A couple of days ago I went to uShaka, Durban's marine park. Turists, surfers, families and children visiting the aquarium, a show of trained seals for the entertainment of the visitors. A beer festival on the beachfront. It was an exciting atmosphere for the Freedom Day, the most important South African public holiday, that celebrates the anniversary of the first free elections post-apartheid, in 1994.
It was a cosmopolitan ambient, not really African.
Then I went working in the deep province of KwaZulu-Natal and I saw the other side of the coin: the Zulu common people's villages, quite far from the city.
Ndwedwe is a little village just 60 km north of Durban, laid on the beautiful Valley of a Thousands Hills. Here the luxury of the city is really far away. We went to play in Ndwedwe in order to
accompany choral groups of Zulu students living in the surroundings, taking part in the South African Schools Choral Eisteddfod, that is a festival of youth choirs taking place every year in Durban.
In that village I have seen faces marked by that poise and wisdom belonging to people used to trust only their land, which gives them food and job, well far from the postures of the city people. I watched at them while walking around, and they gave me an impression of down-to-earth and level headed people, friendly but not deceitful or smarmy, and I liked them.
The boys and girls in the choirs, dressing different uniforms depending on the school whom they belonged, looked unpretentious but well-aware and determined, typical features of small-town inhabitants.
This, I thought, is Zululand. But then, I recalled that the symbolic and moral leader of Zulu people is a king who in the last weeks has wished for the foreign African immigrants to go back to their countries, because in his opinion they would steal the job from the Zulus. His words, quoted by the newspapers, instigated xenophobic violence in Durban, violence degenerated in destroyed shops and casualties in the riots.
The fact is that Goodwill Zwelithini kaBhekuzulu, king of the Zulus since half a century ago, holds a role recognized by the South African constitution, as constitutional monarch of the Zulu kingdom within KwaZulu-Natal, as well as head of other Zulu institutions.
So, his declarations must not be taken lightly. At any rate, they have been taken even too seriously by those unemployed and exasperated ones that have attacked the shops run by African immigrants, in one of the poorest areas in the city.
The scandal is that the Zulu king, with six wives and 28 children, wastes money crazily and in a way that is totally disrespectful to his own people, most of them living in poverty. In order to reply to criticism and condemn xenophobia, king Goodwill Zwelithini held a political meeting at the monumental Moses Mabhida Stadium, last week.
I wonder what the quiet working people of Ndwedwe will think about this person.
Anyways, every time I discover new pieces of South African life, a world that never stops to surprise me.
venerdì 1 maggio 2015
Zululand
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martedì 28 aprile 2015
Zululand
Ieri sono stato a uShaka, il parco acquatico di Durban. Turisti, surfisti, famiglie e bambini in visita all'acquario, spettacolo di foche ammaestrate per il divertimento degli spettatori. Festival della birra lungo la spiaggia. Un'atmosfera di festa per il Freedom Day, il più importante giorno festivo del Sudafrica, che celebra il ricordo delle prime elezioni libere del dopo-apartheid, nel 1994.
Era un ambiente cosmopolita e poco africano.
Oggi siamo andati a suonare nella profonda provincia del KwaZulu-Natal, e ho visto l'altra faccia della medaglia: i villaggi della gente comune zulu, molto lontano dalla città.
Ndwedwe è un paesino a soli 60 km a nord di Durban, adagiato sulle belle ondulazioni della Valle delle Mille Colline, ma qui i lussi della città sembrano lontani anni luce.
Siamo andati a suonare a Ndwedwe per accompagnare gruppi di ragazzini zulu provenienti da diverse scuole dei villaggi della zona, nell'ambito del South African Schools Choral Eisteddfod, cioè un festival di cori giovanili che si svolge ogni anno a Durban.
In quel villaggio ho visto gente con i volti segnati dalla pacatezza e dalla saggezza di chi è abituato a fidarsi solo della propria terra che gli dà cibo e lavoro, lontano dalle pose dei cittadini. Li guardavo camminare accanto a me e mi davano l'impressione di gente con i piedi per terra e la testa sulle spalle, cordiali ma non subdoli o untuosi, e mi sono risultati subito simpatici.
Anche i ragazzi e ragazze dei cori, con divise diverse a seconda della scuola di provenienza, avevano negli occhi la mancanza di affettazione, ma allo stesso tempo la consapevolezza e caparbietà proprie della gente di provincia, e mi ci sono un po' riconosciuto.
Questo, ho pensato, è lo Zululand. Ma poi ho pensato che il punto di riferimento simbolico e morale degli Zulu è un re che nelle scorse settimane ha auspicato che i lavoratori stranieri di altri Paesi africani ritornino nelle loro terre di origine, perché a suo dire ruberebbero il lavoro agli zulu. Queste dichiarazioni, riprese dai giornali, hanno scatenato violenze xenofobe a Durban, violenze che non si vedevano dai tempi della fine dell'apartheid, e che hanno provocato anche dei morti.
Il fatto è che Goodwill Zwelithini kaBhekuzulu, re degli Zulu da mezzo secolo, ricopre una carica non solo simbolica, ma riconosciuta anche dalla Costituzione sudafricana, quale monarca costituzionale del regno zulu all'interno del KwaZulu-Natal, e capo di altre istituzioni pubbliche zulu.
