venerdì 29 luglio 2016

Da Durban a Maputo on the road

La vista di Maputo dalla riva opposta della baia

È la seconda volta che visito la città di Maputo, capitale mozambicana. Due anni fa ci ero arrivato dalla strada asfaltata che dal confine sudafricano attraversa in tutta la sua lunghezza il piccolo Stato dello Swaziland, prima di entrare in Mozambico, per poi dirigersi verso est fino a Maputo. Questa volta ho deciso di percorrere in auto tutta la costa da Durban a Maputo, attraversando il confine sud del Mozambico, dove confina direttamente con il Sudafrica. L’autostrada che esce da Durban in direzione nord affianca la zona costiera solo per un po’, poi si mantiene nell’entroterra. Lungo la costa ci sono strade secondarie, che attraversano villaggi di vacanza sul mare per ricchi sudafricani. Dopo Ballito, non esiste più una vera strada costiera, solo un’autostrada che attraversa la terra dello Zululand, dove due secoli fa il bellicoso Shaka regnava sul suo impero zulu. Tuttora Shaka è onorato come eroe nella cultura zulu, ma oggi questa regione è costellata di villaggi dove la popolazione zulu, sempre molto orgogliosa, vive di pastorizia e agricoltura, o si reca nelle cittadine vicine o addirittura fino a Durban per lavorare come manodopera. Sono stati costruiti ponti pedonali che scavalcano l’autostrada, perché la popolazione è abituata a passare da un villaggio all’altro a piedi, spesso con le loro mandrie di vacche, e in passato si sono registrati diversi incidenti, povera gente morta investita mentre attraversava una strada che non appartiene al loro mondo. Attraversata la brutta cittadina portuale di Richards Bay (davvero nulla da vedere qui), si raggiunge il famoso iSimangaliso Wetland Park, dichiarato patrimonio dell’umanità dall’UNESCO. È un parco naturale protetto che si estende su oltre tremila chilometri quadrati, e su 280 km di costa. Qui mi sono fermato per tre notti, in tre località diverse, per poter vedere le diverse aree del parco. Gran parte del parco non è percorribile in
Diversi tipi di coralli a Sondwana Bay
auto perché non ci sono strade. La parte visitabile con relativa facilità è quella meridionale, attorno al lago di Saint Lucia, popolato da ippopotami e coccodrilli (all’interno della riserva è concesso scendere dall’auto solo nelle aree appositamente allestite, e a proprio rischio e pericolo…). Per questo vengono organizzate escursioni in barca, il mezzo migliore per penetrare nel cuore della riserva naturale. Le dune sabbiose che danno sull’oceano, stupende, sono invece il punto di partenza per appassionati di nuoto subacqueo, grazie alle coloratissime barriere coralline, di cui io ho ammirato la parte più vicina alla riva, affiorante con la bassa marea. La foresta costiera del Maputaland, invece, per centinaia di chilometri quadrati è percorribile solo con fuoristrada, su piste di sabbia spesso dissestate e non curate. Fortunatamente ero in compagnia di altri, su un comodo fuoristrada, il che ci ha permesso di attraversare quell’immensa area semidisabitata (tranne qualche piccolo e sperduto villaggio). In ogni caso ci siamo persi perché le piste hanno innumerevoli diramazioni e non ci sono indicazioni. Non è raro inoltre ritrovarsi la strada occupata da una mandria di vacche selvatiche che non hanno alcuna intenzione di liberare il passaggio. Siamo riusciti a uscirne solo a sera inoltrata, dopo aver attraversato una zona abitata da poche case e aver chiesto informazioni su quale pista conduceva al più vicino villaggio di una certa importanza. Per fortuna avevamo una cartina con il nome del villaggio segnato. Le indicazioni della gente del posto per forza di cose erano vaghe: “Andate in quella direzione, tenete sempre le piste sulla destra più che potete, fino a che raggiungerete un ponte sul fiume, poi tenendo quella direzione dopo un po’ raggiungerete la via per il villaggio”…
L’accesso al confine col Mozambico è invece una comoda strada asfaltata. Appena oltrepassato il confine, però, non c’è traccia di strade: lì si viaggia solo e soltanto, ancora una volta, su piste di sabbia. Sono rimasto piuttosto sconcertato nello scoprire che in tutta la parte più meridionale del Mozambico, praticamente fino a Maputo, non solo non esistono strade asfaltate, ma che gran parte delle vie di comunicazione non sono nemmeno sterrate, bensì sono appunto piste per fuoristrada. La ragione è semplice: la popolazione mozambicana, fuori dalla capitale e dalle città, è molto povera. Si muovono a piedi e la loro vita è limitata ai villaggi circostanti. Eppure, dopo aver sostato una notte alla località turistica di mare Ponta do Ouro (bellissimo posto, anche se un po’ isolato, preferisco tuttora Tofo e Inhambane, 650 km più a nord, dove ero stato due anni fa), siamo ripartiti verso Maputo e ho scoperto che qualcosa sta cambiando anche nel povero Mozambico. Beh, non per la popolazione povera del posto, chiaramente. Dopo qualche chilometro infatti il nostro fuoristrada ha potuto finalmente immettersi su una strada sterrata in costruzione: una volta ultimata sarà una vera e propria strada di alta percorrenza che collegherà Maputo col confine meridionale del Mozambico. E chi la sta costruendo? Imprese cinesi! Che impressione vedere lungo la strada operai neri e ingegneri e geometri cinesi che davano indicazioni. E di più: a un certo punto la strada in costruzione passa accanto a una vera e propria struttura industriale cinese, modernissima, anch’essa in costruzione. Insomma, visto da qui sembrerebbe che il futuro dell’Africa sub-sahariana sia stato appaltato alla Cina…
Si arriva su strada sterrata di campagna fino all’estuario su cui, sulla sponda opposta, si affaccia Maputo. Visto da questa sponda, sembra quasi una sorta di povera e dimessa Manhattan che si allunga sulla baia: grattacieli bassi, vecchi e poco appariscenti. Tranne alcuni grattacieli sfavillanti di recentissima costruzione, ovviamente opera dei cinesi. Per attraversare l’ampio fiume l’unico mezzo tuttora è il traghetto con trasporto auto, ma gli stessi cinesi stanno costruendo un modernissimo ponte, che dovrebbe essere terminato già l’anno prossimo.
Maputo è una città caotica, ma la popolazione del Mozambico, anche qui nella capitale, è sorridente e gentile. Soprattutto, nonostante la povertà, ci si sente sicuri. La microcriminalità è quasi inesistente, si dice. L’eredità del passato coloniale portoghese è tuttora presente: nella lingua parlata innanzitutto (il portoghese), e nei palazzi rimasti pressoché intoccati da decenni (addirittura diversi edifici
Per le strade di Maputo
abbandonati e diroccati in pieno centro). Ma la popolazione bianca è molto minoritaria, quasi non si incontra. Inoltre Maputo non è (ancora) una meta turistica: basta fare una passeggiata nel caotico centro per rendersi conto che la città vive a misura dei suoi abitanti, non è ancora attrezzata per un turismo di massa, che qui non sanno cosa sia. Anche la passeggiata del lungomare non è curata e abbellita, è lasciata così com’è da decenni, a uso della gente del posto. La verità è che Maputo si sta riprendendo solo negli ultimi anni, lentamente, dalla situazione di depressione e miseria in seguito alla lunga e cruenta guerra civile terminata nel 1992, che ha cambiato il volto di una città che fino a una trentina d’anni fa era cosmopolita, vivace e all’avanguardia rispetto ad altre città africane. Nella piazza centrale, di fronte alla sede del municipio, nel luogo dove un tempo c’era la statua del governatore generale portoghese del Mozambico, troneggia oggi una statua gigante in bronzo, in stile sovietico devo dire: infatti è stata ideata e costruita in Corea del Nord, e donata appena cinque anni fa a Maputo, in quanto dedicata al leader marxista rivoluzionario Samora Moisés Machel, primo presidente del Mozambico dall’indipendenza dal Portogallo (1975) alla sua morte nel 1986. Questa stranezza è spiegata dal fatto che tuttora il partito di governo in Mozambico è il Frelimo, lo stesso che condusse la rivoluzione contro il colonialismo portoghese, e lo stesso sempre al potere dall’indipendenza a oggi, nonostante ormai negli ultimi anni abbia abbandonato ogni retorica di vecchio stampo socialista per aprirsi al libero mercato.
Sul traghetto che attraversa la baia di Maputo
Appena si esce dalla città, si attraversano villaggi poverissimi. Ne abbiamo attraversato uno col fuoristrada, andando molto lentamente perché la strada che lo attraversava era fatta per muoversi a piedi: gente povera ma serena e felice, che vive e commercia con quello che ha, e sta bene così. Forse saranno le imprese cinesi, sempre più numerose, a portare la capitale del Mozambico al passo coi tempi. Già nei prossimi anni prevedo un divario sempre più estremo tra la gran parte della popolazione, che sopravvive arrangiandosi come può, e i nuovi ricchi prodotti dall’apertura del commercio con la Cina. Già ora ho notato che nelle catene più note di supermercati, di recente apertura, i prezzi sono addirittura più alti che a Durban. Rimane da vedere quanto profondo diventerà il solco tra ricchi e poveri, nel prossimo futuro. Quello che è sicuro è che la Cina sta colonizzando economicamente e anche a livello di infrastrutture questa parte dell’Africa, aprendo scenari geopolitici inediti per questo XXI secolo.
Vorrei concludere con una nota leggera. E' vero che i tratti somatici mozambicani sono di una certa bellezza, ma non è solo quello, è anche un modo di fare sempre pronto al sorriso, un sorriso che parte dagli occhi, sempre vivi e pronti allo scherzo o al flirt. Diversi sguardi femminili mi hanno trasmesso in modo contagioso la gioia di godere di semplici attimi, di semplici sorrisi. Forse è questo il tesoro più prezioso della gente mozambicana. Speriamo che lo conservino a lungo.

