Visualizzazione post con etichetta durban. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta durban. Mostra tutti i post

sabato 19 febbraio 2022

Mariannhill




Questo post è una rielaborazione aggiornata di un vecchio post di tre anni e mezzo fa.

È un post sulla storia di un fenomeno molto particolare che ebbe luogo in questa provincia del Sudafrica quasi un secolo e mezzo fa: il sorgere di missioni cattoliche in stile neogotico mitteleuropeo nel mezzo delle distese rurali africane popolate (a quel tempo) solo da capanne di paglia con tetti a cono. Una visione che ancora oggi lascia meravigliati, quando ci si reca in auto tra le colline del KwaZulu-Natal e si vede svettare il campanile di una chiesa europea ottocentesca, qui e là, spesso a distanza di oltre un'ora di macchina l'una dall'altra.

Tutto ebbe origine nell'Ottocento. Un giovane austriaco di nome Wendolin Pfanner, pur essendo di modeste origini, grazie alla sua abilità nello studio e al suo carattere determinato andò a studiare Filosofia all'Università di Padova (la stessa dove mi laureai 18 anni fa). A quel tempo il Veneto era parte dell'Impero Austriaco, quindi era normale per un giovane austriaco studiare a Padova. Mentre era studente, negli anni '40 dell'Ottocento, si ammalò di meningite e polmonite. Sopravvisse, ma l'esperienza traumatica lo spinse alla vocazione sacerdotale. Studiò Teologia a Bressanone e poi divenne prete cattolico. Dopo qualche anno venne accolta la sua richiesta di entrare a far parte dei monaci trappisti (un ordine monastico cattolico nato in Francia nel XVII secolo), scegliendo Franz come suo nome da religioso. Frate Franz Pfanner prese servizio in monasteri in Prussia, in Austria e a Roma (presso l'Abbazia delle Tre Fontane), e fondò addirittura un monastero in Bosnia, regione che nel 1878 venne annessa all'Impero Austriaco, ma che aveva una popolazione a maggioranza musulmana, essendo stata per secoli provincia (per quanto di frontiera) dell'Impero Ottomano.
L'ordine monastico dei trappisti era dedito a una vita contemplativa di meditazione, preghiera e lavoro fisico, in un certo senso in modo non dissimile dai precetti dell'ordine dei benedettini, per esempio.

Fra Pfanner sembrava destinato a invecchiare nel monastero da lui fondato, soprattutto considerando che nel 1879 venne elevato a rango di abazia ed egli ne divenne abate.
Invece successe qualcosa di totalmente imprevisto. In quello stesso anno 1879, in un capitolo (riunione) generale dei trappisti svoltosi all'Abazia di Sept-Fons in Francia, era presente un vescovo cattolico di stanza in Sudafrica, il quale fece una richiesta ai trappisti di inviare dei monaci per fondare missioni in Sudafrica, che allora era quasi terra vergine per i cattolici. Secondo le cronache, pare che i trappisti presenti rimasero freddi dinanzi alla richiesta; al che l'abate Pfanner, che era presente al capitolo, avrebbe detto: "Se non ci va nessuno, ci andrò io".

Ora, bisogna capire cosa ciò comportasse a quel tempo. Oggi ci sono voli intercontinentali diretti che collegano l'Europa col Sudafrica in 10 ore o giù di lì. A quei tempi ci si doveva imbarcare su una nave: se tutto andava bene il viaggio durava settimane, e se uno soffriva il mal di mare (lo stesso Pfanner scoprì in seguito di soffrirlo terribilmente), nessuno ci poteva fare nulla. Il Sudafrica era una colonia britannica dove, a parte le poche cittadine abitate dai coloni di origine europea (la più importante era Città del Capo che all'epoca contava sui 45 mila abitanti), regnavano la natura selvaggia e le tribù degli africani nativi, che spesso erano in rapporti non proprio ottimi con i coloni bianchi. Le automobili ovviamente non esistevano, ci si muoveva su strade e sentieri sterrati, a cavallo o su carri e carretti, per chi se lo poteva permettere. In alcune aree era stata costruita qualche recentissima ferrovia. Inoltre, le lande sudafricane erano state colonizzate da inglesi e boeri (coloni di lontane origini olandesi) che professavano le fedi protestante e anglicana, e parlavano inglese e afrikaans (una lingua derivata dall'antico olandese).
Come se tutto ciò non bastasse, proprio in quell'anno 1879 le terre sudafricane di nordest, chiamate Zululand, erano appena state funestate dalla sanguinosissima guerra tra gli Inglesi e gli Zulu. I britannici avevano prevalso ma al prezzo di ingenti perdite (fu la guerra più costosa in termini di vite umane nella storia del colonialismo in Africa), e anche se la situazione appariva pacificata... chi poteva prevedere se la pace sarebbe durata?
Quindi si può capire quanto fosse avventurosa l'idea, per un 54enne abate cattolico austriaco che quasi sicuramente non sapeva parlare una frase d'inglese, di viaggiare all'altro capo del mondo in terre così estremamente diverse dalle sue di origine (la globalizzazione sarebbe arrivata più di un secolo dopo...).

Quando alla fine di luglio del 1880 Franz Pfanner, insieme a una trentina di monaci della sua abazia in Bosnia, raggiunse infine il luogo destinato alla missione, nella provincia sudafricana che oggi si chiama Eastern Cape, trovò condizioni proibitive: il territorio era arido e ventoso, e locuste e babbuini distruggevano i raccolti che già stentavano ad attecchire. Nel giro di due anni di tentativi, Pfanner tornò anche in Europa per raccogliere fondi, ma questo non aiutò la missione a decollare.
Alla fine il vescovo del Natal (la regione sudafricana del nordest) concesse a Pfanner il terreno di una missione abbandonata, nel fertile Natal. In quella zona però c'erano degli scontri tribali, per cui frate Franz preferì cercare in un'altra zona del Natal. Fortunatamente una fattoria era in vendita sulle colline poco più a nord, vicino all'abitato coloniale di Pinetown che prendeva il nome da un precedente vicegovernatore del Natal, Sir Benjamin Pine, il quale tra l'altro all'epoca era un settantenne ancora in attività (anche se dall'altra parte del mondo, quale governatore delle Isole Sottovento britanniche, nei Caraibi). Tra l'altro, poco distante da Pinetown, esisteva da una trentina d'anni una comunità di coloni tedeschi, tant'è che il loro abitato venne chiamato Neu-Deutschland, poi ribattezzato in inglese New Germany. Anche se erano prussiani di religione protestante (e non austriaci cattolici), parlavano pur sempre la lingua tedesca, e chissà se questo fatto influì nel far scegliere a fra' Pfanner queste zone.
Pfanner decise quindi di comprare la fattoria vicino a Pinetown e la sua offerta venne accettata. Spostò così i suoi monaci dall'Eastern Cape al Natal. Non so se il trasferimento avvenne per nave o via terra: in quest'ultimo caso il viaggio sarebbe durato qualche giorno, con i tempi di percorrenza dell'epoca, attraversando territori abitati da diverse tribù native tra cui quella dei Thembu, in cui uno dei consiglieri reali era il nonno paterno del futuro Nelson Mandela.

Pinetown era a una quindicina di chilometri di distanza dalla cittadina portuale di Durban, che all'epoca era in rapida crescita essendo su una baia trasformata in porto (la stessa baia avvistata dalla flotta di Vasco da Gama quattro secoli prima, come ho raccontato in un post precedente, e furono proprio i portoghesi di da Gama a dare il nome Natal a queste coste, perché navigarono da queste parti durante i giorni del Natale 1497). Una ferrovia di molto recente costruzione collegava Durban a Pietermaritzburg, cittadina sede del governatore del Natal, e passava proprio da Pinetown. Franz Pfanner e i suoi monaci arrivarono quindi a Pinetown in treno da Durban, e poi fino alla fattoria su un carro trainato da buoi. Era il dicembre del 1882.

Il giorno 27 di quello stesso mese venne fondata la missione di Mary Anne Hill, cioè della Collina delle Sante Maria e Anna (la Vergine Maria e sua madre Sant'Anna), nome che poi venne accorciato in Mariannhill.
Queste colline erano decisamente più abitabili e più popolate rispetto alle aride distese dell'Eastern Cape, e finalmente la missione di fra' Pfanner cominciò a funzionare.
All'epoca, le popolazioni native del Natal erano poco o per nulla cristianizzate, quindi iniziò per Pfanner e i suoi monaci una feconda missione di evangelizzazione. Il loro motto era "ora et labora" (prega e lavora), sulla scia del monachesimo europeo di origine benedettina. Oltre a coltivare frutti e verdure, adibirono la fattoria a sorta di laboratorio dove gli stessi monaci si misero all'opera per produrre cose di diverso tipo.
Lo stesso monastero venne costruito da monaci improvvisatisi architetti e carpentieri, aiutati dai giovani locali nativi: i giovani africani appresero quindi dall'esempio dei monaci e impararono a diventare manovali, ferrai, agricoltori, rilegatori, sarti, eccetera.
Questa missione trappista ebbe enorme successo tra la popolazione nera locale, e ben presto, a partire dal 1884, cominciarono i primi battesimi cattolici pubblici di gente zulu.