Quindi le sue dichiarazioni non possono essere prese alla leggera. In ogni caso, sono state prese fin troppo alla lettera da quella parte di zulu disoccupati ed esasperati che hanno attaccato i negozi degli immigrati africani in una delle zone più povere della città di Durban.
Lo scandalo è che il re zulu, sei mogli e 28 figli, spende e spande soldi in maniera spropositata e del tutto irrispettosa del proprio popolo, che vive in grande maggioranza in povertà. Per concedersi di replicare alle critiche e condannare la xenofobia, re Goodwill Zwelithini ha tenuto un comizio-spettacolo al monumentale stadio di calcio "Moses Mabhida Stadium", la settimana scorsa.
Chissà cosa penseranno i tranquilli e laboriosi abitanti di Ndwedwe di questo personaggio.
Comunque, ogni volta scopro nuove sfaccettature della realtà sudafricana, un mondo che non finisce di sorprendermi.
Era un ambiente cosmopolita e poco africano.
Oggi siamo andati a suonare nella profonda provincia del KwaZulu-Natal, e ho visto l'altra faccia della medaglia: i villaggi della gente comune zulu, molto lontano dalla città.
Ndwedwe è un paesino a soli 60 km a nord di Durban, adagiato sulle belle ondulazioni della Valle delle Mille Colline, ma qui i lussi della città sembrano lontani anni luce.
Siamo andati a suonare a Ndwedwe per accompagnare gruppi di ragazzini zulu provenienti da diverse scuole dei villaggi della zona, nell'ambito del South African Schools Choral Eisteddfod, cioè un festival di cori giovanili che si svolge ogni anno a Durban.
In quel villaggio ho visto gente con i volti segnati dalla pacatezza e dalla saggezza di chi è abituato a fidarsi solo della propria terra che gli dà cibo e lavoro, lontano dalle pose dei cittadini. Li guardavo camminare accanto a me e mi davano l'impressione di gente con i piedi per terra e la testa sulle spalle, cordiali ma non subdoli o untuosi, e mi sono risultati subito simpatici.
Anche i ragazzi e ragazze dei cori, con divise diverse a seconda della scuola di provenienza, avevano negli occhi la mancanza di affettazione, ma allo stesso tempo la consapevolezza e caparbietà proprie della gente di provincia, e mi ci sono un po' riconosciuto.Questo, ho pensato, è lo Zululand. Ma poi ho pensato che il punto di riferimento simbolico e morale degli Zulu è un re che nelle scorse settimane ha auspicato che i lavoratori stranieri di altri Paesi africani ritornino nelle loro terre di origine, perché a suo dire ruberebbero il lavoro agli zulu. Queste dichiarazioni, riprese dai giornali, hanno scatenato violenze xenofobe a Durban, violenze che non si vedevano dai tempi della fine dell'apartheid, e che hanno provocato anche dei morti.
Il fatto è che Goodwill Zwelithini kaBhekuzulu, re degli Zulu da mezzo secolo, ricopre una carica non solo simbolica, ma riconosciuta anche dalla Costituzione sudafricana, quale monarca costituzionale del regno zulu all'interno del KwaZulu-Natal, e capo di altre istituzioni pubbliche zulu.
Quindi le sue dichiarazioni non possono essere prese alla leggera. In ogni caso, sono state prese fin troppo alla lettera da quella parte di zulu disoccupati ed esasperati che hanno attaccato i negozi degli immigrati africani in una delle zone più povere della città di Durban.
Lo scandalo è che il re zulu, sei mogli e 28 figli, spende e spande soldi in maniera spropositata e del tutto irrispettosa del proprio popolo, che vive in grande maggioranza in povertà. Per concedersi di replicare alle critiche e condannare la xenofobia, re Goodwill Zwelithini ha tenuto un comizio-spettacolo al monumentale stadio di calcio "Moses Mabhida Stadium", la settimana scorsa.
Chissà cosa penseranno i tranquilli e laboriosi abitanti di Ndwedwe di questo personaggio.
Comunque, ogni volta scopro nuove sfaccettature della realtà sudafricana, un mondo che non finisce di sorprendermi.
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giovedì 12 marzo 2015
Razzismo
Venti anni dopo
la fine dell’apartheid, in Sudafrica il razzismo non è morto. È triste dirlo, ma
esiste anche un razzismo da parte della popolazione di colore nei confronti della
popolazione bianca. È ormai risaputo che le persone di colore (neri, coloured)
vengono avvantaggiati per esempio in ambito lavorativo. Fanno testo le nuove
leggi varate dal governo, che stanno portando al licenziamento di migliaia di
lavoratori bianchi specializzati, anche in settori vitali per l’economia
sudafricana. La motivazione? Garantire in ogni settore della società una
rappresentanza che rispecchi la percentuale della popolazione in base al colore
(la popolazione bianca a livello nazionale ammonterebbe a circa il 9%),
passando sopra alle reali competenze e al merito. Non è forse una politica
razzista regolare in modo rigido l’occupazione in base al colore?