lunedì 21 marzo 2016

Viaggio in Grecia


Un mese fa sono riuscito, insieme a mia sorella, a fare una cosa a cui tenevo: andare per la prima volta in Grecia. Pur avendo girato mezza Europa e pur avendo messo piede su quasi tutti i continenti, stranamente non ero mai stato nella vicina Grecia, uno dei luoghi che più mi affascinano quando penso al nostro lontanissimo passato. E' stato un viaggio che mirava a vedere di persona i principali luoghi della mitica antica Grecia. Non la tipica vacanza sulle isole dell'Egeo, ma un tour in auto (noleggiata) da Atene al Peloponneso, per poi tornare dalla Focide e dalla Beozia. Il tutto in una settimana: una sfida contro il tempo, in un certo senso.
Una cosa che mi ha piacevolmente sorpreso è che i principali siti archeologici sono frequentati anche oggi da tanti giovani e giovanissimi, nonostante un'epoca in cui le bellezze del passato sembrano definitivamente dimenticate dalle giovani generazioni. Cosa che evidentemente non è, come ho scoperto.
Pur essendo ancora inverno, l'aria greca aveva già i primi profumi primaverili, e gli alberi erano in fiore ovunque. E nelle giornate di sole c'era già caldo! E' anche vero che per questioni di tempo abbiamo saltato tutto l'interno del Peloponneso, dove sulle cime più alte dell'Arcadia e dell'Acaia si vedeva la neve in lontananza.