Già nel 1885, grazie al successo crescente, il monastero di Mariannhill venne elevato ad abazia. I monaci istituirono anche una scuola dove i ragazzi locali ricevevano un'educazione.
Lo spirito di Franz Pfanner in questo era rivoluzionario per l'epoca. Questo dichiarò l'abate: "Tutti i ragazzi al nostro istituto ricevono vitto, alloggio e istruzione gratuiti, indipendentemente che siano non credenti, musulmani, protestanti o cattolici, bianchi, neri o meticci, inglesi, olandesi, tedeschi, italiani, indiani o africani nativi".

L'istituto venne a includere anche studentesse, e per questo divenne necessario chiamare al monastero delle suore che si prendessero cura della loro istruzione, dal momento che per i frati trappisti non era ammesso il contatto diretto con donne. Pfanner fondò così l'ordine delle Suore Missionarie del Prezioso Sangue (ordine che sarebbe stato riconosciuto soltanto vent'anni dopo, da papa Pio X).
Nel 1887 furono inviati i primi giovani a Roma per intraprendere il noviziato, e il primissimo sacerdote zulu nella storia veniva proprio da Mariannhill.
Nel 1890 Pfanner venne nominato vicario generale dell'ordine trappista in Sudafrica e scrisse i principi ispiratori della missione di Mariannhill. In essi dichiarava che il suo scopo era di "perseguire e realizzare uno status sociale equo tra neri e bianchi".

Ma le cose precipitarono molto rapidamente. Lo spirito missionario di Pfanner aveva portato a costruire una ventina di altre missioni dipendenti da Mariannhill in diverse zone del Natal meridionale, anche a molta distanza tra loro. Ciò intensificò l'attività missionaria dei monaci, il che si scontrava con i principi base dell'ordine trappista, che non prevede attività missionaria bensì soltanto meditazione, preghiera e lavoro manuale all'interno di un monastero.
L'abate Pfanner ricevette sempre più critiche per le deroghe sempre più numerose che egli fece alle regole trappiste, accuse ancor più serie in quanto egli era il vicario generale dell'ordine in Sudafrica.
Venne infine inviata una protesta formale all'ordine a Roma riguardante le attività di Pfanner.
Quando nel 1891 si recò a Roma per il capitolo generale dei trappisti, gli furono richieste spiegazioni. Egli, in risposta, invitò i vertici trappisti a fare un'ispezione a Mariannhill e agli altri piccoli monasteri satelliti, per giudicare loro stessi come mai era stato portato a tali scelte.
Fu così inviato un trappista tedesco a ispezionare la situazione a Mariannhill. In attesa dei risultati delle ispezioni in loco, venne proibito a padre Pfanner, almeno per il periodo di un anno, di risiedere in alcuno dei monasteri dipendenti da Mariannhill. Così l'abate si ritirò in un piccolo monastero nel sud del Natal. Fu nominato un sostituto a capo dell'abazia, e l'inviato dall'Europa provvide a disfare i provvedimenti controversi di Pfanner, quelli che andavano a cozzare contro le regole trappiste di auto confinamento monastico.

Nel 1893, non trovandosi d'accordo con i provvedimenti, e non potendo più viaggiare in Europa per perorare la sua causa, per la sua salute malferma (aveva ormai quasi 70 anni e oltretutto soffriva terribilmente il mal di mare), Pfanner rassegnò le proprie dimissioni da abate di Mariannhill (e vicario generale dell'ordine in Sudafrica), dimissioni che infine vennero accolte.
Pfanner si ritirò nel piccolo monastero di Emaus, a ore di distanza (viaggiando in carro trainato da buoi) da Mariannhill. Lì visse semi isolato, assistito solo da poche suore, per altri 15 anni, fino alla sua morte nel 1909, a 84 anni d'età (solo nell'ultimo suo anno di vita visse con lui un altro confratello).
Ma non smise di far sentire la sua voce pubblicando corrispondenze e dichiarazioni su diversi giornali. Una delle battaglie che portò avanti fino alla fine fu quella di proporre uno statuto particolare per l'abazia di Mariannhill, che ne salvaguardasse lo spirito di slancio missionario verso l'esterno che aveva caratterizzato la sua direzione quando ne era abate. Alla fine vinse lui: gli anni passarono e con l'inizio del Novecento probabilmente una ventata d'aria nuova investì il mondo cattolico; nel 1906 papa Pio X riconobbe l'ordine delle Suore Missionarie del Prezioso Sangue fondato da Pfanner nel 1885; e nel febbraio 1909, pochi mesi prima della morte di frate Franz, la Santa Sede accolse le richieste dei monaci di Mariannhill e decretò che l'abazia fondata da Franz Pfanner sarebbe diventata un ordine monastico autonomo dai trappisti: la Congregazione dei Missionari di Mariannhill. Pfanner morì pacificamente il 24 maggio 1909 vedendo così realizzato lo scopo della sua missione in Sudafrica.

Ma nel frattempo, anche durante gli anni delle restrizioni, l'abazia di Mariannhill aveva continuato a prosperare grazie all'impulso avviato da padre Pfanner. Addirittura, sul finire dell'Ottocento divenne il monastero cristiano più popolato al mondo, con quasi 300 monaci.

Tra i visitatori che si recarono a Mariannhill in quegli anni ci fu anche un giovane Gandhi (proprio così, il futuro Mahatma Gandhi), che visse per una ventina d'anni nei dintorni di Durban a cavallo tra i due secoli. Gandhi, che era avvocato, era venuto in Sudafrica perché era stato invitato a risolvere una controversia legale nella comunità indiana, che già allora era molto numerosa a Durban, composta di immigrati venuti dall'India come manodopera a basso costo (ricordiamo che India e Sudafrica erano entrambe colonie inglesi). Gandhi sperimentò di persona che già allora, a fine Ottocento, esisteva di fatto una situazione di quasi apartheid in cui gli immigrati indiani (come i neri nativi) venivano pesantemente discriminati. Decise quindi di fermarsi per perorare la causa dei diritti fondamentali a difesa della sua gente, e fu proprio qui a Durban che maturò in lui il proposito della resistenza non violenta, che poi avrebbe applicato al suo ritorno in India contro il colonialismo britannico.
Dice la leggenda che Gandhi avesse intenzione di scrivere un articolo molto critico sul monastero di Mariannhill, forse volendo prendere di mira il presunto atteggiamento coloniale dei monaci nel voler convertire le popolazioni native. Ma dopo averlo visitato nel 1895, Gandhi rimase colpito dallo stile di vita comunitario di Mariannhill, dove monaci, suore, e gente comune di ogni provenienza lavoravano insieme senza distinzione o discriminazione. Fu per Gandhi un esempio che tenne a mente con affetto anche durante le sue future battaglie, come ha raccontato una sua nipote.
(Qui sotto una foto di Gandhi all'epoca della sua visita a Mariannhill)


Padre Pfanner si era appena ritirato all'eremo di Emaus un paio d'anni prima, ma lo spirito da lui infuso negli altri monaci era ancora ben vivo, in particolare nel loro atteggiamento di accoglienza e rispetto equanime di tutti coloro che si recassero a Mariannhill, bianchi, neri o indiani che fossero.
Era un atteggiamento che contrastava molto con la realtà che purtroppo andava già a profilarsi, di una discriminazione di neri e immigrati poveri indiani da parte dei sudafricani bianchi (anche se il regime regolamentato di apartheid sarebbe arrivato soltanto diversi decenni dopo).
(Aggiungo a questo paragrafo una postilla. Oggi la comunità indiana a Durban è la più estesa comunità indiana al di fuori dell'India, e dopo la fine dell'apartheid ha vissuto un'incredibile sviluppo: oggi molti indiani sudafricani sono dottori di alto livello, professionisti di prim'ordine o imprenditori di successo).

Dopo la morte di Franz Pfanner nel 1909, Mariannhill, diventato un ordine monastico indipendente, conobbe una nuova fioritura. I monaci presero a essere chiamati Mariannhillers.
Venne ridato nuovamente impulso alla loro scuola per giovani nativi. Il successo della scuola di Mariannhill può essere ben esemplificato dal seguente episodio. Nel 1916 arrivò alla scuola un bambino zulu che venne battezzato col doppio nome cristiano Benedict Wallet (tra l'altro era di origini considerate altolocate tra gli zulu, perché un suo prozio era stato il re zulu Cetshwayo). Dopo otto anni di studio ottenne un certificato di insegnante e cominciò a insegnare alla stessa scuola di Mariannhill, e in seguito a un seminario non lontano da lì. Benedict Wallet Vilakazi si laureò in seguito con un bachelor of Arts all'University of South Africa e divenne uno stimato poeta e scrittore, e non solo: negli anni '40 (mentre il giovane Nelson Mandela e gli altri eroi anti-apartheid cominciavano le loro attività di opposizione politica) Vilakazi fu il primo sudafricano nero a laurearsi con un post dottorato, oltre che il primo a insegnare in università a studenti bianchi (presso la University of the Witwatersrand). Va da sé che Vilakazi poté permettersi una tale carriera grazie agli anni formativi a Mariannhill, oltre che grazie al suo talento ovviamente.