È notizia di questi
giorni che anche Eskom, la compagnia che fornisce elettricità al Sudafrica, una
delle dieci più grandi compagnie di elettricità al mondo, sarà sottoposta a
questi particolari licenziamenti. Oltre mille ingegneri e oltre duemila operai
specializzati bianchi della compagnia dovranno essere licenziati per far posto
a nuove assunzioni di personale di colore. Secondo un reportage giornalistico
che ha affrontato la faccenda, le nuovi leggi sudafricane sarebbero implacabili
sulle cifre. Dei 6530 dipendenti ingegneri di Eskom, 1786 sono bianchi, cioè il
30%: secondo la legge sono troppi, dovrebbero essere appena 705. E dei 21.372
operai specializzati di Eskom, oggi i bianchi sono 4487, cioè solo il 21%, ma
sono già troppi, la metà se ne deve andare.
Polemiche e
preoccupazioni stanno attraversando l’opinione pubblica sudafricana. Molti
temono che il Sudafrica rischi una profonda crisi economica a causa della
mancanza di lungimiranza degli attuali politici, a forza di sottrarre energie
specializzate in punti chiave per l’economia del Paese. Il problema infatti,
ovviamente, è che non basta il colore della pelle per essere all’altezza di
particolari competenze. Anche alcuni favorevoli alla politica di
“redistribuzione” in base alla demografia, ritengono che tutto stia avvenendo
troppo in fretta. E c’è chi paventa che il Sudafrica si stia avviando
pericolosamente verso la situazione del confinante Zimbabwe, il cui presidente Mugabe ha
recentemente ammesso che la crisi da cui lo Zimbabwe non riesce più a
sollevarsi dipende in gran parte dalla politica di esproprio delle aziende
agricole dei bianchi, dal 2000 a oggi, e dall’incapacità manageriale della
classe di colore fedele a Mugabe, che li ha sostituiti. Fa un certo effetto,
sentito dire dallo stesso Mugabe, che da decenni sventola la propaganda
dell’espulsione dei cittadini bianchi dallo Zimbabwe.
Va detto che il
clima di risentimento verso i bianchi non è generalizzato, io credo che la
maggioranza dei Sudafricani (neri, bianchi, coloured, indiani) abbia abbastanza
buonsenso e apertura mentale da considerare assurdo ogni comportamento
discriminatorio, e ho prova di questo tutti i giorni. Però non è nemmeno un
problema da sottovalutare, anzi. Tanti piccoli segnali rivelano che il problema
razzismo è più diffuso di quanto possa apparire. La popolazione sudafricana è
ancora molto divisa in una specie di auto-apartheid volontario, a causa della
forte differenza culturale. I neri si ritrovano in attività e locali
frequentati solo da loro, i bianchi pure, e perfino i coloured (meticci)
frequentano più spesso e volentieri altri coloured che altri neri o bianchi. Ho conferma di questo perfino nella nostra orchestra, dove pure lavora gente più acculturata e sensibile che in altri settori della società. Per non parlare degli indiani e asiatici (a Durban assommano a ben un quarto del totale della popolazione), che evitano per quanto possibile contatti con le altre etnie, conducendo una vita per conto loro. Non è questione di
odio, semplicemente di substrato culturale comune e di mancanza di volontà, spesso, di conoscere e interagire con le altre tradizioni diverse. Però in questo modo l’integrazione
è ancora molto lontana e antichi o nuovi risentimenti covano sotto la cenere,
come si intuisce anche da piccoli e apparentemente insignificanti episodi. Come
l’autista nero dell’autobus che si ferma ad aspettare che salgano persone di
colore, ma mentre tu bianco sei a due metri dalla porta e gli fai cenno, lui ti
vede ma parte lo stesso (successo più volte a più persone).
Eppure tra
qualche anno potremmo ricordare queste leggi addirittura come moderate. Un
nuovo giovane leader sta facendo infatti presa sui giovani neri, si chiama Julius
Sello Malema, e li ha conquistati denunciando la corruzione del governo Zuma.
Il problema è che Malema, oggi 34enne, in questi ultimi anni si è reso
protagonista di dichiarazioni di odio razziale contro i bianchi, che sono state
stigmatizzate dall’ANC (partito nero al governo) e dallo stesso presidente Zuma.
Il fatto che un tale leader goda già di un vasto consenso popolare, non lascia
ottimisti sul futuro dell’integrazione.
Forse il sogno
della Nazione Arcobaleno è morto con Nelson Mandela.
sabato 14 febbraio 2015
San Valentino
Nel giorno di San Valentino 2015, festa dell'amore e degli innamorati, il papa cattolico nomina nuovi venti cardinali, simbolo del potere della Chiesa, portando i membri del Collegio Cardinalizio a un totale di 227 (più un papa e un papa emerito), record bulimico mai raggiunto prima (il limite massimo di cardinali elettori fissato 40 anni fa sarebbe tuttora di 120, in teoria).
Non è un caso, forse: la festa degli innamorati ha sempre avuto un forte legame con la religione.