Appena arrivati in aeroporto, abbiamo subito preso l'auto a noleggio e siamo partiti per Capo Sunio, dove proprio al tramonto ci ha accolti uno dei siti più scenografici: le rovine del tempio di Poseidone, poste sopra un promontorio da cui si domina una bellissima visione del Mare Egeo. Nonostante le giornate invernali fossero brevi (alle 6 il sole tramontava), arrivati sul luogo abbiamo visto diversi turisti, tutti giovani, e anche delle scolaresche italiane, tra l'altro. Ma il posto meritava: in maniche corte a febbraio, ci siamo subito resi conto che la scelta di questo viaggio era stata azzeccata.
Siamo poi ripartiti direttamente per Atene, dove abbiamo cenato in centro in una buonissima trattoria.

Il giorno dopo è stato dedicato alla visita della capitale ellenica. Che dire? A me la prima impressione che ha dato è stata quella di una città rimasta come da noi erano le città italiane 30-40 anni fa: non tanta illuminazione notturna (tranne che in pieno centro storico pedonale), traffico ancora abbastanza caotico (nonostante dicono che sia migliorato), con parcheggi selvaggi su marciapiedi e ovunque (a proposito, non esistono ancora, fortunatamente, parcheggi a pagamento). Comunque, mi ero aspettato una megalopoli gigante e caotica, invece in fondo non l'ho trovata invivibile, anzi quando la giri un po' ti ci lasci affascinare e affezionare. Lo spirito della gente greca mi è apparso molto orgoglioso e forte, e spesso privo di quell'affabilità smaliziata che cattura il turista con falsi sorrisi e smancerie: la Grecia ha tuttora, anzi oggi più che mai con la resistenza alla "integrazione" europea, uno spirito provinciale e "orientale" (passato bizantino, Chiesa ortodossa), che è molto distante da quello dell'Europa occidentale (per fortuna, viene quasi da dire). Comunque, è sempre straordinario passeggiare nel centro di una città dove puoi osservare i resti di un'eredità del passato di 2500 anni fa ancora lì, davanti ai tuoi occhi. La visita all'Acropoli per me è stata una vera e propria scoperta, perché dai libri non ti puoi fare veramente un'idea del posto. Il Partenone, come anche altri siti archeologici in altre zone della Grecia, è attualmente sottoposto a pesanti restauri con i fondi europei, restauri che includono la costruzione di nuove colonne da posizionare in luogo di quelle antiche, in un tentativo di far sopravvivere le rovine, e con esse il turismo, in un'epoca in cui la Grecia ha disperatamente bisogno dell'entrata economica portata ogni anno dal turismo internazionale (più di un albergatore ci ha confidato che le cose sono messe male e che hanno visto anche un grosso ridursi delle prenotazioni). Poi, una cosa piacevole è che abbiamo potuto visitare l'Acropoli in orario attorno a mezzogiorno e si stava benissimo, mentre in estate dicono che bisogna andarci all'alba per
non morire dal caldo e dall'insolazione (non ci sono particolari aree d'ombra in cima). Grazie a questo clima abbiamo potuto girare il centro a piedi in lungo e in largo senza affaticarci, e farci un'idea della città.

Il giorno dopo siamo partiti diretti verso il Peloponneso. Abbiamo fatto la foto di rito sul canale che taglia lo stretto di Corinto e poi ci siamo recati a visitare le rovine dell'antica Corinto e la fortezza veneziana e ottomana dell'Acrocorinto, arroccata in alto su una collina da cui si gode un panorama mozzafiato. La tappa successiva era uno dei luoghi simbolo della Grecia antica: il teatro dell'antica Epidauro. Tutt'oggi questa struttura funziona a meraviglia, tant'è che ogni estate vengono svolte qui rappresentazioni teatrali, e abbiamo potuto constatare di persona che l'acustica è perfetta: chi parla dall'orchestra (dove stanno gli attori) può essere udito benissimo in qualsiasi parte delle gradinate, conservatesi quasi perfettamente dall'antichità (hanno subito solo un parziale restauro negli anni '50).
La giornata si è conclusa a Nauplia, una bellissima cittadina di mare di aspetto veneziano (testimonianza del dominio della Repubblica di Venezia in Grecia), dove per cena ho assaggiato dell'ottimo pesce fresco.

