abitato, si erano aggiunti altri piccoli centri e villaggi, tra cui quello della Grotta di Fumane era uno dei più fiorenti e oggi è considerato tra i siti preistorici più importanti in Europa. Ovviamente una tale densità abitativa portò con sé confronti sociali tra i villaggi e commercio. Insomma il nostro territorio è stato, nel suo piccolo, una fertile culla di civiltà fin da epoche remotissime.

Per dare un'idea del rapido successo della nostra specie, basti pensare che alla vigilia del neolitico, cioè intorno a 15.000 anni fa, mentre tutte le altre specie di ominidi si erano ormai estinte, si stima che la popolazione umana, diffusasi in tutto il mondo, fosse già tra i 5 e gli 8 milioni. Sorgono sospetti su come mai a una tale espansione della nostra specie corrispose la graduale estinzione di tutti i nostri "cugini" delle altre specie del genere Homo. Ma questo non è il luogo dove occuparsi di ciò. Poi avvenne la “rivoluzione neolitica”: la diffusione dell’allevamento e dell’agricoltura permise la nascita di innumerevoli culture regionali un po’ ovunque, che grazie ai commerci si trasferivano il sapere e le scoperte, anche a lunghe distanze. Fu come un effetto domino che accelerò in modo esponenziale il percorso dell’evoluzione umana. In alcune regioni si formarono società organizzate in modo tale da far nascere vere città, con i loro governanti, e poi veri e propri regni, come in Mesopotamia e in Antico Egitto.
Ma mentre il Vicino Oriente assisteva praticamente al nascere della storia umana, con l’uso della scrittura, guerre, conquiste, opere letterarie e costruzioni faraoniche come le Piramidi (faraoniche proprio nel senso letterale: edificate dai faraoni dell’Antico Egitto!), qui da noi, ancora intorno a 4000 anni fa, si era rimasti con i ritmi di vita della fase finale della preistoria, anche se alcune innovazioni, come l’uso di strumenti in bronzo, giunsero fin qui. Fu in questo periodo che venne a formarsi il villaggio di località Gatto.

Viaggiamo quindi nel tempo fino a esattamente 4000 anni fa: cioè nell’anno 1985 avanti Cristo, quando il nostro villaggio, almeno secondo le ricostruzioni archeologiche, doveva esistere già da un paio di secoli.
Ecco come forse poteva apparire un cacciatore
veronese di quattromila anni fa
A quel tempo tutto il territorio bussolenghese era cosparso di foreste, e sarebbe rimasto tale ancora per molti secoli a venire. Ci ritroviamo quindi in mezzo a una fitta foresta di latifoglie, proprio nel luogo dove oggi c’è il centro della cittadina di Bussolengo. Avanziamo un po’ a caso tra alberi, cespugli e rovi, senza avere una benché minima visuale di dove stiamo andando. Sui rami alti si sentono cinguettare molte specie di uccelli, e ogni tanto si sente qualche rumore tra le frasche, non lontano: qualche animale che, al nostro avanzare, cerca rifugio. Speriamo solo di non imbatterci in qualche cinghiale.

Ma dopo pochi minuti ci troviamo invece a tu per tu con un essere umano! Un cacciatore evidentemente, vestito di un indumento in pelle grezza, con calzari anch’essi in pelle fissati con dei lacci. Ha un piccolo arco a tracolla, e lance dalla punta in selce molto affilata. Anche lui sembra abbastanaza sbalordito, anche perché, nel nostro tentativo di vestirci in modo “preistorico”, indossiamo solo una specie di saio in tela grezza e calzature in cuoio grezzo ma ben cucito a macchina. Chissà che impressione gli faremo e chi si penserà di avere davanti. Dopo qualche minuto di imbarazzo e di tentativi di comunicare a gesti, deve rendersi conto che forse cerchiamo il villaggio, e con aria di forte disappunto, non riuscendo a capirci reciprocamente, ci fa cenno di seguirlo: dobbiamo avere interrotto la sua preziosa mattinata di caccia.