Ancora prima che esistesse il cristianesimo, gli antichi Romani il 14 e 15 febbraio festeggiavano i Lupercalia. Luperco era una divinità pastorale invocata a protezione della fertilità, infatti la ricorrenza cadeva alla fine dell'inverno, quando le piante cominciavano a germogliare nuova vita. Il cerimoniale dei Lupercalia, piuttosto elaborato, includeva anche il propiziare la fertilità delle donne che la desiderassero, attraverso un gesto simbolico (essere percosse con strisce di pelle di caprone sacrificato, animale simbolo di fertilità). Secondo una tradizione, sulla cui veridicità però nutro qualche dubbio, i nomi di donne e uomini seguaci di Luperco venivano inseriti in un'urna e poi mischiati, quindi un bambino estraeva i nomi di alcune coppie che per un intero anno avrebbero vissuto in intimità, affinché il rito della fecondità fosse concluso.
Queste feste della fertilità furono tra le più "dure a morire" del mondo romano. Ancora nel 495 papa Gelasio si lamentava del fatto che i Lupercalia venissero ancora celebrati, e nel 496 lo stesso papa istituì il giorno 14 febbraio come giorno commemorativo di San Valentino, descrivendolo tra coloro "i cui nomi sono giustamente venerati tra gli uomini, ma le cui azioni sono note solo a Dio". Quindi, stando alle parole di papa Gelasio, non si sapeva nulla su chi veramente fosse questo Valentino. Ma la cristianità successivamente lo identificò con un martire sepolto lungo la via Flaminia, poco fuori Roma. Molti Valentino furono identificati con quello citato da papa Gelasio. Il più accreditato dalla tradizione cristiana finì per diventare un Valentino che, secondo l'agiografia, sarebbe stato vescovo di Terni nel III secolo e martirizzato sotto l'impero di Aureliano.
Qual è il collegamento che fece diventare San Valentino patrono degli innamorati? Tutto ebbe inizio, si pensa, durante l'epoca dell'"amor cortese", nel Medioevo. A Parigi il 14 febbraio dell'anno 1400 fu istituito l'"Alto Tribunale dell'Amore", un'istituzione ispirata ai principi dell'"amor cortese". Il tribunale aveva lo scopo di decidere su controversie legate ai contratti d'amore, tradimenti e violenza sulle donne. I giudici venivano selezionati sulla base della loro familiarità con la poesia d'amore.
Nel frattempo sul santo del 14 febbraio vennero ricamate storie che lo consacravano patrono degli innamorati. Come quella secondo cui San Valentino vescovo di Terni unì in matrimonio la giovane cristiana Serapia e il centurione romano Sabino: l'unione era ostacolata dai genitori di lei, finché la giovane cadde gravemente malata. Il centurione chiamò il santo vescovo, e al capezzale della morente gli chiese di non essere mai più separato dall'amata. San Valentino lo battezzò e quindi lo unì in matrimonio a Serapia, dopodiché morirono entrambi.
Fu nell'Ottocento, comunque, che nel mondo anglosassone si diffuse l'uso di biglietti d'auguri ai propri innamorati, nel giorno di San Valentino. Il 14 febbraio finì per diventare una ricorrenza commercializzata, attesa e maledetta come tutte le ricorrenze di questo tipo.
Stasera con l'orchestra suoneremo un concerto per la ricorrenza di San Valentino, infarcito di canzoni d'amore. A onor del vero, nonostante io odii le canzoni "smelensie", devo dire che il programma è molto bello e piacevole sia da suonare che, credo da ascoltare, oltre a ospitare solisti molto bravi, tra cui una violinista di alto livello internazionale, Susanne Hou.Sicuramente sarà molto più divertente rispetto ad assistere a un rito dei Lupercalia...
mercoledì 28 gennaio 2015
Lo scorso millennio e l'incognita di questo
Siamo all'inizio del terzo millennio, e diciamo che non è iniziato nel migliore dei modi: si è aperto con gli attentati dell'11 settembre e da allora è tutto un susseguirsi di tensioni e guerre tra lo stile di vita globalizzato "occidentale" e il suo più acerrimo nemico, il fondamentalismo islamico.
Avendo passato infanzia, adolescenza e prima giovinezza nell'ultimo ventennio del Novecento, in un certo senso mi considero un uomo dello scorso millennio. L'impronta della scuola italiana dopotutto affonda le sue origini nell'umanesimo italiano di seicento anni fa. Soprattutto noi Italiani siamo eredi delle azioni di Dante, Leonardo da Vinci, Cristoforo Colombo, Giordano Bruno, Galileo, Meucci, Marconi, Fermi... per citare i primi nomi che vengono in mente: cioè di personaggi che hanno fatto la storia dell'umanità nel secondo millennio. Tutto il mondo, se è così come è oggi, lo deve all'esistenza di uomini come loro (e a tantissimi altri). Il millennio appena trascorso è stato quello più straordinario della storia della Terra, per quanto riguarda la concentrazione di fatti, scoperte e cambiamenti avvenuti in così poco tempo, tutti a causa dell'uomo. Sarà difficile che in futuro si ripeta un millennio simile, che è passato dall'arretratezza dell'epoca feudale europea dell'anno mille (e in quasi tutto il resto del mondo l'arretratezza era ancora maggiore), alla globalizzazione e allo straordinario sviluppo di benessere e tecnologico della seconda metà del Novecento: un cambiamento totale in così tanti aspetti e in soli mille anni, unico nella nostra storia. Se la pensiamo così, siamo fortunati a vivere in questa epoca, ricevendo in eredità ciò che l'umanità ha conseguito nel corso degli ultimi mille anni.