Ma il Peloponneso è grande, e le strade non sempre ben tenute. Quella successiva è stata una giornata lunga, soprattutto per me che guidavo... Prima tappa le meravigliose rovine dell'antica Micene, che dopo più di tremila anni trasmettono ancora tutta la loro imponenza. Soprattutto la cosiddetta Tomba di Agamennone, un mausoleo miceneo perfettamente conservato che mi ha trasmesso perfino un certo timore.
A mezzogiorno eravamo in viaggio verso sud, passando attraverso la vivace e bella borgata di Argo moderna (ben poche rovine, quasi nulla, rimangono della famosa Argo antica) e poi lungo la costa orientale del Peloponneso, dove mia sorella non ha resistito alla tentazione di fermarsi per bagnarsi i piedi in un mare bellissimo. Sarebbe stato possibile addirittura farsi un bagno, la temperatura ambiente e quella dell'acqua erano perfette, ma non ce n'era il tempo: ci aspettava un lungo viaggio.
Sulla strada verso sud, abbiamo sperimentato le strade secondarie della Grecia, che collegano tra loro i minuscoli paesini isolati dell'interno: poco più che mulattiere, dove per alcuni tratti addirittura non sono asfaltate e ti ritrovi greggi di capre che ti attraversano la strada. Al momento non l'ho presa per nulla bene, temendo di rimanere attardati sulle strade di montagna all'avvicinarsi della sera, ma anche quell'esperienza è stata caratteristica e piacevole in fondo, ci ha mostrato un aspetto della Grecia vera, lontana dai luoghi turistici, come poteva essere la provincia italiana più di mezzo secolo fa.
Finalmente abbiamo raggiunto quel gioiello di Monemvasia, la Malvasia veneziana, il cui nome greco significa "un solo accesso": il paesino è infatti su una penisola collegata alla terraferma soltanto da un ponte artificiale, fin dal medioevo. Oggi il piccolo centro abitato, racchiuso da mura, è costituito in pratica soltanto da strutture turistiche tipiche, tutte in fase di ristrutturazione, grazie ai fondi dell'Unesco (Monemvasia è stata dichiarata patrimonio dell'umanità dall'Unesco). Dopo aver sorseggiato un caffè greco (simile al caffè turco) alla luce del tramonto, siamo ripartiti di gran carriera per la parte più difficile di tutta la vacanza: abbiamo attraversato l'impervia costa meridionale del Peloponneso, tutta curve e senza un solo lampione che potesse illuminare la piccola strada. Abbiamo attraversato nel buio più pesto la selvaggia penisola del Mani. Eravamo anche in riserva di benzina, col terrore di rimanere a piedi in mezzo al nulla, mentre il nostro ostello ci aspettava sulla costa sud-occidentale a Pilo, a moltissimi chilometri. Per fortuna abbiamo trovato un distributore aperto (si, i distributori self service non esistono, almeno in Peloponneso, da quello che abbiamo visto...), e da lì in poi, oltrepassata la penisola di Mani, il peggio era alle spalle. Kalamata era una vivace cittadina di mare, la cui vita per le strade ci ha ricordato che erano soltanto le otto di sera, e non piena notte! Da lì in poi il viaggio è stato più agevole, ma soltanto alle 9.30 di sera siamo riusciti ad arrivare a Pilo.

Il giorno dopo, sotto un bellissimo sole, abbiamo potuto godere della tranquilla bellezza del porto di Pilo, e abbiamo fatto una puntata poco più a sud, a Methoni, dove rimangono le rovine di un'altra fortezza prima veneziana e poi ottomana. Non ho potuto fare a meno di notare che in Grecia anche le fortezze e le strutture di pochi secoli fa sono tutte lasciate andare in rovina (anche una chiesa al centro della fortezza di Methoni, che avrà forse un secolo, era in apparenza semiabbandonata), a differenza che in Italia dove edifici anche di cinquecento-seicento anni fa, o più, sono tuttora mantenuti in ottime condizioni.
Rimpiangendo di non poterci fermare sulla bellissima spiaggetta di Methoni, siamo ripartiti verso nord, verso l'antica Olimpia. Attraversata tutta la costa occidentale del Peloponneso, siamo arrivati a Olimpia giusto in tempo per visitare le rovine prima che il sito chiudesse (l'orario di chiusura invernale era alle tre di pomeriggio). Ne è valsa la pena comunque. Il sito di Olimpia si trova in un luogo veramente bucolico, in mezzo a pini, cipressi e a prati fioriti, con tanto di papaveri pure, veramente sembrava di essere in primavera inoltrata invece che a febbraio! E poi l'effetto di trovarsi in uno dei posti più importanti dell'antichità per oltre un millennio non ha prezzo...
Appena finita la visita ha cominciato a piovigginare. La pioggia è cessata giusto in tempo per fermarci a pranzare nella vicina Pyrgos, una cittadina di provincia con una bella piazza. Poi ha ricominciato a piovere ancora. Poco male, sulla strada verso Patrasso non c'era granché di importante da vedere. Uscendo dalla comoda e larga strada statale, ci siamo inerpicati in macchina fino alla fortezza Chlemoutsi, che era chiusa (eh, erano già le cinque) e poi siamo scesi al sottostante porticciolo di Kyllini, che pare fosse usato come sede di vacanza da parte della corte degli Angioini di Napoli, mentre oggi è un paesino con poche case, con un porto tuttavia molto attivo, da dove partono e arrivano i traghetti per le isole (Zacinto, Cefalonia, Itaca) e per Patrasso. Nel frattempo il tempo peggiorava, stava montando un vero e proprio temporale, così siamo ripartiti, diretti definitivamente a Patrasso. Quando siamo arrivati lì, infuriava una tempesta di vento, e la tentazione era andare direttamente in ostello. Invece il maltempo poi è calato e abbiamo potuto fare una prima passeggiata in centro. L'impressione è stata talmente buona (era sabato sera e le vie pedonali erano affollate di gente, oltretutto perché a Patrasso era ancora periodo di carnevale), che dopo essere andati a parcheggiare e a lasciare le cose in ostello, siamo tornati a cenare in centro e a vivere un po' dell'atmosfera festosa notturna di questa città, la maggiore città del Peloponneso.