La nostra “guida” prosegue silenziosa e con passo svelto e sicuro, seguendo un sentiero che noi non sapremmo riconoscere. A un certo punto la foresta finisce, ma ci accorgiamo che è perché è stata disboscata: dobbiamo essere vicini. Il sentiero “invisibile” ora diventa poco a poco un viottolo e poi una stradina sempre più grande, che a un certo punto ne incrocia un’altra ancora più battuta: quest’ultima deve essere senz’altro una via percorsa dai commercianti, magari in direzione del Lago di Garda o della Valpolicella, zone densamente popolate all’epoca e luoghi di smistamento di diversi prodotti (come la selce dei Lessini, richiesta anche da regioni lontane fin da tempi antichissimi).

Oltrepassato infine l’ultimo boschetto, rimaniamo a bocca aperta: si tratta di un piccolo villaggio fortificato. Le case (o meglio, capanne in legno, argilla e frasche) sono costruite all’interno di un canalone che dalle colline moreniche degrada verso l’Adige, che scorre qualche decina di metri più in giù e che proprio qui sotto forma un’ampia ansa che genera un comodo guado. Ai bordi del fossato in cui si trova il villaggio è innalzata una resistente palizzata, che lo racchiude dai pericoli esterni. Da qui si sorveglia dall’alto il corso dell’Adige, cioè della principale via di commercio dell’epoca in questa regione. Mentre ci avviciniamo al villaggio, ancora fuori della palizzata, notiamo capre al pascolo, sorvegliate a vista da bambini pastori, e anche qualche appezzamento coltivato: spighe di grano.
Inoltre poco lontano, verso l’attuale Pastrengo, scorgiamo una colonna di fumo, che molto probabilmente si alza da qualche altro villaggio: evidentemente su queste colline c’è una rete di villaggi in comunicazione tra loro, che sfruttano queste zone come postazioni sicure, in vista sull’Adige e situate sul percorso che collega la Valpolicella con il Lago di Garda. Secondo l'archeologo Umberto Tecchiati questi villaggi, trovandosi in una regione di passaggio tra aree culturali diverse, dovevano avere caratteristiche miste appartenenti a diverse tipologie di villaggi preistorici: i villaggi palafitticoli del Garda, quelli fortificati del Trentino, e quelli della bassa pianura (i quali in seguito avrebbero dato vita alla cultura delle terramare). Insomma, già da allora questo territorio cominciava a essere una zona "di cerniera" tra culture regionali confinanti.

Nel frattempo il cacciatore, sempre muto, ci precede facendoci entrare nel villaggio. Gli abitanti, che erano intenti nei loro lavori, come la macellazione di animali e la macinatura di granaglie, si fermano guardando l’arrivo di questi strani individui. Stimiamo che il villaggio, con meno di dieci capanne, abbia alcune decine di abitanti e una buona parte sono bambini o ragazzi. I figli sono numerosi e l’età media degli abitanti ci sembra molto giovane. Probabilmente il passaggio di qualche commerciante estraneo non è una novità, ma dai loro sguardi capiamo che noi siamo percepiti come “strani”: sarà perché siamo condotti al villaggio da un loro membro che ha dovuto interrompere la sua caccia, o per come siamo vestiti: la maggior parte di loro è a torso nudo, o indossa pelle di animale conciata e consumata. L’impressione è quella di un piccolo villaggio abbastanza povero, molto contadino. Inoltre l’odore non è proprio piacevole: ci dev’essere un allevamento di maiali laggiù in fondo. Ma il terreno di calpestio è in terra talmente battuta e compatta da sembrare quasi un pavimento. Questo, ci sembra, garantisce un minimo di pulizia all’interno del villaggio.