I Religiosi Missionari di Mariannhill tennero il loro primo capitolo generale nel 1920, e dopo di allora si sono espansi come ordine anche fuori del Sudafrica, aprendo monasteri in Austria, Svizzera, Germania, Regno Unito, Spagna, Stati Uniti e Canada, mentre il Generalato Superiore dell'ordine ha sede a Roma. Oggi contano oltre 300 membri nel mondo, di cui oltre 200 preti.
Tra i sacerdoti che hanno fatto parte dei Missionari di Mariannhill ci fu anche un martire beato, il tedesco Engelmar Unzeitig, morto nel campo di concentramento tedesco di Dachau durante la seconda guerra mondiale e beatificato da papa Francesco nel 2016.
Inoltre lo stesso papa Francesco l'anno scorso (2021) ha nominato un membro di quest'ordine quale nuovo arcivescovo metropolita cattolico di Durban (per la prima volta nella storia), Siegfried Mandla Jwara, il primo arcivescovo zulu, che è succeduto quale arcivescovo di Durban al cardinale Wilfrid Fox Napier.

Se il cattolicesimo in Sudafrica si concentra principalmente in questa regione del KwaZulu-Natal (i cattolici in tutto il Sudafrica sono poco più di tre milioni), il merito va storicamente principalmente all'opera missionaria del monastero di Mariannhill. E cosa è oggi del luogo dove tutto ciò ebbe origine? Il monastero di Mariannhill oggi è una pacifica oasi immersa nel verde, che non molti perfino a Durban conoscono. È circondata da townships di sudafricani nativi, casupole moltiplicatesi durante il secolo scorso proprio grazie all'abazia che dava alla gente lavoro e prodotti coltivati dai monaci. La scuola per i giovani locali non esiste più da molti decenni, ma fino a circa mezzo secolo fa era ancora operativo un piccolo ospedale gestito dalle suore, dove nacquero diversi abitanti di Durban, anche bianchi. Oggi, il monastero è soltanto la residenza (un po' sonnacchiosa e senza attività) di pochi preti locali. Insomma, i vecchi tempi di gloria sono ormai alle spalle.

Ma per me Mariannhill è un posto speciale per un semplice motivo: è nella chiesa del monastero, col suo bello e semplice stile neogotico austriaco, ancora intatto dopo quasi 140 anni dalla sua costruzione, che ogni mese ci esibiamo in concerto col nostro ensemble di musica antica, Baroque2000. Ogni volta che entro in quella chiesa, e che passeggio nell'adiacente chiostro, quasi non mi rendo più conto di trovarmi in Africa, tanto è forte l'atmosfera di piccolo monastero europeo. Chissà, forse anche questo effetto "straniante", prodotto dalla determinata volontà di Franz Pfanner e i suoi monaci, è una delle chiavi del successo di Mariannhill.




domenica 16 dicembre 2018

Natal

Esattamente 521 anni fa, nel periodo di Natale, le coste orientali del Sudafrica furono testimoni di un evento storico, destinato a cambiare per sempre le sorti di questo angolo del mondo: per la prima volta un manipolo di europei avvistava e scopriva, provenendo dal mare, queste coste africane. Nella seconda metà del XV secolo per le prime volte gli Europei avvistavano e toccavano le coste africane a sud del Sahara. È vero, spedizioni esplorative di antichi fenici, greci e romani pare abbiano viaggiato fino alle coste dell'Africa centrale, in particolare risalendo il Mar Rosso o il fiume Nilo. Una spedizione di antichi navigatori fenici sarebbe addirittura riuscita nell'impresa, secondo i loro resoconti, di circumnavigare il continente africano, partendo dal Mar Rosso (che era sede di importanti scali commerciali nell'antichità), navigando verso sud fino a raggiungere la punta meridionale e poi risalendo il continente lungo le coste atlantiche, fino al Mediterraneo, in un viaggio che sarebbe durato tre anni! La veridicità di questa spedizione fu messa in dubbio dagli stessi antichi Greci, tanto sembrava difficoltosa un'impresa del genere. In ogni caso, dopo queste sporadiche e poco verificabili avventure, nessun europeo si era più spinto a sud del Sahara.

Fino appunto al XV secolo, quando navigatori portoghesi si misero in testa di circumnavigare l'Africa per cercare una via oceanica verso l'India e i suoi ricchi commerci, una via che aggirasse l'intermediazione dei mercanti arabi e persiani. Ciò avveniva negli stessi decenni in cui Cristoforo Colombo pianificava di raggiungere le "Indie Orientali" (la Cina) attraversando l'Atlantico.
Bisogna pensare che i galeoni (navi) portoghesi e spagnoli erano giganti del mare per l'epoca, attrezzati per  sostenere viaggi molto lunghi e turbolenti anche in pieno oceano, ma certamente non disponevano di alcuna delle tecnologie delle navi moderne!

Negli anni '80 del XV secolo il sovrano del Portogallo João II promosse una serie di spedizioni per tentare la circumnavigazione dell'Africa, un'impresa mai tentata prima (almeno dai tempi dei Fenici...). In diverse spedizioni, prima vennero raggiunte le coste dell'attuale Congo, poi addirittura dell'attuale Namibia. Nel 1488 il navigatore portoghese Bartolomeu Dias riuscì a oltrepassare la punta più meridionale dell'Africa spingendosi fino a 800 km a est di essa, prima di far ritorno in patria perché gli stremi del viaggio non permisero all'equipaggio di proseguire. La punta venne battezzata dal re João II col nome di Capo di Buona Speranza (nome che detiene ancora oggi), perché nella sua visione apriva la speranza di nuove proficue rotte commerciali oceaniche con l'India (in realtà poi si è scoperto che la punta più meridionale dell'Africa è Capo Agulhas, un poco più a est del Capo di Buona Speranza).

Appena cinque anni dopo l'impresa di Bartolomeu Dias, Cristoforo Colombo ritornava dal suo primo viaggio oltre l'Atlantico, celebrato come un eroe per avere aperto una nuova via verso le Indie (nessuno sospettava che le coste su cui era sbarcato Colombo potessero appartenere a un nuovo continente, l'America). Colombo era stato sponsorizzato dai reali di Spagna. Questo mise sicuramente fretta a João II del Portogallo, che decise di spingere ancora di più per completare la circumnavigazione dell'Africa.

Fu così che nel 1497 il giovane (27 anni!) ma già esperto navigatore Don Vasco da Gama, già con esperienza in altre navigazioni sulle coste occidentali dell'Africa al servizio della corona portoghese, venne incaricato dell'impresa. A differenza che in passato, Vasco da Gama scelse di navigare in oceano aperto per sfruttare le correnti e raggiungere il Capo di Buona Speranza il prima possibile: partite a luglio da Lisbona, le navi raggiunsero il Capo a novembre. In dicembre, l'equipaggio stava inoltrandosi in mari totalmente ignoti, senza sapere a cosa andava incontro.

A Natale la spedizione stava costeggiando le coste orientali del Sudafrica, e Vasco da Gama decise di dare il nome Natal (Natale in lingua portoghese) a queste coste. I galeoni raggiunsero la baia dove oggi sorge il porto di Durban, e presso la costa che oggi è chiamata The Bluff, appena a sud dell'entrata nella baia, si fermarono per sfruttare un'ottima pesca. Bisogna immaginare la scena: tre galeoni da 170 tonellate, lunghi quasi 30 metri e larghi otto metri e mezzo, dispieganti enormi vele con stemmi di un reame cristiano. Non possiamo immaginare cosa avranno pensato le popolazioni native che da una qualche collina prospicente la costa assistevano a questa visione. Le coste più a nord, che oggi vengono chiamate Mozambico, erano frequentate di continuo da navi arabe provenienti dal Mar Rosso, e ospitavano già diverse colonie commerciali arabe. Questo perché quella regione più a nord aveva un materiale che faceva gola a qualsiasi commerciante: l'oro. Ma questa regione più a sud, nell'attuale Sudafrica, non aveva interessi commerciali e quindi molto raramente, per non dire mai, le popolazioni native vedevano una nave solcare questi mari, e se anche fosse successo, le navi dei mercanti arabi erano più piccole e snelle dei giganti galeoni portoghesi della spedizione di Vasco da Gama. Quindi bisogna immaginare la forte impressione che questo avvenimento dovrà aver provocato nei nativi, anche senza avere alcun contatto diretto con i portoghesi.