La mattina dopo, invece, la città era semisederta ancora alle 8 (d'accordo, era domenica) e ci è riuscito molto difficile trovare un posto dove fare colazione con cappuccino e brioche. Lasciata Patrasso, abbiamo attraversato il moderno ponte che dal 2004 collega il Peloponneso con la costa della Grecia continentale, e in quel modo abbiamo attraversato il golfo di Patrasso, cosa impossibile fino a poco più di una decina d'anni fa. Siamo passati da Nafpaktos, che, non sapevo, era la Lepanto veneziana: era nelle acque lì di fronte che si svolse la famosissima battaglia di Lepanto tra Veneziani e Ottomani (1571), e ignoravo completamente che si trovasse lì, prima di passarci. Poi la strada proseguiva comodamente lungo la costa (a picco sul mare), per molti chilometri, fino a quando ha deviato per inerpicarsi sul fianco di una montagna, ed è così che siamo giunti al scenografico sito archeologico di Delfi. Sede di culto fin da epoca pre-micenea, questo sito ha un che di eccezionale: fu costruito qui in epoche antichissime, alle falde del Monte Parnaso (la cui cima si distingueva da molto lontano perché coperta di neve fresca, caduta la sera precedente), tant'è che guardando su verso le cime sembrava quasi di osservare un paesaggio dolomitico! Il santuario di Delfi pare fosse un altro luogo di importanza fondamentale nella Grecia antica. Come Olimpia lo era per le cerimonie sportive, Delfi lo era come luogo sacro di culto, ma non solo: grazie alla sua importanza, città di tutto il mondo ellenico, comprese le colonie della Magna Grecia, inviavano offerte votive che anno dopo anno cercavano di superarsi sempre di più in ricchezza. Finché la ricchezza qui accumulata fu tale che Delfi divenne anche un centro di potere, così venne creata l'Anfizionia di Delfi, un ente amministrativo autonomo da ogni città greca. In diverse occasioni, con pretesti i più svariati, città greche (Focidesi, Atene, Sparta, e perfino la Macedonia) arrivarono a scatenare guerre con la scusa di tutelare l'intoccabilità di Delfi, ma in realtà tutti miravano a prenderne il controllo. Alla fine fu formata una lega anfizionica che includeva dodici popoli greci, ciascuno avente due voti nel consiglio, in modo che una città non prevalesse sulle altre arrogandosi il prestigio morale, economico e culturale del santuario. Tale prestigio perdurò fino all'epoca romana, fino a quando nel IV secolo, con l'abolizione ufficiale dei riti pagani nell'impero romano, l'imperatore cristiano Teodosio ne decretò la definitiva chiusura.
Lasciato il santuario, e dopo aver pranzato con vista panoramica, siamo andati verso est, a visitare il bellissimo monastero medievale bizantino di Ossios Loukas, un gioiello dell'architettura bizantina. Arrivati per la verità giusto in tempo per ammirare la chiesa centrale, prima che ci chiudessero quasi le porte in faccia...anche qui, orari invernali...
Infine, ormai al tramonto dell'ultimo giorno, ci siamo avviati verso l'ultima parte del viaggio.
Abbiamo attraversato la Beozia tra bei campi collinari coltivati e siamo passati senza fermarci dalla Tebe moderna (un paesotto orribile), dato che della Tebe antica non sono rimaste nemmeno le rovine. Scavalcate le alture del Monte Citerone, siamo ridiscesi nell'Attica, e dopo un'accesa discussione abbiamo deciso di rientrare brevemente ad Atene per un'ultima passeggiata serale prima di andare in aeroporto. Ne è valsa la pena: abbiamo trovato facilmente parcheggio in centro (cosa di cui io dubitavo) nonostante fosse domenica sera e la città fosse piena di gente. Le vie pedonali erano affollate di cittadini della capitale che facevano la loro uscita serale domenicale, e, una settimana dopo la prima visita, Atene già mi sembrava più familiare, tanto da farmi pensare che in fondo non mi dispiacerebbe come città dove viverci. E lassù in alto, l'Acropoli illuminato dalla luna piena coronava nel modo migliore una bellissima vacanza, che ricorderò a lungo.


mercoledì 16 dicembre 2015

Licio Gelli, emblema dell'Italia passata, presente e futura?


Ci sono personaggi la cui storia non andrebbe mai dimenticata, per il bene dell'intera comunità di un Paese, e non è un'esagerazione. Uno di questi è Licio Gelli, morto ieri a 96 anni e otto mesi d'età nella sua villa nei pressi di Arezzo.
Pur non avendo mai ricoperto cariche politiche, Gelli fu soprannominato "Burattinaio della Nazione", e il suo nome comparve nelle inchieste su alcune delle vicende italiane più drammatiche dell'ultimo mezzo secolo: dal "piano di rinascita democratica" della loggia massonica P2, collegato all'Operazione Gladio, al crac Ambrosiano, alla strage di Bologna. Viene dipinto dai media come una sorta di Blofeld, il personaggio fittizio a capo della SPECTRE nella saga di James Bond, e secondo alcuni biografi avrebbe più responsabilità che chiunque altro nell'aver orchestrato dietro le quinte i destini dell'Italia per quasi mezzo secolo, forse più di Giulio Andreotti, decisamente molto di più di Silvio Berlusconi.