Veniamo condotti davanti a una capanna un po’ più grande delle altre, dove un uomo brizzolato e pieno di rughe (che però potrebbe non avere più di 40 anni) ci squadra incuriosito. Il cacciatore gli parla brevemente, in un linguaggio così incomprensibile da non ricordarci nessun appiglio con alcuna lingua, moderna o antica. Il “vecchio” brizzolato, che probabilmente è il capo villaggio, si rivolge a noi e dà subito mostra di saperci fare con il linguaggio mimico e dei segni: evidentemente gli sarà capitato frequentemente di dover parlare con gente venuta da fuori che parla un altro linguaggio. Noi facciamo molta più fatica cercando di spiegare che siamo solo dei viandanti di passaggio, ma alla fine lui sembra capirci. Veniamo così invitati a fermarci a cenare al villaggio, come ospiti di riguardo.

Al centro del villaggio c’è un focolare, che viene acceso e alimentato con rami portati dalla foresta. Sul fuoco viene messa ad arrostire della carne, alcuna cacciata in giornata, altra di maiale dall’allevamento. Il sole è ancora in cielo quando tutti sono già seduti attorno al focolare, accovacciati su panni di pelle messi per terra. Gli sguardi di questa gente, vivaci, attenti, curiosi di ogni nostro minimo movimento, smentiscono ogni stereotipo sulla “ottusità” dell’uomo “primitivo”. Questi uomini, donne e ragazzi non sono affatto primitivi, sembrano molto più svegli e in gamba di tanti umani d’oggi, spesso impalati davanti al computer o alla televisione. La carne è molto buona, si vede che è naturale e senza conservanti! In compenso la verdura, una specie di insalata, mi è sembrata amara, ma almeno so che non è inquinata! Mentre i bambini si allontanano a giocare schiamazzando, diversi adulti (quasi tutti di giovane età) cercano di capire da dove veniamo e dove andiamo… Per fortuna il fatto di esprimerci a gesti ci permette di non inventare strane storie, e così facciamo finta di non essere in grado di spiegarci bene. Probabilmente credono che veniamo da molto lontano, non avendo mai visto tipi così. Per la notte veniamo fatti alloggiare nella capanna del capo villaggio. Solo un telo separa l’angolo del nostro giaciglio dal resto della capanna, abitata dalla sua famiglia, in una promiscuità a cui oggigiorno non siamo più abituati.

Ma la semplicità contadina di quella gente, e le loro attenzioni nei riguardi di ospiti estranei non ci sono sembrate molto diverse da altre simili realtà dei nostri tempi. Il fatto che noi li consideriamo “primitivi” è solo una conseguenza errata della comodità di classificare le epoche, dove quindi le
epoche precedenti all’invenzione della scrittura (o della scrittura come la intendiamo noi) sono state definite preistoria. Quel villaggio sulle Ale di Pol era certamente abitato da una comunità povera e di sussistenza, ma diverse migliaia di anni prima, in altre parti d’Italia e d’Europa, erano già esistite altre comunità che avevano fatto fiorire la cultura, le arti, il commercio, i culti religiosi, e poi magari erano decadute. Quindi già migliaia di anni fa nascevano “civiltà evolute” (addirittura pare che già da almeno 5000 anni prima di Cristo molti popoli europei avessero piena consapevolezza dei fenomeni astronomici!), che poi decadevano e si alternavano con “comunità di sussistenza” (qui un esempio tra tanti). Il fatto che non usassero la scrittura a cui noi siamo abituati (ma magari altre forme di pittografia) non significa che per certi aspetti non pensassero e agissero in modo “moderno” come noi.