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| Miniatura dell'XI secolo che rafigura il protagonista della rinascita del Mille: l'aratro in ferro |
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| La corte di Federico II a Palazzo della Favara, a Palermo, (secondo un dipinto del 1939) |
La penisola italiana, pur divisa in tanti Stati, tra Comuni al nord, Stato pontificio e Regno di Sicilia al sud, vide la nascita di movimenti letterari e poetici ("dolce stil novo") che diedero un forte impulso
all'elaborazione della lingua italiana (ancora divisa in lingue regionali). Tra i tanti personaggi importanti, vale la pena nominare San Francesco d'Assisi, Gengis Khan, Marco Polo, Federico II di Svevia, che da re di Sicilia divenne imperatore del Sacro Romano Impero e fu considerato in seguito come prototipo del sovrano illuminato, esperto del buon governo e del bel vivere, protettore della cultura e delle arti. E poi ovviamente, a fine del secolo, Dante, che diede il meglio della sua opera però nel secolo successivo.
Il Trecento appunto vide un balzo nello sviluppo della nascente lingua italiana, con Dante, Petrarca, Boccaccio su tutti.
Ma il Trecento fu anche un'epoca tragica: una grave pandemia di peste, la "Morte nera", imperversò in Europa e Asia, e solo in Europa uccise due terzi dell'intera popolazione. In Asia non si hanno stime certe, ma ciò che è certo è che questa grande moria (come veniva chiamata all'epoca) fu uno shock da cui l'Europa si risolleverà solo dopo più di un secolo, demograficamente ed economicamente.
Ma intanto, tra Quattrocento e Cinquecento, successero nuovi eventi eccezionali. Un'epoca di nuova intraprendenza commerciale sui mari, e di visionari viaggiatori come Cristoforo Colombo, Vasco da Gama, Ferdinando Magellano, fecero scoprire all'Europa non solo nuove rotte commerciali, ma nuovi continenti, come l'America. Letteralmente si apriva un nuovo mondo agli occhi degli Europei. La stessa conformazione della mappa terrestre doveva essere rimessa in discussione, e anche i rapporti commerciali con l'Asia venivano intensificati, dopo la drammatica epoca delle invasioni mongole di Gengish Khan (nel XIII secolo l'impero mongolo, il più esteso di ogni impero nella storia, era giunto a minacciare l'Europa stessa).
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| Una delle opere più famose del Rinascimento, "La Primavera" di Sandro Botticelli |
Varcata la metà del millennio, l'umanità, in Europa, sembrava avviata verso una nuova età dell'oro, non più vista dai tempi dell'Impero Romano. Gli Europei però svilupparono anche azioni meno positive: ora che avevano un nuovo continente a disposizione, l'intera America, tecnologicamente arretrata, i conquistatori non tardarono a sfruttarla cinicamente, schiavizzandone la popolazione nativa. Dall'Africa, altro continente che non poteva competere con l'Europa (nonostante tante culture affascinanti e il forte impero d'Etiopia) importarono in massa manodopera africana da far lavorare nelle nuove colonie americane (per questo in Brasile e negli Stati Uniti la popolazione nera è da sempre una parte rilevante della popolazione totale).
La Chiesa cattolica nel frattempo attraversò un periodo di forte conservatorismo, giungendo a instaurare un severissimo tribunale ecclesiastico, l'Inquisizione, creato inizialmente per processare tutti coloro ritenuti punibili per eresia, in qualsiasi Stato cattolico (soprattutto la Spagna e le sue numerose colonie), ma in seguito utilizzato anche per punire gli avversari politici, dal momento che lo Stato Pontificio era un vero e proprio soggetto politico. L'Inquisizione divenne famigerata per la ostinatezza delle persecuzioni e per la crudezza delle torture, che spesso terminavano con la morte dell'imputato.
Nel frattempo la sensazione di continuo progresso europeo subì dei colpi terribili nel Seicento, quando nuove guerre tra Stati nazionali europei (Guerra dei Trent'anni e guerra civile inglese) e nuove epidemie di peste minarono fortemente la qualità di vita degli Europei.
La scienza però continuò a progredire, anzi, nonostante le resistenze dei vecchi conservatorismi ci fu una vera rivoluzione scientifica, con scoperte che cambiarono totalmente il modo di vedere il mondo e l'universo. Già il polacco Copernico era stato un precursore (non l'unico) di questa rivoluzione, e ora altri scienziati come il danese Tycho Brahe, l'italiano Galileo Galilei, il tedesco Keplero, l'inglese Newton, tra gli altri, posero le prime basi della scienza moderna.
Il Settecento si aprì con una nuova consapevolezza scientifica, e in Francia si sviluppò un intero movimento intellettuale volto a vedere il mondo con occhi razionali: l'Illuminismo, che con questo nome veniva posto in contrapposizione al supposto oscurantismo dei secoli passati.
A metà Settecento, dopo le guerre del secolo passato sembrava essere stata raggiunta una certa stabilità e pace. Ma in realtà stava per iniziare l'epoca delle rivoluzioni.