Ma chi erano i nativi? Erano già da secoli sostanzialmente i medesimi gruppi etnici che popolano questa regione anche al giorno d'oggi: popolazioni di stirpe bantu, del gruppo etnico nguni, divise in tanti piccoli clan (dai quali nei secoli successivi si sarebbero sviluppati i popoli zulu e xhosa che abitano oggigiorno questa regione). Erano agricoltori e allevatori e sapevano lavorare il ferro, erano suddivisi in tribù ognuna col suo capo locale, spesso tributario di un capo tribù più potente. Non esistono documenti scritti su di loro, erano popolazioni che non usavano la scrittura e tramandavano oralmente le loro storie e tradizioni. Non erano marinai, per loro il mare era un ambiente ostile e non usavano barche. Per questo, a maggior ragione, la visione delle prime navi in legno che solcavano quei mari dovette probabilmente apparire loro come un prodigio scioccante e inspiegabile.
Mentre molto più a nord, nelle regioni dove oggi ci sono Zimbabwe e Mozambico, esistevano già regni con una vera e propria struttura statale (esempio unico documentato di stato organizzato nell'Africa meridionale pre-coloniale), grazie alla presenza dell'oro che aveva pompato enormemente i commerci, qui sulle coste sudafricane la struttura sociale era molto più semplice, in clan e tribù che rivaleggiavano tra loro per le risorse del territorio.

I galeoni di Vasco da Gama costeggiarono nuovamente queste coste un anno dopo, al ritorno dalla loro spedizione in India, sulla via del ritorno in Europa. E poi, nell'anno 1500 e ancora nel 1501 e 1502 nuove imbarcazioni portoghesi passarono di qui, per rafforzare la loro presenza nel commercio oceanico con l'India, ingaggiando anche una vera e propria guerra mercantile con le navi commerciali arabe (questo più a nord, sulle coste del Mozambico). Dopo di allora, questo tratto di oceano divenne una rotta fissa per le flotte portoghesi, ma le selvagge coste sudafricane erano per loro prive di interesse, preferendo i porti del Mozambico dove il commercio era molto ricco e più direttamente a contatto con le rotte mercantili dell'Asia Minore e dell'India.

I vari clan e tribù di africani nativi delle coste chiamate Natal poterono continuare la loro vita isolata da contatti esterni, per ben altri tre secoli! Ma il nome Natal rimase sulle carte geografiche europee, tant'è che a inizio del XIX secolo, quando un gruppo di commercianti avventurieri inglesi sbarcarono sulla baia dell'attuale Durban, intenzionati a intrattenere relazioni commerciali con gli Zulu, chiamarono la baia Port Natal. Negli anni '30 dell'Ottocento, coloni boeri (di lontane origini olandesi), dopo aver attraversato l'interno del Sudafrica provenendo da Città del Capo, raggiunsero questa regione. Dopo la vittoria in uno scontro sanguinoso con gli Zulu, i boeri autoproclamarono la fondazione di una loro Repubblica di Natalia. Nel 1843 a Port Natal arrivarono i contingenti inglesi della Colonia del Capo, e fondarono la Colonia del Natal, che nel 1910 confluì nell'Unione Sudafricana, diventando una provincia (Provincia del Natal). E infine, nel 1994 quando terminò il regime di apartheid e si tennero le prime elezioni democratiche, alla provincia di Natal venne accorpato il bantustan del KwaZulu (i bantustan erano territori dove venivano confinati a vivere i neri, una sorta di "riserve indiane"), e la nuova provincia oggi ha il nome KwaZulu-Natal. KwaZulu da parte sua significa grosso modo "luogo degli Zulu" in lingua zulu.

Strana è la storia. Il Sudafrica oggi ha ben 11 lingue ufficiali, eppure la provincia del KwaZulu-Natal porta per metà un nome in una lingua (il portoghese) che non è una delle undici lingue ufficiali parlate in Sudafrica. Anzi, è un nome dato da esploratori che non misero quasi piede su queste terre (gli attracchi dei portoghesi erano principalmente nell'attuale Mozambico).

Questo dà un tocco ulteriore di multiculturalità a un Paese già di per sé molto variegato e multiculturale. Tra l'altro, la comunità di immigrati portoghesi qui a Durban è abbastanza numerosa.

Beh, um Bom Natal (in portoghese) al lettore, e alla prossima.