Nato nel 1919 a Pistoia figlio di un facoltoso proprietario terriero, fu fin da giovanissimo un entusiasta fascista e a diciott'anni si arruolò volontario per la guerra civile spagnola in aiuto delle truppe del generale Franco. In quella guerra perse il fratello.
Tesserino che attesta il ruolo di Licio Gelli
come ispettore del PNF, a soli 22 anni
Tornato a Pistoia, pur avendo solo la licenza elementare diventò impiegato del Gruppo universitario fascista. Nel 1940 pubblicò un libro sulla sua esperienza di Spagna, e il suo zelo gli fece fare strada fino a diventare ispettore del Partito Nazionale Fascista. A soli 23 anni, in quel ruolo gli fu affidato
l'incarico (in piena seconda guerra mondiale) di trasportare in Italia il tesoro requisito a re Pietro II di Iugoslavia: 60 tonnellate di lingotti d'oro, 6 milioni di dollari, 2 milioni di sterline, 2 tonnellate di monete antiche. Quando cinque anni dopo il tesoro venne restituito alla Iugoslavia, mancavano 20 tonnellate di lingotti d'oro. Si ipotizza che Gelli li avesse nascosti e che le sue fortune future provenissero da quel ricchissimo bottino. Un rapporto della Guardia di Finanza del 1974 parlerà di "una solida situazione patrimoniale di cui non si conoscono le origini".
Ma forse Gelli non aveva nemmeno bisogno del denaro per fare strada, aveva un'abilità innata. Dopo l'8 settembre 1943 divenne un ufficiale della Repubblica nazifascista di Salò. Poi, quando la guerra era ormai perduta, cominciò a fare il doppio, anzi triplo gioco: pur essendo ancora un repubblichino di Salò, aiutò i partigiani fornendo loro informazioni sulle imboscate naziste e dando una mano nella liberazione di prigionieri politci, e quando gli Americani si apprestarono a sbarcare in Sicilia li aiutò fornendo loro informazioni dall'interno del sistema fascista che stava crollando.

Grazie a queste sue attività su diversi fronti, per diversi anni dopo la fine della guerra rimase in contatto con le agenzie di intelligence americane e britanniche, e allo stesso tempo anche con i servizi segreti di uno Stato del blocco comunista, almeno fino agli anni '50 inoltrati. Dal 1948 al 1958 fu anche autista e portaborse di un deputato democristiano.
Gelli (al centro) con Andreotti (a destra)
all'inaugurazione dello stabilimento
Permaflex di Frosinone
Nel 1956 diventò direttore commerciale della Permaflex di Frosinone. Essendo in area territoriale della Cassa per il Mezzogiorno, durante la sua direzione lo stabilimento vide un via vai di politici, ministri, vescovi e generali. Conobbe personalmente Giulio Andreotti, che essendo stato il "delfino" di Alcide De Gasperi aveva già allora scalato i vertici della politica e che in quegli anni ricoprì in successione gli incarichi di ministro dell'Interno, di ministro delle Finanze, di ministro della Difesa. Fu una conoscenza che a Gelli sarebbe tornata utile.

Nel 1963 Gelli si iscrisse alla massoneria, in una loggia di Roma, ed è lì che puntò, per scalare il potere. Da sempre estimatore e amico (così si definiva lui) del generale e presidente argentino Juan Domingo Peron, nel 1974 fu addetto commerciale dell'ambasciata argentina presso il governo italiano. Si ispirò al regime autoritario peronista quando, divenuto nel 1975 capo (Maestro Venerabile nella terminologia dei massoni) della loggia massonica P2 (Propaganda 2), elaborò privatamente e segretamente insieme al politico democristiano Francesco Cosentino e altri, un "piano di rinascita democratica". Nella sua visione, era necessario un piano di modifiche costituzionali che portassero a uno Stato più saldo, con accordi bicamerali tra partiti, controllo della stampa, riforma della magistatura, tra i punti principali. Questo obiettivo era condiviso anche dall'intelligence americana, attraverso l'Operazione Gladio, una struttura clandestina promossa dalla NATO e finanziata in parte dalla CIA allo scopo di contrastare l'influenza comunista in Europa. Pare che Gelli fosse in contatto e operasse anche per conto dell'Operazione Gladio.

Fatto sta che Gelli, proponendo la P2 come un circolo di affari politici a imprenditori, ufficiali, politici stessi, fece entrare come firmatari di questo piano nomi eccellenti e meno eccellenti (tra loro anche quello di Berlusconi). Come dichiarò molti anni dopo lo stesso Gelli: "Con la P2 avevamo l'Italia in mano. Con noi c'era l'Esercito, la Guardia di Finanza, la Polizia, tutte nettamente comandate da appartenenti alla Loggia". Attorno alla P2 cominciarono a girare affari sempre più grossi, affari sporchi, in cui entrò a piene mani anche la mafia. Uno di questi fu il giro che portò al crac del Banco Ambrosiano. Il finanziere Michele Sindona e il banchiere Roberto Calvi erano entrambi affiliati alla P2. Entrambi, e pure Gelli, avevano investito denaro sporco nello IOR (la banca del Vaticano) e nel Banco Ambrosiano per conto del boss mafioso Calò. La tragedia dell'omicidio di Calvi e altre trame nascoste dalla mafia e dalla politica furono il frutto di questi affari sporchi.
Nei turbolenti anni '60 e '70, l'Operazione Gladio per quanto riguardava l'Italia venne portata avanti clandestinamente anche con propositi eversivi di capovolgere con la violenza gli assetti costituzionali, per instaurare uno Stato più autoritario (vedi il caso del fallito Golpe Borghese). Il 2 agosto 1980 avvenne la strage alla stazione di Bologna che uccise 85 persone. Gli esecutori materiali furono dei militanti neofascisti. I mandanti non furono mai scoperti ma furono rilevati collegamenti con i servizi segreti deviati e la criminalità organizzata. Gelli insieme ad altri venne condannato a 10 anni di carcere per aver depistato le indagini.