Anche quel villaggio “preistorico” bussolenghese nel corso dei secoli vide periodi di popolamento alternati a periodi di decadenza o abbandono. Venne infine abbandonato per sempre soltanto quando le condizioni storiche furono mutate radicalmente, verso la prima metà del primo millennio avanti Cristo: si era allora in piena età del ferro , e la diffusione di quell’importante metallo, soprattutto in un centro già molto attivo com’era Verona (una delle città più antiche d’Italia, già dotata di case in pietra nel primo millennio a.C.), pose fine alle ultime comunità chiuse nel proprio guscio. Villaggi come quello di località Gatto scomparivano perché non aveva più senso arroccarsi in un villaggio fortificato per difendersi da fiere feroci che non esistevano più. Nuove popolazioni venute da fuori, ognuna con una propria cultura, stavano facendo fiorire i commerci come mai prima. Finivano quindi definitivamente gli ultimissimi residui isolati della preistoria.


* I contenuti di questo articolo non sono frutto di fantasia, ma sono elaborati prendendo a riferimento le scoperte archeologiche in seguito agli scavi effettuati dal nucleo operativo di Verona della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto.

martedì 18 ottobre 2016

L'antichità nell'Ovest Veronese: 3) I primi ominidi (500mila anni fa)

In questo terzo viaggio nella preistoria veronese ci attende un incontro molto importante, quello con i primi ominidi stanziati in queste zone, già intorno al mezzo milione di anni fa: a Quinzano è attestato il più antico sito umano preistorico di tutto il Triveneto, risalente al paleolitico inferiore. È ovvio dedurre che quegli antichissimi abitanti pescassero nell’Adige e che facilmente arrivassero a cacciare anche qui nelle nostre zone, che distano pochissimi chilometri.

Va detto subito che la Pianura Padana, già più di un milione di anni fa, fu uno dei primissimi luoghi di immigrazione degli ominidi dall’Africa all’Europa, come testimoniano sempre nuove scoperte (per esempio il sito di San Lazzaro di Savena, verso Bologna, con resti risalenti appunto a oltre un milione di anni fa). Quindi è del tutto probabile che già in quelle epoche assai remote transitassero ominidi nelle nostre zone, dato che, come ormai è noto, ci troviamo in una posizione geografica di transito e oltretutto da sempre privilegiata per lo stanziamento umano, soprattutto qui, vicino alle colline prealpine, un luogo ottimale e di facile insediamento, preferito alla bassa e piatta pianura che in epoche lontane era meno ospitale e meno sicura, disseminata di foreste selvagge o di paludi, a seconda delle zone e delle epoche.

Quindi abbiamo puntato la lancetta del tempo a mezzo milione di anni fa (cioè 500mila anni fa), sperando di riuscire a scoprire chi erano i primissimi veronesi “residenti”. Abbiamo deciso di recarci vicino al corso dell’Adige e verso i limiti orientali dell’attuale territorio bussolenghese. Questo perché proprio qui c’era un guado sul fiume (come c'è oggigiorno), che si prestava come luogo facile di pesca. L’Adige non era più quel fiume incassato in un canyon che avevamo visto nel nostro precedente viaggio, cinque milioni di anni prima. Durante questo lunghissimo tempo (infinito per noi umani) la Pianura Padana era stata invasa dal mare per centinaia e centinaia di migliaia di anni (non qualche secolo!) e questo aveva portato all’accumulo di sedimenti sul fondale, a cui poi si erano aggiunti i detriti trasportati dai fiumi quando il mare si ritirò: gli antichi canyon vennero sepolti e si formò la Pianura Padana. Il clima si raffreddò notevolmente, e quindi il paesaggio che troviamo stavolta è una vera e propria foresta temperata, ma incolta, selvaggia.
Una foresta temperata selvaggia doveva
probabilmente ricoprire il territorio
collinare veronese mezzo milione di anni fa

Per non rischiare di fare incontri ravvicinati con lupi, cinghiali o, chissà, addirittura orsi preistorici, abbiamo portato una di quelle tende che si possono montare sui rami alti degli alberi, usate dai naturalisti per le loro osservazioni. Ci siamo così appollaiati in alto tra i rami, con una bella visuale su tutta l’ansa dell’Adige. Abbiamo vissuto per parecchi giorni proprio come degli avventurosi naturalisti, facendo di necessità virtù e scoprendo che la “foresta bussolenghese” di 500mila anni fa era ricca di vita: volpi, scoiattoli e una grande varietà di uccelli. Con il binocolo poi abbiamo potuto scorgere in lontananza, dove la foresta si diradava in spazi più aperti, grandi cervi dalle corna enormi.