venerdì 29 luglio 2016

Da Durban a Maputo on the road

La vista di Maputo dalla riva opposta della baia

È la seconda volta che visito la città di Maputo, capitale mozambicana. Due anni fa ci ero arrivato dalla strada asfaltata che dal confine sudafricano attraversa in tutta la sua lunghezza il piccolo Stato dello Swaziland, prima di entrare in Mozambico, per poi dirigersi verso est fino a Maputo. Questa volta ho deciso di percorrere in auto tutta la costa da Durban a Maputo, attraversando il confine sud del Mozambico, dove confina direttamente con il Sudafrica. L’autostrada che esce da Durban in direzione nord affianca la zona costiera solo per un po’, poi si mantiene nell’entroterra. Lungo la costa ci sono strade secondarie, che attraversano villaggi di vacanza sul mare per ricchi sudafricani. Dopo Ballito, non esiste più una vera strada costiera, solo un’autostrada che attraversa la terra dello Zululand, dove due secoli fa il bellicoso Shaka regnava sul suo impero zulu. Tuttora Shaka è onorato come eroe nella cultura zulu, ma oggi questa regione è costellata di villaggi dove la popolazione zulu, sempre molto orgogliosa, vive di pastorizia e agricoltura, o si reca nelle cittadine vicine o addirittura fino a Durban per lavorare come manodopera. Sono stati costruiti ponti pedonali che scavalcano l’autostrada, perché la popolazione è abituata a passare da un villaggio all’altro a piedi, spesso con le loro mandrie di vacche, e in passato si sono registrati diversi incidenti, povera gente morta investita mentre attraversava una strada che non appartiene al loro mondo. Attraversata la brutta cittadina portuale di Richards Bay (davvero nulla da vedere qui), si raggiunge il famoso iSimangaliso Wetland Park, dichiarato patrimonio dell’umanità dall’UNESCO. È un parco naturale protetto che si estende su oltre tremila chilometri quadrati, e su 280 km di costa. Qui mi sono fermato per tre notti, in tre località diverse, per poter vedere le diverse aree del parco. Gran parte del parco non è percorribile in
Diversi tipi di coralli a Sondwana Bay
auto perché non ci sono strade. La parte visitabile con relativa facilità è quella meridionale, attorno al lago di Saint Lucia, popolato da ippopotami e coccodrilli (all’interno della riserva è concesso scendere dall’auto solo nelle aree appositamente allestite, e a proprio rischio e pericolo…). Per questo vengono organizzate escursioni in barca, il mezzo migliore per penetrare nel cuore della riserva naturale. Le dune sabbiose che danno sull’oceano, stupende, sono invece il punto di partenza per appassionati di nuoto subacqueo, grazie alle coloratissime barriere coralline, di cui io ho ammirato la parte più vicina alla riva, affiorante con la bassa marea. La foresta costiera del Maputaland, invece, per centinaia di chilometri quadrati è percorribile solo con fuoristrada, su piste di sabbia spesso dissestate e non curate. Fortunatamente ero in compagnia di altri, su un comodo fuoristrada, il che ci ha permesso di attraversare quell’immensa area semidisabitata (tranne qualche piccolo e sperduto villaggio). In ogni caso ci siamo persi perché le piste hanno innumerevoli diramazioni e non ci sono indicazioni. Non è raro inoltre ritrovarsi la strada occupata da una mandria di vacche selvatiche che non hanno alcuna intenzione di liberare il passaggio. Siamo riusciti a uscirne solo a sera inoltrata, dopo aver attraversato una zona abitata da poche case e aver chiesto informazioni su quale pista conduceva al più vicino villaggio di una certa importanza. Per fortuna avevamo una cartina con il nome del villaggio segnato. Le indicazioni della gente del posto per forza di cose erano vaghe: “Andate in quella direzione, tenete sempre le piste sulla destra più che potete, fino a che raggiungerete un ponte sul fiume, poi tenendo quella direzione dopo un po’ raggiungerete la via per il villaggio”…
L’accesso al confine col Mozambico è invece una comoda strada asfaltata. Appena oltrepassato il confine, però, non c’è traccia di strade: lì si viaggia solo e soltanto, ancora una volta, su piste di sabbia. Sono rimasto piuttosto sconcertato nello scoprire che in tutta la parte più meridionale del Mozambico, praticamente fino a Maputo, non solo non esistono strade asfaltate, ma che gran parte delle vie di comunicazione non sono nemmeno sterrate, bensì sono appunto piste per fuoristrada. La ragione è semplice: la popolazione mozambicana, fuori dalla capitale e dalle città, è molto povera. Si muovono a piedi e la loro vita è limitata ai villaggi circostanti. Eppure, dopo aver sostato una notte alla località turistica di mare Ponta do Ouro (bellissimo posto, anche se un po’ isolato, preferisco tuttora Tofo e Inhambane, 650 km più a nord, dove ero stato due anni fa), siamo ripartiti verso Maputo e ho scoperto che qualcosa sta cambiando anche nel povero Mozambico. Beh, non per la popolazione povera del posto, chiaramente. Dopo qualche chilometro infatti il nostro fuoristrada ha potuto finalmente immettersi su una strada sterrata in costruzione: una volta ultimata sarà una vera e propria strada di alta percorrenza che collegherà Maputo col confine meridionale del Mozambico. E chi la sta costruendo? Imprese cinesi! Che impressione vedere lungo la strada operai neri e ingegneri e geometri cinesi che davano indicazioni. E di più: a un certo punto la strada in costruzione passa accanto a una vera e propria struttura industriale cinese, modernissima, anch’essa in costruzione. Insomma, visto da qui sembrerebbe che il futuro dell’Africa sub-sahariana sia stato appaltato alla Cina…
Si arriva su strada sterrata di campagna fino all’estuario su cui, sulla sponda opposta, si affaccia Maputo. Visto da questa sponda, sembra quasi una sorta di povera e dimessa Manhattan che si allunga sulla baia: grattacieli bassi, vecchi e poco appariscenti. Tranne alcuni grattacieli sfavillanti di recentissima costruzione, ovviamente opera dei cinesi. Per attraversare l’ampio fiume l’unico mezzo tuttora è il traghetto con trasporto auto, ma gli stessi cinesi stanno costruendo un modernissimo ponte, che dovrebbe essere terminato già l’anno prossimo.
Maputo è una città caotica, ma la popolazione del Mozambico, anche qui nella capitale, è sorridente e gentile. Soprattutto, nonostante la povertà, ci si sente sicuri. La microcriminalità è quasi inesistente, si dice. L’eredità del passato coloniale portoghese è tuttora presente: nella lingua parlata innanzitutto (il portoghese), e nei palazzi rimasti pressoché intoccati da decenni (addirittura diversi edifici
Per le strade di Maputo
abbandonati e diroccati in pieno centro). Ma la popolazione bianca è molto minoritaria, quasi non si incontra. Inoltre Maputo non è (ancora) una meta turistica: basta fare una passeggiata nel caotico centro per rendersi conto che la città vive a misura dei suoi abitanti, non è ancora attrezzata per un turismo di massa, che qui non sanno cosa sia. Anche la passeggiata del lungomare non è curata e abbellita, è lasciata così com’è da decenni, a uso della gente del posto. La verità è che Maputo si sta riprendendo solo negli ultimi anni, lentamente, dalla situazione di depressione e miseria in seguito alla lunga e cruenta guerra civile terminata nel 1992, che ha cambiato il volto di una città che fino a una trentina d’anni fa era cosmopolita, vivace e all’avanguardia rispetto ad altre città africane. Nella piazza centrale, di fronte alla sede del municipio, nel luogo dove un tempo c’era la statua del governatore generale portoghese del Mozambico, troneggia oggi una statua gigante in bronzo, in stile sovietico devo dire: infatti è stata ideata e costruita in Corea del Nord, e donata appena cinque anni fa a Maputo, in quanto dedicata al leader marxista rivoluzionario Samora Moisés Machel, primo presidente del Mozambico dall’indipendenza dal Portogallo (1975) alla sua morte nel 1986. Questa stranezza è spiegata dal fatto che tuttora il partito di governo in Mozambico è il Frelimo, lo stesso che condusse la rivoluzione contro il colonialismo portoghese, e lo stesso sempre al potere dall’indipendenza a oggi, nonostante ormai negli ultimi anni abbia abbandonato ogni retorica di vecchio stampo socialista per aprirsi al libero mercato.
Sul traghetto che attraversa la baia di Maputo
Appena si esce dalla città, si attraversano villaggi poverissimi. Ne abbiamo attraversato uno col fuoristrada, andando molto lentamente perché la strada che lo attraversava era fatta per muoversi a piedi: gente povera ma serena e felice, che vive e commercia con quello che ha, e sta bene così. Forse saranno le imprese cinesi, sempre più numerose, a portare la capitale del Mozambico al passo coi tempi. Già nei prossimi anni prevedo un divario sempre più estremo tra la gran parte della popolazione, che sopravvive arrangiandosi come può, e i nuovi ricchi prodotti dall’apertura del commercio con la Cina. Già ora ho notato che nelle catene più note di supermercati, di recente apertura, i prezzi sono addirittura più alti che a Durban. Rimane da vedere quanto profondo diventerà il solco tra ricchi e poveri, nel prossimo futuro. Quello che è sicuro è che la Cina sta colonizzando economicamente e anche a livello di infrastrutture questa parte dell’Africa, aprendo scenari geopolitici inediti per questo XXI secolo.
Vorrei concludere con una nota leggera. E' vero che i tratti somatici mozambicani sono di una certa bellezza, ma non è solo quello, è anche un modo di fare sempre pronto al sorriso, un sorriso che parte dagli occhi, sempre vivi e pronti allo scherzo o al flirt. Diversi sguardi femminili mi hanno trasmesso in modo contagioso la gioia di godere di semplici attimi, di semplici sorrisi. Forse è questo il tesoro più prezioso della gente mozambicana. Speriamo che lo conservino a lungo.

lunedì 23 novembre 2015

Ubuntu: humanity


Last week was on stage at the Playhouse in Durban an opera, newly written, accompanied by our orchestra. Its title is Ubuntu. It is about South Africa's struggle and suffering during apartheid.

Thinking about hate, ideological clash, violence, that are spreading in the world, it occurred to me that the word ubuntu in bantu languages (sub-Sahara African languages) means humanity. An expression says: Umuntu ngumuntu ngabantu, which can be translated as "A person is a person through other people".

Living in South Africa since a couple of years, I realized that black people here have a light attitude towards life: leave on a side the problem, just enjoy, laugh, dance, exchange smiles with other people. To us, Western people, this seems a childish attitude, especially because after a while the problem will come for you.

But, reading the news about crazy terrorists who speak death and mass homicide, and on the other hand articles about the most effective ways for a "payback"...if  it would be better a bombing or an invasion on the ground... Well, I must say that I prefer to spend my average day among people, well maybe a bit ignorant, simple people that care above all to enjoy the basics of life.
This is what we Europeans in South Africa feel: we are far from the rest of the world. Oceans stand between us and other continents, thousands of miles of jungles and deserts divide us from those lands where terrorism commits massacres.
Above all, here pseudo-religious fundamentalism does not exist. For example, Christianity is mixed with tribal superstitions, so there isn't a unique, dogmatic Christianity; as for Islam, it's a little minority and Muslim people in this part of the world they have never had historic-moral-cultural motives to appeal to dogmatic violence.

Of course, Africa experienced unimaginable violence and wars. But I really hope that its best qualities, that I can see every day in Durban (including the pacific coexistence of different ethnic groups), may be able to make Africa the continent of the future. Imagine, humanity saved by the continent most exploited and suffering in all human history!

Ubuntu: umanità


La scorsa settimana è andata in scena alla Playhouse di Durban una nuova opera, appena composta da un teatrante sudafricano, accompagnata dalla nostra orchestra. Si intitola Ubuntu. Parla delle sofferenze che il Sudafrica attraversò per uscire dal regime di apartheid.

Pensando al clima di odio, di scontro ideologico e di violenza che attanaglia il mondo, mi è venuto in mente che la parola ubuntu nelle lingue bantu (africane sub-sahariane) significa, grosso modo, umanità. Un'espressione recita: Umuntu ngumuntu ngabantu, che può essere tradotta come "io sono ciò che sono in virtù di ciò che tutti siamo".

Vivendo in Sudafrica da un paio d'anni, mi sono accorto che la popolazione di colore ha nel suo DNA uno spirito leggero nei confronti della vita: metti da parte il problema, pensa a divertirti, a ridere cantare e ballare, e condividi sorrisi con chi ti sta accanto. A noi occidentali questo atteggiamento sembra molto infantile, soprattutto perché a forza di ignorare i problemi, poi questi ti presentano il conto.

Però leggendo le notizie dei pazzi fondamentalisti che predicano la morte e l'omicidio di massa, e dall'altra parte le analisi a mezzo stampa sui modi più efficaci per una "vendetta"...se sia meglio bombardare o un esercito via terra... Beh, devo dire che preferisco passare le mie giornate tra gente magari un po' ignorante, semplice, che guarda soprattutto a usufruire delle cose basilari della vita.
Questo è il clima che noi europei respiriamo qui in Sudafrica. La sensazione è quella di essere lontano dal resto del mondo: gli oceani stanno tra noi e gli altri continenti, e migliaia di chilometri di giungle e deserti ci separano dalle terre dove il terrorismo sta facendo stragi.
Soprattutto, qui lo scontro tra fondamentalismi pseudo-religiosi non esiste, perché, per esempio, il cristianesimo è spesso commisto con credenze tribali e quindi non esiste un unico cristianesimo, granitico; l'islam, dal canto suo, è molto minoritario e i fedeli musulmani in questa parte del mondo non hanno mai avuto alcun appiglio storico-morale-culturale per appellarsi alla violenza dogmatica.