Nel 1981, nell'ambito dell'inchiesta condotta sulle vicende di Michele Sindona, i magistrati Colombo e Turone scoprirono durante una perquisizione i documenti della loggia P2. La lista P2 fu divulgata dai media e divenne uno scandalo: includeva l'intero gruppo dirigente dei servizi segreti italiani, due ministri e molti parlamentari, industriali, e anche Vittorio Emanuele di Savoia, unico figlio maschio dell'ultimo re d'Italia. L'Ordine della massoneria italiana decretò l'espulsione di Gelli, e la magistratura ne ordinò l'arresto. Gelli fuggì in Svizzera, dove fu arrestato mentre tentava di ritirare decine di migliaia di dollari a Ginevra. Ma dopo poco riuscì a evadere e fuggì in Sudamerica. Ma nel 1987 tornò in Europa, si costituì e venne messo agli arresti domiciliari.

Nonostante la sua situazione agli arresti domiciliari, Gelli pubblicò un sacco di libri e negli ultimi suoi anni di vita, durante l'epoca dell'ultimo Governo Berlusconi (unico leader politico che egli ha stimato nei suoi ultimi anni), l'ormai anziano Gelli ha rilasciato molte interviste televisive e addirittura ha condotto un suo programma TV sulla rete Odeon, nel 2008, programma in cui Gelli rivisitava dal suo punto di vista la storia italiana dall'epoca del fascismo agli anni '80 (anni in cui egli uscì di scena dal potere). Insomma, una "riabilitazione" di un tale personaggio, che la dice lunga sulla capacità degli Italiani di dimenticare e di "perdonare" anche i peggiori misfatti.

Nel 2013 la sua residenza, Villa Wanda, venne messa sotto sequestro preventivo a causa di un'inchiesta sull'evasione per 17 milioni di euro di tasse per cui erano indagati Gelli e la sua famiglia. Ma nel gennaio di quest'anno il processo si è chiuso con la prescrizione e la villa è stata dissequestrata. Gelli aveva comunque continuato a viverci anche nel frattempo, sempre agli arresti domiciliari. Ed è lì che ieri è morto.

Non ho elencato tutti gli affari e gli scandali che girarono attorno alla P2, anche perché sono intrecci complicati e avvolti in buona parte da omertà e misteri che, con la morte di tutti i protagonisti, non verranno più risolti.
Ma, bisogna dire, diversi punti che costituivano il "piano di rinascita democratica" sono stati veramente realizzati dalla classe politica attuale, negli ultimi vent'anni, e altri punti stanno venendo discussi o approvati. Che significa questo? Che nonostante lo scandalo pubblico di allora, una parte della classe politica (quella che ha detenuto il potere per gran parte degli ultimi vent'anni) ha fatto proprio il piano previsto dalla P2. Lo stesso Gelli, in un'intervista dell'anno scorso, vedeva nelle attuali riforme politiche in atto alcune somiglianze con quelle proposte da lui ai suoi tempi.
Che dire? Sta agli Italiani informarsi sulla storia passata e non dimenticarla. Quelli che detengono le chiavi del potere non lo faranno per loro, di certo.

lunedì 23 novembre 2015

Ubuntu: humanity


Last week was on stage at the Playhouse in Durban an opera, newly written, accompanied by our orchestra. Its title is Ubuntu. It is about South Africa's struggle and suffering during apartheid.

Thinking about hate, ideological clash, violence, that are spreading in the world, it occurred to me that the word ubuntu in bantu languages (sub-Sahara African languages) means humanity. An expression says: Umuntu ngumuntu ngabantu, which can be translated as "A person is a person through other people".

Living in South Africa since a couple of years, I realized that black people here have a light attitude towards life: leave on a side the problem, just enjoy, laugh, dance, exchange smiles with other people. To us, Western people, this seems a childish attitude, especially because after a while the problem will come for you.

But, reading the news about crazy terrorists who speak death and mass homicide, and on the other hand articles about the most effective ways for a "payback"...if  it would be better a bombing or an invasion on the ground... Well, I must say that I prefer to spend my average day among people, well maybe a bit ignorant, simple people that care above all to enjoy the basics of life.
This is what we Europeans in South Africa feel: we are far from the rest of the world. Oceans stand between us and other continents, thousands of miles of jungles and deserts divide us from those lands where terrorism commits massacres.
Above all, here pseudo-religious fundamentalism does not exist. For example, Christianity is mixed with tribal superstitions, so there isn't a unique, dogmatic Christianity; as for Islam, it's a little minority and Muslim people in this part of the world they have never had historic-moral-cultural motives to appeal to dogmatic violence.

Of course, Africa experienced unimaginable violence and wars. But I really hope that its best qualities, that I can see every day in Durban (including the pacific coexistence of different ethnic groups), may be able to make Africa the continent of the future. Imagine, humanity saved by the continent most exploited and suffering in all human history!

Ubuntu: umanità


La scorsa settimana è andata in scena alla Playhouse di Durban una nuova opera, appena composta da un teatrante sudafricano, accompagnata dalla nostra orchestra. Si intitola Ubuntu. Parla delle sofferenze che il Sudafrica attraversò per uscire dal regime di apartheid.

Pensando al clima di odio, di scontro ideologico e di violenza che attanaglia il mondo, mi è venuto in mente che la parola ubuntu nelle lingue bantu (africane sub-sahariane) significa, grosso modo, umanità. Un'espressione recita: Umuntu ngumuntu ngabantu, che può essere tradotta come "io sono ciò che sono in virtù di ciò che tutti siamo".

Vivendo in Sudafrica da un paio d'anni, mi sono accorto che la popolazione di colore ha nel suo DNA uno spirito leggero nei confronti della vita: metti da parte il problema, pensa a divertirti, a ridere cantare e ballare, e condividi sorrisi con chi ti sta accanto. A noi occidentali questo atteggiamento sembra molto infantile, soprattutto perché a forza di ignorare i problemi, poi questi ti presentano il conto.