Homo heidelbergensis
Ma dopo più di una settimana vissuta così, appollaiati per aria anche di notte in attesa di scorgere ominidi, eravamo ormai stanchi e rassegnati ad andarcene, quando proprio all’ultimo giorno li abbiamo visti. È un gruppo di quattro individui nudi, che camminano lungo la riva opposta, provenendo proprio da est, dalle zone di Quinzano. Senz’altro devono essere della specie pre-sapiens chiamata Homo heidelbergensis , protagonista della cosiddetta antichissima "cultura acheuleana" . Visti da lontano non hanno affatto l’aspetto fisico di ominidi primitivi, anzi: questa specie ha il merito di aver compiuto un grande balzo avanti nell’utilizzo di strumenti più elaborati, e anche nell’acquisizione di uno stile di vita praticamente già in tutto simile a quello dei futuri Homo sapiens (la nostra specie), come hanno dimostrato alcune recenti e rivoluzionarie scoperte . I quattro cacciatori portano con sé delle rudimentali lance e una sorta di rozza ma voluminosa bisaccia fatta di pelle di qualche animale. Giunti al guado ci sembra che si scambino qualche indicazione, che non udiamo. Comunque pare che questi siano stati tra le prime specie di ominidi in grado di articolare un linguaggio vero e proprio, anche se molto semplice. Nel frattempo si sono immersi nell’acqua fino ai polpacci e hanno cominciato a pescare, conficcando le lance appuntite tra i flutti: in pochi minuti hanno già preso i primi pesci e in poco più di mezzora riempiono quella specie di bisaccia, escono
dall’acqua e si avviano sulla strada del ritorno. Non era una battuta di caccia grossa, evidentemente, ma una semplice pesca “di routine”. Ma a noi è bastato, per scoprire chi erano i primi abitanti delle nostre zone, mezzo milione di anni fa.

L'antichità nell'Ovest Veronese: 1) All'epoca dei fossili di Bolca (50 milioni di anni fa)

Immaginate di essere nella zona occidentale della provincia di Verona, ma di affacciarvi alla finestra e non vedere più i Monti Lessini e il Monte Baldo, né il fiume Adige, né le colline moreniche attorno al Lago di Garda, e neppure le pianure della Valpolicella e della Bassa Veronese, e scoprire di trovarvi invece in un arcipelago in mezzo a un oceano tropicale, scorgendo lì attorno soltanto qualche atollo corallino e, in lontananza, qualche vulcano che si erge da una costa bassa e paludosa: sembra impossibile, eppure questo è l’aspetto che hanno avuto le nostre zone per milioni e milioni di anni, un arco di tempo che non riusciamo nemmeno a concepire in confronto ai tempi della storia o anche della preistoria umana.

Nel corso di queste distese infinite di tempo la Terra ha subìto immani cambiamenti di climi e di ambienti. Oggi si parla di riscaldamento globale, ma la Terra decine e centinaia di milioni di anni fa era molto più calda di oggi e per questo, non esistendo ancora nemmeno le Alpi, il territorio che oggi noi calpestiamo nella Pianura Padana era il fondale di un mare tropicale. Abbiamo quindi deciso di muoverci non nello spazio ma nel tempo, per documentare questo paesaggio che esisteva dove oggi viviamo noi, scegliendo una data tonda: 50 milioni di anni fa. Per intenderci era l’epoca a cui risalgono i fossili di Bolca , l’epoca geologica chiamata Eocene. Per essere chiari, le nostre zone avevano questo aspetto tropicale da ben prima, da centinaia di milioni di anni. Basti pensare alle impronte di dinosauro trovate vicino a Rovereto e impresse nella pietra da ben 200 milioni di anni: a quel tempo la pietra era probabilmente terra melmosa, in un clima e in un ambiente tropicale. Tra l'altro, anche sul Monte Solane, in Valpolicella, sulle prime pendici montane dell'Ovest Veronese, sono stati ritrovati fossili risalenti all'Eocene.