Certo, l'Africa stessa ha vissuto guerre e violenze inimmaginabili. Ma spero davvero che le sue qualità migliori, che io posso sperimentare ogni giorno a Durban (compresa la coesistenza pacifica tra etnie totalmente diverse per razze e stili di vita), la facciano diventare il continente del futuro. Sai che smacco, l'umanità salvata dal continente più sfruttato e più sofferente nella storia dell'uomo.

venerdì 1 maggio 2015

Zululand

A couple of days ago I went to uShaka, Durban's marine park. Turists, surfers, families and children visiting the aquarium, a show of trained seals for the entertainment of the visitors. A beer festival on the beachfront. It was an exciting atmosphere for the Freedom Day, the most important South African public holiday, that celebrates the anniversary of the first free elections post-apartheid, in 1994.
It was a cosmopolitan ambient, not really African.
Then I went working in the deep province of KwaZulu-Natal and I saw the other side of the coin: the Zulu common people's villages, quite far from the city.

Ndwedwe is a little village just 60 km north of Durban, laid on the beautiful Valley of a Thousands Hills. Here the luxury of the city is really far away. We went to play in Ndwedwe in order to
accompany choral groups of Zulu students living in the surroundings, taking part in the South African Schools Choral Eisteddfod, that is a festival of youth choirs taking place every year in Durban.
In that village I have seen faces marked by that poise and wisdom belonging to people used to trust only their land, which gives them food and job, well far from the postures of the city people. I watched at them while walking around, and they gave me an impression of down-to-earth and level headed people, friendly but not deceitful or smarmy, and I liked them.
The boys and girls in the choirs, dressing different uniforms depending on the school whom they belonged, looked unpretentious but well-aware and determined, typical features of small-town inhabitants.

This, I thought, is Zululand. But then, I recalled that the symbolic and moral leader of Zulu people is a king who in the last weeks has wished for the foreign African immigrants to go back to their countries, because in his opinion they would steal the job from the Zulus. His words, quoted by the newspapers, instigated xenophobic violence in Durban, violence degenerated in destroyed shops and casualties in the riots.
The fact is that Goodwill Zwelithini kaBhekuzulu, king of the Zulus since half a century ago, holds a role recognized by the South African constitution, as constitutional monarch of the Zulu kingdom within KwaZulu-Natal, as well as head of other Zulu institutions.
So, his declarations must not be taken lightly. At any rate, they have been taken even too seriously by those unemployed and exasperated ones that have attacked the shops run by African immigrants, in one of the poorest areas in the city.
The scandal is that the Zulu king, with six wives and 28 children, wastes money crazily and in a way that is totally disrespectful to his own people, most of them living in poverty. In order to reply to criticism and condemn xenophobia, king Goodwill Zwelithini held a political meeting at the monumental Moses Mabhida Stadium, last week.

I wonder what the quiet working people of Ndwedwe will think about this person.
Anyways, every time I discover new pieces of South African life, a world that never stops to surprise me.

martedì 28 aprile 2015

Zululand

Ieri sono stato a uShaka, il parco acquatico di Durban. Turisti, surfisti, famiglie e bambini in visita all'acquario, spettacolo di foche ammaestrate per il divertimento degli spettatori. Festival della birra lungo la spiaggia. Un'atmosfera di festa per il Freedom Day, il più importante giorno festivo del Sudafrica, che celebra il ricordo delle prime elezioni libere del dopo-apartheid, nel 1994.
Era un ambiente cosmopolita e poco africano.
Oggi siamo andati a suonare nella profonda provincia del KwaZulu-Natal, e ho visto l'altra faccia della medaglia: i villaggi della gente comune zulu, molto lontano dalla città.

Ndwedwe è un paesino a soli 60 km a nord di Durban, adagiato sulle belle ondulazioni della Valle delle Mille Colline, ma qui i lussi della città sembrano lontani anni luce.
Siamo andati a suonare a Ndwedwe per accompagnare gruppi di ragazzini zulu provenienti da diverse scuole dei villaggi della zona, nell'ambito del South African Schools Choral Eisteddfod, cioè un festival di cori giovanili che si svolge ogni anno a Durban.
In quel villaggio ho visto gente con i volti segnati dalla pacatezza e dalla saggezza di chi è abituato a fidarsi solo della propria terra che gli dà cibo e lavoro, lontano dalle pose dei cittadini. Li guardavo camminare accanto a me e mi davano l'impressione di gente con i piedi per terra e la testa sulle spalle, cordiali ma non subdoli o untuosi, e mi sono risultati subito simpatici.
Anche i ragazzi e ragazze dei cori, con divise diverse a seconda della scuola di provenienza, avevano negli occhi la mancanza di affettazione, ma allo stesso tempo la consapevolezza e caparbietà proprie della gente di provincia, e mi ci sono un po' riconosciuto.

Questo, ho pensato, è lo Zululand. Ma poi ho pensato che il punto di riferimento simbolico e morale degli Zulu è un re che nelle scorse settimane ha auspicato che i lavoratori stranieri di altri Paesi africani ritornino nelle loro terre di origine, perché a suo dire ruberebbero il lavoro agli zulu. Queste dichiarazioni, riprese dai giornali, hanno scatenato violenze xenofobe a Durban, violenze che non si vedevano dai tempi della fine dell'apartheid, e che hanno provocato anche dei morti.
Il fatto è che Goodwill Zwelithini kaBhekuzulu, re degli Zulu da mezzo secolo, ricopre una carica non solo simbolica, ma riconosciuta anche dalla Costituzione sudafricana, quale monarca costituzionale del regno zulu all'interno del KwaZulu-Natal, e capo di altre istituzioni pubbliche zulu.
Quindi le sue dichiarazioni non possono essere prese alla leggera. In ogni caso, sono state prese fin troppo alla lettera da quella parte di zulu disoccupati ed esasperati che hanno attaccato i negozi degli immigrati africani in una delle zone più povere della città di Durban.
Lo scandalo è che il re zulu, sei mogli e 28 figli, spende e spande soldi in maniera spropositata e del tutto irrispettosa del proprio popolo, che vive in grande maggioranza in povertà. Per concedersi di replicare alle critiche e condannare la xenofobia, re Goodwill Zwelithini ha tenuto un comizio-spettacolo al monumentale stadio di calcio "Moses Mabhida Stadium", la settimana scorsa.

Chissà cosa penseranno i tranquilli e laboriosi abitanti di Ndwedwe di questo personaggio.
Comunque, ogni volta scopro nuove sfaccettature della realtà sudafricana, un mondo che non finisce di sorprendermi.

giovedì 12 marzo 2015

Razzismo

Venti anni dopo la fine dell’apartheid, in Sudafrica il razzismo non è morto. È triste dirlo, ma esiste anche un razzismo da parte della popolazione di colore nei confronti della popolazione bianca. È ormai risaputo che le persone di colore (neri, coloured) vengono avvantaggiati per esempio in ambito lavorativo. Fanno testo le nuove leggi varate dal governo, che stanno portando al licenziamento di migliaia di lavoratori bianchi specializzati, anche in settori vitali per l’economia sudafricana. La motivazione? Garantire in ogni settore della società una rappresentanza che rispecchi la percentuale della popolazione in base al colore (la popolazione bianca a livello nazionale ammonterebbe a circa il 9%), passando sopra alle reali competenze e al merito. Non è forse una politica razzista regolare in modo rigido l’occupazione in base al colore?

È notizia di questi giorni che anche Eskom, la compagnia che fornisce elettricità al Sudafrica, una delle dieci più grandi compagnie di elettricità al mondo, sarà sottoposta a questi particolari licenziamenti. Oltre mille ingegneri e oltre duemila operai specializzati bianchi della compagnia dovranno essere licenziati per far posto a nuove assunzioni di personale di colore. Secondo un reportage giornalistico che ha affrontato la faccenda, le nuovi leggi sudafricane sarebbero implacabili sulle cifre. Dei 6530 dipendenti ingegneri di Eskom, 1786 sono bianchi, cioè il 30%: secondo la legge sono troppi, dovrebbero essere appena 705. E dei 21.372 operai specializzati di Eskom, oggi i bianchi sono 4487, cioè solo il 21%, ma sono già troppi, la metà se ne deve andare.