Le colonie inglesi in America stavano subendo sempre più tassazioni dalla madrepatria, il Regno di Gran Bretagna, retto allora da re Giorgio III, e non avevano rappresentanza nel Parlamento inglese. In seguito a scontri e contro-scontri sempre più pesanti, scoppiò la guerra d'indipendenza americana: nel 1776 i coloni dichiararono l'indipendenza riunendo tutte le colonie sotto il nome di Stati Uniti d'America. Fu guerra con la Gran Bretagna, che si protrasse fino al 1783, quando gli Inglesi riconobbero la sconfitta, firmarono il trattato di pace e si ritirarono dagli Stati Uniti.
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| Rivoluzione francese |
Potenze che, deposti i leader rivoluzionari, esiliato Napoleone, fecero rientrare a Parigi l'erede al trono in esilio, e nel 1814-1815 convocarono il Congresso di Vienna, dove ridisegnarono la mappa d'Europa secondo i principi di una Restaurazione in senso monarchico.
Ma ormai il seme della democrazia repubblicana era stato gettato, e nei decenni successivi in tutta Europa e anche nelle colonie oltreoceano dilagarono rivolte e rivoluzioni che portarono all'indipendenza di molti Stati nazionali. L'Italia passò per tre cruente guerre d'indipendenza, e molti morti, prima di ottenere la liberazione dai governi stranieri che la occupavano, e di annettere Roma come capitale del nuovo Regno d'Italia, nel 1870. L'Italia tornava a essere uno Stato indipendente e unificato dopo ben 1400 anni: l'ultima volta era ancora Impero Romano d'Occidente.
Al di là delle guerre di indipendenza, il progresso europeo continuò, le colonie europee continuarono in Africa e Asia-Oceania, l'approccio del Positivismo alla scienza generava ottimismo per il futuro dell'umanità. Dopo il 1870 finalmente si ebbe un periodo di pace, ottimismo e bel vivere, che passò sotto il nome di Belle Époque.
Tutto crollò tragicamente nel 1914, quando bastò una scintilla per far divampare il fuoco che covava sotto la cenere dei vecchi risentimenti tra gli Stati nazionali europei. Scoppiava la prima guerra mondiale, che come dice il nome coinvolse anche Paesi di altri continenti, in tutto il mondo. Fu un diastro mai visto prima, in cui fecero la comparsa nuovi orrori come le bombe a mano, le armi chimiche, i carrarmati, la guerra da logoramento in trincea. Proprio anche a causa delle restrizioni del periodo bellico, si ritiene, nel 1918 scoppiò una terribile pandemia di influenza spagnola, che decimò la popolazione mondiale ed è considerata la più grave epidemia registrata nella storia umana. Se la prima guerra mondiale aveva ucciso sui 16-17 milioni di persone nel mondo, più altre 20 milioni ferite e mutilate, la pandemia di spagnola colpì in soli sei mesi un miliardo di persone, e mieté 50 milioni di morti.
Da questo disastro l'Europa di risollevò, ma con confini nuovi (l'Impero d'Austria e Ungheria scomparve, l'Austria rimase quel piccolo Stato che è tuttoggi) e con la consapevolezza che la pace era solo transitoria.
Passò un ventennio, percorso da nuovi nazionalismi populisti che rinfacciavano alle vecchie classi dirigenti la responsabilità delle scelte politiche del passato che avevano condotto alla nera situazione del momento. Nacque così il fascismo in Italia, che fu seguito da emulazioni anche nel resto d'Europa, in particolar modo in Germania dove la crisi economica degli anni '30 e i risentimenti dopo la sconfitta nella prima guerra mondiale fecero nascere il nazionalsocialismo, o nazismo.
| Adolf Hitler, capo di Stato della Germania nazista, fu il responsabile di aver precipitato l'Europa nella seconda guerra mondiale |
Fu una tragedia ancora peggiore della precedente. L'intera Europa divenne teatro di distruzione, i bombardamenti aerei distrussero intere città, mentre nei campi di concentramento i prigionieri venivano ridotti a condizioni subumane. Al termine della guerra l'Europa era un cumulo di macerie, fisiche e morali, mentre per costringere il Giappone alla resa gli Stati Uniti sganciarono due bombe nucleari che rasero al suolo le città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki. Le vittime del conflitto furono sull'ordine dei 60 milioni, rendendolo il più grande e letale conflitto armato della storia.
Dopo la guerra gli Stati Uniti aiutarono economicamente l'Europa e il Giappone a riprendersi, ma allo stesso tempo, come controparte, installarono le loro basi militari di supporto in Oceania e in Europa. Intanto l'altra superpotenza vincitrice, l'Unione Sovietica russa, manteneva sotto il suo controllo economico-militare l'Europa dell'est e intratteneva rapporti amichevoli con la Cina comunista. Il mondo si divideva così in due blocchi: quello occidentale o atlantico guidato dagli Stati Uniti, e quello comunista capeggiato dall'Unione Sovietica, contrapposti per decenni da una Guerra fredda, cioè un conflitto indiretto. Stati Uniti e Unione Sovietica non si attaccarono mai direttamente, ma si trovavano sempre su fronti opposti nei più cruenti conflitti di quegli anni (crisi dei missili di Cuba, guerra di Corea, guerra del Vietnam). Entrambi i blocchi erano in possesso della nuova arma nucleare, e nessuno voleva davvero una guerra nucleare, che avrebbe massacrato l'intera umanità.