Eccoci quindi catapultati a 50 milioni di anni fa: un clima caldo e umido ci accoglie, sembra di essere all’interno di una serra tropicale. Il mare in cui ci ritroviamo era la famosa Tetide, quell’oceano preistorico che esisteva da epoche immemorabili, ancora prima dei tempi dei dinosauri (fin da oltre 250 milioni di anni fa). 50 milioni di anni fa però i dinosauri erano già estinti da una quindicina di milioni di anni. Quello che non molti sanno è che una piccola stirpe di dinosauri riuscì a sopravvivere all’estinzione di massa, a diversificarsi e a proliferare in seguito: gli uccelli. Infatti, una volta balzati in quel mare di 50 milioni di anni fa, notiamo uno stormo di grossi e strani uccelli a noi sconosciuti (forse oggi evoluti in pellicani?), gracchianti sopra l’atollo e sulle nostre teste.

Eoplatax papilio, uno dei numerosi fossili dei giacimenti di Bolca,
sugli attuali Monti Lessini, fossili perfettamente conservatisi
a distanza di 50 milioni di anni
Dopo aver navigato per un po' in questo antichissimo mare tropicale, lasciamo la barca per attraversare con un piccolo gommone una barriera corallina e addentrarci in una zona semipaludosa: a un certo punto, a pochi metri da noi, scorgiamo il netto profilo di un coccodrillo scivolare sulla superficie dell’acqua. I coccodrilli sono in effetti animali antichi quanto i dinosauri (legati a loro da qualche parentela) e alcune specie sono sopravvissute all’estinzione di massa che spazzò via i grandi rettili. Dopo esserci ripresi dal batticuore, favorito tra l’altro anche dall’aria umida e pesante, proseguiamo addentrandoci col gommone attraverso una lussureggiante vegetazione tropicale, tra grossi insetti (molte libellule) e variformi uccelli. Avvistiamo anche alcune belle tartarughe sulla riva. E poi anche palme molto robuste, che crescevano imponenti e rigogliose.

L’unico peccato è che non abbiamo potuto vedere altri animali che a quell’epoca vivevano sulla terraferma, come i primi grossi mammiferi terrestri e i più antichi primati antropoidi (lontani antenati delle scimmie e anche di noi umani). Ma d’altronde queste zone a quell'epoca non erano certamente il loro habitat, come abbiamo constatato anche personalmente: la nostra intenzione era infatti di scendere dal gommone e provare a raggiungere a piedi le falde di un piccolo vulcano non molto distante. Ma il terreno è talmente instabile, con tratti melmosi e paludosi nascosti ovunque in una vegetazione selvaggia, che abbiamo deciso che si tratta di un tentativo rischioso e impraticabile. Inoltre la respirazione è diventata difficile a causa delle esalazioni vulcaniche disperse nell’aria. Insomma, è proprio il caso di dire che non era ancora un ambiente adatto agli uomini!

Il sole comincia a tramontare tingendo il cielo di rosa, mentre in lontananza all’orizzonte compaiono grigi nuvoloni. Decidiamo così di ritornare alla barca e solcare per un’ultima volta il mare aperto, il nostro mare tropicale. Nostro, perché riflettendoci, tra le rocce di quel fondale marino di 50 milioni di anni fa, in intensa attività magmatica, era già in atto un lentissimo processo che avrebbe portato alla formazione della catena alpina: quel fondale marino era già il suolo dei Monti Lessini e del Monte Baldo che oggi vediamo affacciandoci alla finestra.