Polemiche e preoccupazioni stanno attraversando l’opinione pubblica sudafricana. Molti temono che il Sudafrica rischi una profonda crisi economica a causa della mancanza di lungimiranza degli attuali politici, a forza di sottrarre energie specializzate in punti chiave per l’economia del Paese. Il problema infatti, ovviamente, è che non basta il colore della pelle per essere all’altezza di particolari competenze. Anche alcuni favorevoli alla politica di “redistribuzione” in base alla demografia, ritengono che tutto stia avvenendo troppo in fretta. E c’è chi paventa che il Sudafrica si stia avviando pericolosamente verso la situazione del confinante Zimbabwe, il cui presidente Mugabe ha recentemente ammesso che la crisi da cui lo Zimbabwe non riesce più a sollevarsi dipende in gran parte dalla politica di esproprio delle aziende agricole dei bianchi, dal 2000 a oggi, e dall’incapacità manageriale della classe di colore fedele a Mugabe, che li ha sostituiti. Fa un certo effetto, sentito dire dallo stesso Mugabe, che da decenni sventola la propaganda dell’espulsione dei cittadini bianchi dallo Zimbabwe.
Va detto che il clima di risentimento verso i bianchi non è generalizzato, io credo che la maggioranza dei Sudafricani (neri, bianchi, coloured, indiani) abbia abbastanza buonsenso e apertura mentale da considerare assurdo ogni comportamento discriminatorio, e ho prova di questo tutti i giorni. Però non è nemmeno un problema da sottovalutare, anzi. Tanti piccoli segnali rivelano che il problema razzismo è più diffuso di quanto possa apparire. La popolazione sudafricana è ancora molto divisa in una specie di auto-apartheid volontario, a causa della forte differenza culturale. I neri si ritrovano in attività e locali frequentati solo da loro, i bianchi pure, e perfino i coloured (meticci) frequentano più spesso e volentieri altri coloured che altri neri o bianchi. Ho conferma di questo perfino nella nostra orchestra, dove pure lavora gente più acculturata e sensibile che in altri settori della società. Per non parlare degli indiani e asiatici (a Durban assommano a ben un quarto del totale della popolazione), che evitano per quanto possibile contatti con le altre etnie, conducendo una vita per conto loro. Non è questione di odio, semplicemente di substrato culturale comune e di mancanza di volontà, spesso, di conoscere e interagire con le altre tradizioni diverse. Però in questo modo l’integrazione è ancora molto lontana e antichi o nuovi risentimenti covano sotto la cenere, come si intuisce anche da piccoli e apparentemente insignificanti episodi. Come l’autista nero dell’autobus che si ferma ad aspettare che salgano persone di colore, ma mentre tu bianco sei a due metri dalla porta e gli fai cenno, lui ti vede ma parte lo stesso (successo più volte a più persone).

Eppure tra qualche anno potremmo ricordare queste leggi addirittura come moderate. Un nuovo giovane leader sta facendo infatti presa sui giovani neri, si chiama Julius Sello Malema, e li ha conquistati denunciando la corruzione del governo Zuma. Il problema è che Malema, oggi 34enne, in questi ultimi anni si è reso protagonista di dichiarazioni di odio razziale contro i bianchi, che sono state stigmatizzate dall’ANC (partito nero al governo) e dallo stesso presidente Zuma. Il fatto che un tale leader goda già di un vasto consenso popolare, non lascia ottimisti sul futuro dell’integrazione.
Forse il sogno della Nazione Arcobaleno è morto con Nelson Mandela.

sabato 24 gennaio 2015

Il bello della vita


"Che noia, pensavo stamattina". Bello fare un lavoro che ti piace e che ti lascia tanto tempo libero. Ma in una giornata di calura afosa il tempo libero si può trasformare in tormento, se poi al momento non hai un'auto con cui andare fuori città.
Così ho deciso di andare in piscina, sono uscito volenteroso, mi sono fermato a prendere un caffè sotto casa e ho visto che il parco di fronte alla caffetteria, che io ricordavo sempre chiuso, era aperto. La curiosità ha preso il sopravvento, sono entrato nel parco, che era un po' in salita essendo sulla china di una collina sovrastante Durban. C'erano due o tre coppiette bianche che portavano a spasso il cane e qualche gruppetto sparuto di neri che riposavano all'ombra. (Piccola parentesi: qui è normale parlare di bianchi e neri, e indiani, perché ciascuno di questi gruppi etnici vive esistenze completamente diverse dagli altri due gruppi)
Mi sono inerpicato su per il prato e mi si è parato davanti il panorama della città di Durban dall'alto con il mare sullo sfondo. A letteralmente due passi da casa mia, questa non me l'aspettavo.

Rinfrancato da questa scoperta, mi sono avviato a prendere il minibus per andare in piscina, ma strada facendo ho visto gente per strada che si godeva la bellissima giornata, e sono rimasto contagiato. Ho cambiato i piani e sono sceso sulla passeggiata del lungoceano, percorrendola tutta fino alla foce del fiume Umgeni, a nord di Durban. Era da diversi mesi che non passeggiavo fino qui, col suono delle onde dell'Oceano Indiano di sottofondo. Essendo sabato pomeriggio, tanti, soprattutto famiglie, erano sulla spiaggia o facevano grigliate lungo la passeggiata, com'è uso qua, soprattutto tra le famiglie indiane, che a volte mi sembrano quelle che si sanno godere di più la vita qui.
Arrivato al fiume, le onde si infrangevano imponenti sugli scogli del molo e qualche aspirante pescatore (in genere padri con figli, indiani perlopiù) gettava l'amo lungo la foce del fiume, con le onde talmente forti da spingere indietro la corrente del fiume per parecchi metri, formando quindi una specie di piccolo lago prima della foce vera e propria.

Sono poi tornato lungo la spiaggia, con le onde che spesso arrivavano non solo a bagnarmi i piedi, ma anche i pantaloncini. E ho pensato; "Il bello della vita, non sai mai cosa ti aspetta l'attimo successivo". Oggi è stata una bella giornata.

venerdì 30 maggio 2014

Hluhluwe-iMfolozi Reserve

 
La savana allo stato selvaggio come doveva essere migliaia e forse milioni di anni fa: questa è la prima cosa che ho pensato quando, insieme a tre colleghi, sono entrato nella riserva di Hluhluwe-iMfolozi, dove siamo rimasti tre giorni alloggiando in un lodge all'interno della riserva, in una piccola area protetta da reti elettriche ad alto voltaggio, perché tutto attorno c'è la natura selvaggia.

Questo parco naturale, qualche centinaio di chilometri a nord di Durban, è il più antico dell'Africa: fu creato dagli Inglesi centoventi anni fa, in terre che un tempo erano riserve di caccia del re degli Zulu. Il movente fu il tentativo disperato di salvare il rinoceronte bianco che a quel tempo era ormai quasi estinto a causa della caccia indiscriminata: gli ultimi esemplari al mondo sopravvivevano solo qui, ed erano pochissime decine. Grazie a questa riserva, il rinoceronte bianco è stato salvato e oggi la popolazione più numerosa al mondo di questa specie vive proprio qui, anche se tuttora è considerata tra le specie minacciate, a causa della persistente attività dei bracconieri, che contrabbandano i corni di rinoceronte.
Anch'io ho avuto la fortuna di vedere in due occasioni un gruppo di rinoceronti, che sostavano nella macchia poco distante dalla pista che percorrevamo in auto. Visti dal vivo sono enormi e fanno una certa impressione!


Altra caratteristica di questa riserva è che ospita tutti i "Big Five", cioè i cinque animali di grossa taglia tipici della savana: leone, rinoceronte, elefante, bufalo e leopardo.
Forse siamo stati fortunati, fatto sta che in due giorni e mezzo scarsi abbiamo visto quattro dei Big Five, ci è mancato solo il leopardo, che in quanto animale notturno è notoriamente il più difficile da trovare. Anche se proprio in quei giorni è arrivata una segnalazione che ne era stato avvistato uno.

Clamorosa è stata l'apparizione di una coppia di leoni, che ci hanno attraversato la strada a pochi metri di distanza. Per puro caso avevamo fermato l'auto a un incrocio tra due piste: se non ci fossimo fermati non li avremmo visti.
Per prima è passata una leonessa,  che incurante della presenza di tre auto si è fermata proprio sulla strada annusando laria e guardandosi in giro, degnandoci appena di un'occhiata di sufficienza.  Era enorme. Poi è andata, e quando pensavamo che fosse tutto finito,  ecco sopraggiungere un leone, un esemplare giovane. Anche lui, giunto sulla strada, si è fermato un attimo,  ha lanciato uno sguardo molto tranquillo alle auto e poi ha proseguito. Che dire: vedere dei leoni selvaggi che ti passano davanti a pochi metri è un'esperienza che mi mancava...


domenica 30 marzo 2014

Gli Africani e la musica nel sangue

Oggi abbiamo suonato in un ospedale poco fuori Durban. Immaginavo di ritrovarmi in mezzo alle corsie, tra gente sofferente, invece in realta' era un'occasione particolare, qualche sorta di ricorrenza, e ci hanno fatto sistemare in una grande sala, un po' "spartana". Tutti gli spettatori pero' erano vestiti in modo elegante, secondo le possibilita' di ognuno, e soprattutto c'era un clima di festa, quasi mi chiedo dove fosse veramente l'ospedale. Ospitare poi un'orchestra a suonare la domenica pomeriggio... Non so in Italia se ci sia qualche ospedale che lo fa, ma non l'ho mai sentito.