L'epoca di pace forzata e lo spirito di rivalità tra i blocchi portò comunque a una ripresa economica in Europa, trascinata dallo sviluppo americano, e soprattutto a uno sviluppo tecnologico e di benessere sociale mai visti prima. Televisioni, automobili, treni, aerei, assistenza sociale da parte dello Stato, cambiarono gli stili e la qualità di vita delle masse. Si diffusero nuove ideologie libertarie e progressiste: i movimenti civili del Sessantotto, il femminismo, l'ecologismo.
Nel 1991 il collasso politico dell'Unione Sovietica sancì la fine della Guerra fredda. Si apriva un nuovo ottimismo sullo scenario mondiale: la paura di una possibile guerra nucleare veniva messa alle spalle, le grandi proteste degli anni '60-'70 erano venute meno a causa di uno sviluppo e un benessere diffuso (nei Paesi occidentali).
Nuove tecnologie, come i computer, i telefoni cellulari, Internet, semplificavano enormemente le comunicazioni e in definitiva la vita di miliardi di persone nel mondo. Anche i viaggi internazionali divennero più semplici e a portata di tutti. L'Unione Europea aprì le frontiere tra i propri Stati membri e promosse interscambio studentesco tra i giovani universitari di tutta Europa con il programma Erasmus, mentre nuove compagnie aeree low cost (a basso costo) permisero anche alla classe media e ai giovani di visitare Paesi lontani, anche quelli dell'ex blocco sovietico che un tempo erano quasi inavvicinabili. Il mondo cominciò a diventare un pianeta interconesso, in cui le diverse culture potevano interscambiare usanze, modi di fare, conoscenze, anche se il modello predominante rimaneva quello occidentale, aperto però all'afflusso di nuove tradizioni (cucina asiatica, lingua e modelle russe, eccetera): era il fenomeno chiamato globalizzazione.
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| La Terra oggi, un mondo globalizzato |
Ora siamo entrati nel terzo millennio appena da una quindicina d'anni, e già il mondo ci appare molto più complesso e pieno di nuove difficili sfide. È vero che il progresso tecnologico continua (per ora). Ma anche la corruzione a qualsiasi livello e in qualsiasi Paese continua inarrestabile, compromettendo un migliore sviluppo: il divario tra sempre più ricchi e sempre più poveri aumenta di anno in anno in tutto il mondo, e il rischio è che si arrivi prima o poi a un punto di rottura (dal momento che i poveri sono molti di più dei ricchi). Una crescita economica e contemporaneamente di benessere sociale e di estensione dei diritti civili come quella di qualche decennio fa, oggi non sembra più possibile, nemmeno per le nuove potenze come la Cina. In più, una crisi economica locale oggi diventa facilmente globale, e questo ovviamente è un punto debole della globalizzazione. Gli Stati occidentali hanno esaurito le risorse su cui avevano vissuto per decenni, accumulando debito pubblico, e ora stanno poco a poco riducendo il sostegno statale che era stato un pilastro del benessere sociale della seconda metà del Novecento. Addirittura è stato annunciato che lo stesso programma Erasmus dell'Unione Europea potrebbe non rimanere attivo ancora a lungo a causa dei costi per mantenerlo attivo.
Inoltre, fatto recentissimo, sembra che il fanatismo ed estremismo violento, di matrice islamica, stia facendo più proseliti di quanto ci si sarebbe atteso, anche tra giovani occidentali. Le cause profonde sono tutte da studiare, ma intanto si moltiplicano episodi di violenza cieca, che in particolare in Medio Oriente stanno mettendo a dura prova la vita di milioni di individui. In questa situazione, Paesi dal rinnovato nazionalismo come la Russia non esitano ad approcciarsi alla politica internazionale con un atteggiamento cinico e dannoso. Per non parlare di alcune teorie secondo cui a molti governanti di oggi, anche in Europa e in America, interesserebbe ben poco della salute dei propri cittadini, e agirebbero invece solo per tutelare gli interessi di una ristretta cerchia della classe dirigente.
In questo scenario, che io non ho voluto rendere troppo fosco come già viene dipinto da tanti, le incognite sono infinite e il futuro più che mai inscrutabile. Cosa succederà alla nostra umanità nel corso di questo millennio? Ma senza spingersi così avanti, cosa succederà nel corso di questo XXI secolo?
Nessuno può dirlo, ogni previsione in qualsiasi senso può essere smentita dai fatti già domani, considerata la fluidità della situazione mondiale. La stessa ricerca di valori morali sembra ormai esausta, dopo i tanti personaggi che furono punti di riferimento nel secolo scorso. Non si vedono grandi figure in grado di catalizzare energie positive verso una reinterpretazione inclusiva e positiva dei problemi attuali. In molti oggi guardano con speranza all'apertura mentale e al coraggio delle prese di posizione di papa Francesco (Jorge Mario Bergoglio), ma un uomo solo, per quanto a capo della Chiesa cattolica, non può fare granché in un possibile scenario di caos globale.