Accompagnavamo il coro locale, una cinquantina di persone di colore dalle voci potenti e bellissime, oltre a un piccolo coro di ragazzi dalle voci gia' molto promettenti. Ho potuto ascoltare da vicino quanto la popolazione nera sia particolarmente portata per il canto, hanno un timbro di voce potente e sono molto musicali.

Il caldo, nonostante qui ufficialmente sia appena cominciato l'autunno, mi faceva sudare e non bastavano i ventilatori. La mia compagna di leggio oggi era una ragazza giovane sudafricana di etnia tswana, ma l'orchestra e' un mosaico di genti di provenienza diversa, e' molto intrigante sapere quali incroci di vite diversissime si trovino gomito a gomito cercando di produrre insieme una bella musica: ci sono gli afrikaner, sudafricani bianchi (molto religiosi di solito), ci sono i neri, tutti giovani perche' solo da pochi anni i primi di loro stanno imparando la musica classica... la mia compagna di leggio e' una sorta di "pioniera" in questo senso. Poi ci sono gli stranieri che pero' vivono qui da vent'anni, tedeschi, bulgari, russi, tutti con storie diverse alle spalle, eppure un unico comune denominatore: anni di studio dello strumento, e anni di gavetta nelle orchestre dei Paesi di origine e poi in giro per il mondo. In fondo, pur nelle enormi differenze, abbiamo una storia comune.

Comunque, per tornare a noi, prima di iniziare a suonare mi ero preparato al peggio: assediato dal caldo, in una salone che non era certamente una sala concerto, mi dicevo: "speriamo non duri troppo". Anche gli altri orchestrali mi sembravano non di ottimo umore, per il fatto di dover suonare anche il sabato e la domenica questa settimana.

Invece, appena abbiamo cominciato a suonare, e' cominciato il divertimento. Niente musi lunghi tra il pubblico, come spesso in Italia, ma tutti attentissimi e divertiti, compreso il presentatore che tra un pezzo e l'altro esprimeva e condivideva col pubblico le sue impressioni ed emozioni (un po' "all'americana" a dire la verita', ma in fondo divertente). Era come se tutti si conoscessero, e poco a poco l'atmosfera allegra mi ha contagiato.

Ma il bello e' arrivato quando ha cominciato a cantare il coro: un'onda sonora dal timbro caldo si e' diffusa nella sala impregnandola di musica, il pubblico ha cominciato ad accompagnare cantando sottovoce o incitando con sorrisi quando una ragazzina che cantava da solista si emozionava un po'.

Prima del finale, e' intervenuto al microfono anche il direttore dell'ospedale, credo, un anziano di colore dalla voce roca e pacata, che ha ricordato come fino a non molti anni fa non fosse nemmeno concepibile che un coro di neri cantasse insieme a un'orchestra di bianchi (perche' fino a pochi anni fa, poi, l'orchestra era composta solo di bianchi). Questo, ha detto l'anziano, e' il potere della musica e degli uomini di buonsenso che operano con la musica, e si e' detto felice di vedere che finalmente banchi e neri lavorano assieme portando la musica nei luoghi piu' diversi, dalle scuole agli ospedali, donando momenti di felicita' a chi ne ha magari davvero bisogno. Questo ha strappato un applauso anche da parte degli orchestrali, che per un momento hanno lasciato da parte il malumore per non poter essere sulla spiaggia la domenica.
Io ho pensato: ma guarda quanto sentono importante qui la musica, lo sentono praticamente come uno strumento di vita! Wow!

E poi, abbiamo attaccato con il pezzo finale, Istimela, dalla musica travolgente: il coro ballava ondeggiando sulle note di questa canzone recente (il compositore era in sala) ma dai suoni e ritmi della musica tradizionale africana. Il pubblico non ha piu' resistito, si e' alzato in piedi ballando a sua volta e cantando. Accanto a me, la mia compagna di leggio tswana stava ballando e ridendo anche lei mentre suonava! So che ho pensato: "Cavolo, hanno proprio la musica nel sangue, io non riesco mentre suono a ballare cosi'!". Ma stavo ballando e ridendo dentro di me, felice di fare questo mestiere in mezzo a questa gente.

sabato 1 marzo 2014

Sudafrica

È passato un mese dal mio arrivo in terra africana e spero di rimanerci a lungo. Ho scoperto diverse cose, tra cui il fatto che l'Africa non è solo quel continente povero e martoriato, ma anche una terra ricca: ricca di persone dalle storie diversissime, ricca di una natura rigogliosa, ricca anche di ricchezza, da qualche parte. Come qui a Durban, in Sudafrica, città in terra zulu ma dove convivono culture e razze diverse in un crogiolo di storie, lingue, colori e sapori.


Prima di venire qui, la conoscenza più "ravvicinata" che avevo dell'Africa mi proveniva dai racconti di un mio prozio missionario comboniano, Padre Giuseppe Ambrosi, che ha passato la vita nelle regioni più povere di Kenya e Uganda. Qui a Durban ho trovato l'altra faccia dell'Africa. Il Sudafrica è il Paese più moderno del continente, dove tuttavia ci sono enormi differenze culturali, e tra ricchi e poveri. Vediamo se riesco a raccogliere un po' delle impressioni che ho avuto.

Ancora mi sorprendo pensando a una camminata che ho fatto da solo dopo pochi giorni dal mio arrivo, nel centro di Durban. In qualsiasi posto vada, una delle prime cose che faccio è gironzolare a piedi per vedere da vicino le persone e il posto e farmi una prima idea. Ma mai mi era successa una cosa simile: camminavo, camminavo, per chilometri, in mezzo a una città affollata e brulicante, ed ero l'unico bianco. Tutt'intorno, tutte persone di colore. Avrei potuto sentirmi in soggezione forse, invece no, non mi sentivo particolarmente osservato e nemmeno a disagio, soltanto sorpreso perché non avrei mai immaginato di trovarmi in una situazione del genere. Oltretutto, con la mia dose di incoscienza, mi ero avventurato a caso per la città incurante degli avvertimenti di chi mi aveva detto di stare attentissimo alla criminalità dilagante, specialmente nel centro. Certo, ero uscito con le tasche quasi vuote e vestito in maniera casual non appariscente. Con un mio amico siamo convenuti sul fatto che basta sentirsi "neri dentro", cioè uguali alla gente per strada, per sentirsi a proprio agio: in fondo, è proprio vero che siamo tutti uguali nei comportamenti, e già ora quando parlo con chiunque non mi rendo nemmeno conto del colore della sua pelle (bianco, coloured, nero, verde, fucsia...), ma mi viene da giudicarlo solo dal modo in cui si pone. Riguardo alla criminalità poi, ho scoperto che Durban tra le grandi città del Sudafrica (con oltre tre milioni di abitanti è la terza città del Paese) è quella probabilmente più sicura. Si vedono guardie e polizia ovunque. Forse il fatto che sia una città turistica aiuta a investire sulla sicurezza, specialmente dopo i Mondiali di calcio di quattro anni fa.

Però la disoccupazione è molto alta e la differenza tra i ricchi e la classe media è molta, molta. In un'altra delle mie camminate sono finito in una zona vicina a dove abito io, e ho scoperto villazze in stile hollywoodiano, circondate da alte mura e da fili elettrici ad alta tensione: è la zona dei bianchi ricchi, che si barricano dietro fortezze extra lusso. In quelle strade ho visto persone di colore vestite da domestici come in Italia si usava un secolo fa. Anche questo è il Sudafrica. Nonostante la fine dell'apartheid, ho notato che la maggior parte dei bianchi in realtà vive in quartieri per conto loro, e da alcuni commenti ho notato la diffidenza che le persone di origine anglosassone specialmente hanno nei confronti dei neri, al di là delle parole di circostanza. Beh, sapete che vi dico, che io finora mi trovo più a mio agio con gli zulu!

Invece la nostra orchestra è una bella realtà di commistione multiculturale, dove suonano assieme sudafricani bianchi afrikaner, sudafricani anglosassoni, sudafricani neri e "coloured", europei, americani, giapponesi... Anche se ho notato, devo dire, che anche lì le varie etnie parlano più tra di loro e poco le une con le altre. Gli unici che come sempre ce la spassiamo con chiunque, e facciamo divertire chiunque, siamo noi italiani, ben sette in orchestra! L'orchestra è attualmente la migliore dell'Africa e l'unica in Sudafrica con una programmazione e una gestione manageriale così attive e ambiziose, anche nei programmi di concerto (paragonabili a quelli di qualunque orchestra di alto livello europea).

Queste sono solo alcune delle mille impressioni che mi affollano la testa, ma che devo fare, per ora vi dovete accontentare!

Non so se in mezzo a tante nuove esperienze avrò il tempo di aggiornare anche il blog, ahahah! Cercherò di farlo soprattutto per fissare nero su bianco certi ricordi prima di dimenticarli.

Salani kahle!