La notizia positiva è che l'interscambio d'informazione globale ha reso possibile che le classi medie in tutto il mondo abbiano una maggiore consapevolezza del proprio ruolo, e si sentano accomunate da valori e interessi simili. Un giovane mediamente acculturato in Cina può sentirsi "sulla stessa barca" di un suo consimile europeo, neozelandese o cileno. Questo è forse il miglior seme che la globalizzazione ha piantato nell'umanità, e speriamo che dia buon frutto.
sabato 24 gennaio 2015
Il bello della vita
Così ho deciso di andare in piscina, sono uscito volenteroso, mi sono fermato a prendere un caffè sotto casa e ho visto che il parco di fronte alla caffetteria, che io ricordavo sempre chiuso, era aperto. La curiosità ha preso il sopravvento, sono entrato nel parco, che era un po' in salita essendo sulla china di una collina sovrastante Durban. C'erano due o tre coppiette bianche che portavano a spasso il cane e qualche gruppetto sparuto di neri che riposavano all'ombra. (Piccola parentesi: qui è normale parlare di bianchi e neri, e indiani, perché ciascuno di questi gruppi etnici vive esistenze completamente diverse dagli altri due gruppi)
Mi sono inerpicato su per il prato e mi si è parato davanti il panorama della città di Durban dall'alto con il mare sullo sfondo. A letteralmente due passi da casa mia, questa non me l'aspettavo.
Rinfrancato da questa scoperta, mi sono avviato a prendere il minibus per andare in piscina, ma strada facendo ho visto gente per strada che si godeva la bellissima giornata, e sono rimasto contagiato. Ho cambiato i piani e sono sceso sulla passeggiata del lungoceano, percorrendola tutta fino alla foce del fiume Umgeni, a nord di Durban. Era da diversi mesi che non passeggiavo fino qui, col suono delle onde dell'Oceano Indiano di sottofondo. Essendo sabato pomeriggio, tanti, soprattutto famiglie, erano sulla spiaggia o facevano grigliate lungo la passeggiata, com'è uso qua, soprattutto tra le famiglie indiane, che a volte mi sembrano quelle che si sanno godere di più la vita qui.
Arrivato al fiume, le onde si infrangevano imponenti sugli scogli del molo e qualche aspirante pescatore (in genere padri con figli, indiani perlopiù) gettava l'amo lungo la foce del fiume, con le onde talmente forti da spingere indietro la corrente del fiume per parecchi metri, formando quindi una specie di piccolo lago prima della foce vera e propria.
venerdì 10 ottobre 2014
Il Mozambico
Inhambane e' una bella cittadina del sud del Mozambico. Sono stato due settimane in vacanza nella penisola presso Inhambane, la scorsa estate (estate europea, qui era inverno, ma si stava benissimo in costume in spiaggia!), e mi sono innamorato della semplicita' della vita di quel posto, e soprattutto dell'apertura estroversa e della bonta' disinteressata di quella popolazione. Ho scoperto poi che lo stesso Vasco da Gama, il primo europeo a sbarcare qui, chiamo' il luogo "Terra da Boa Gente" (terra di buona gente), per la bella accoglienza che la popolazione indigena riservo' al suo equipaggio. A quanto pare dopo oltre mezzo millennio, e anche dopo la recente sanguinosa guerra civile, il Mozambico si conferma terra da boa gente, come ho avuto occasione di riscontrare anche in quei due-tre giorni che mi sono fermato a Maputo, la capitale.
Il Mozambico e' povero, deve ancora riprendersi da una guerra civile che ha messo in ginocchio il Paese negli anni Ottanta. Ma la societa' qui e' totalmente diversa da quella del Sudafrica dell'apartheid. In Mozambico la popolazione ha sempre convissuto pacificamente con i commercianti portoghesi, e questo si riflette appunto nell'atteggiamento di apertura della sua popolazione (in Sudafrica invece gli strascici psicologici dell'apartheid sono ancora molto pesanti).
I villaggi lungo la costa sono semplici capanne sparse un po' qua un po' la', capanne di frasche o in mattoni senza nessuna comodita' (energia elettrica? sistema fognario? macche'!). Ho attraversato a piedi per chilometri, lungo una stradina sterrata, anzi sentiero in pratica, questi villaggi sparsi, e ho visto coi miei occhi come vivevano le societa' a contatto con la natura secoli e secoli fa, nella semplicita' assoluta. E ho visto persone in buona salute, serene e felici, con sorrisi veri, non di circostanza.
Si perche' li' il mare e' pieno di plancton, e quindi tanti grandi cetacei vengono fino vicino alla costa. Ho partecipato a un'uscita in barca organizzata, ci hanno dotato di maschera, boccale e tuta, e siamo usciti in mare con una barchetta. Al segnale della guida ci tuffavamo dalla barca per vedere passare sotto di noi squali-balena enormi... Gli squali-balena non sono pericolosi perche' si nutrono di plancton, ma hanno le dimensioni di un autobus, e vederseli passare sotto mentre nuoti a pochi metri da loro fa proprio un certo effetto! Poi, da sopra la barca, abbiamo visto emergere un paio di volte addirittura due balene, davvero impressionanti e, in quel caso, non era davvero consigliabile avvicinarsi a nuoto! Abbiamo poi visto delfini (ma un delfino l'ho visto pure nel mare di Durban...) e razze, e altri piccoli pesci come quelli volanti.
E' stata un'esperienza che non mi aspettavo di fare e che mi ha lasciato la voglia di tornare ancora tra quella tranquilla boa gente.
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