Però leggendo le notizie dei pazzi fondamentalisti che predicano la morte e l'omicidio di massa, e dall'altra parte le analisi a mezzo stampa sui modi più efficaci per una "vendetta"...se sia meglio bombardare o un esercito via terra... Beh, devo dire che preferisco passare le mie giornate tra gente magari un po' ignorante, semplice, che guarda soprattutto a usufruire delle cose basilari della vita.
Questo è il clima che noi europei respiriamo qui in Sudafrica. La sensazione è quella di essere lontano dal resto del mondo: gli oceani stanno tra noi e gli altri continenti, e migliaia di chilometri di giungle e deserti ci separano dalle terre dove il terrorismo sta facendo stragi.
Soprattutto, qui lo scontro tra fondamentalismi pseudo-religiosi non esiste, perché, per esempio, il cristianesimo è spesso commisto con credenze tribali e quindi non esiste un unico cristianesimo, granitico; l'islam, dal canto suo, è molto minoritario e i fedeli musulmani in questa parte del mondo non hanno mai avuto alcun appiglio storico-morale-culturale per appellarsi alla violenza dogmatica.

Certo, l'Africa stessa ha vissuto guerre e violenze inimmaginabili. Ma spero davvero che le sue qualità migliori, che io posso sperimentare ogni giorno a Durban (compresa la coesistenza pacifica tra etnie totalmente diverse per razze e stili di vita), la facciano diventare il continente del futuro. Sai che smacco, l'umanità salvata dal continente più sfruttato e più sofferente nella storia dell'uomo.

mercoledì 18 novembre 2015

L'Europa in guerra


Sono passati 70 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, e oggi l’intera Europa torna a sentire il sapore acre della paura, dell’insicurezza, quel senso di essere possibili bersagli in ogni momento di una violenza omicida che non guarda in faccia nessuno. Della guerra in Ucraina ho parlato nel post che ho pubblicato cinque mesi fa, dove pure parlai dei rischi connessi all’immigrazione massiccia, del fenomeno dell’Isis e di un nuovo clima internazionale che non promette nulla di buono.

Quello che non avevo previsto è che la situazione degenerasse così rapidamente. Gli attentati di venerdì 13 (data scelta a caso?) novembre a Parigi, rivendicati dall’Isis, sono di una gravità paragonabile a quelli dell’11 settembre 2001 a New York e Washington. Allora i morti furono tremila, nel crollo delle Torri Gemelle e nello sfascio del Pentagono, stavolta sono circa 130, ma uccisi a sangue freddo uno per volta all’interno di un teatro. E comunque la gravità non cambia. Allora l’organizzazione terroristica da combattere era al-Qaida di Osama bin Laden. Oggi, bin Laden è morto quattro anni fa e di al-Qaida non si sente più parlare, ma il nuovo nemico è l’Isis di Abu Bakr al-Baghdadi, e, per quanto sembri impossibile, i suoi adepti sono molto, ma molto più estremisti e pazzoidi, e quindi più pericolosi, di quelli di al-Qaida.

Non andrà mai sottolineato abbastanza come le nazioni occidentali finora abbiano preso sottogamba il problema, godendo dello stato di guerra in Medio Oriente perché portava profitti all'economia degli armamenti. Mentre ora che c'è stato il "patatrac", l'Occidente sta trionfalmente allestendo una coalizione con la Russia di Putin, la Turchia di Erdogan e l'Iran degli sciiti (nemici giurati dei sunniti estremisti dell'Isis), il cui obiettivo ovviamente è intervenire ancora più pesantemente dal punto di vista militare, dopo aver fallito (di proposito?) ogni altra azione non militare per evitare la situazione in cui siamo oggi. A cosa è servita la costruzione di basi militari americane in Arabia Saudita nel 1990? A preparare la prima guerra del Golfo, ma l'effetto a lungo termine è stato accrescere i malumori del mondo islamico contro l'imperialismo americano e occidentale. Le guerre dell'amministrazione Bush in Afghanistan e Iraq hanno aggravato esponenzialmente l'odio, e la ciliegina sulla torta sono gli interventi americani ed europei in Libia e in Siria. Ormai il Vicino e Medio Oriente sono uno scacchiere in cui le potenze occidentali e la Russia si giocano i propri interessi egemonici ed economici. Quelle terre però sono patria di uno dei nazionalismi più forti al giorno d'oggi: il nazionalismo islamico. C'è quindi da sorprendersi se tanti musulmani vedono di buon occhio una "punizione" dell'Occidente per ciò che sta combinando a casa loro? Chiaramente, cosa c'entrano gli studenti e la gente normale di Parigi, uccisi a sangue freddo? Ma un contadino o un impiegato iracheno o siriano potrebbe rispondere: cosa c'entravano gli studenti e la gente normale di Tikrit, Baghdad, Mosul, quando furono bombardati dalle bombe europee e americane?

L'Unione Europea, dopo settant'anni dalla fine della seconda guerra mondiale, e per la prima volta da quando l'UE esiste, si sente in guerra. La Turchia, la Russia, gli Stati Uniti, si uniscono in una nuova inedita alleanza contro l'Isis. Inedita alleanza, perché uno degli alleati più importanti è l'Iran, che fino a poco tempo fa era additato dagli USA come uno Stato che operava contro il diritto internazionale. Un nuovo gruppo G20 si sta profilando come alleanza anti-terrorismo. Un G20 che vede sedere accanto a USA e UE, e ai loro tradizionali alleati o partner economici come Giappone, Canada, Australia, Brasile, Argentina, Turchia, Arabia Saudita (e ad altri Paesi non particolarmente partner, ma potenti sulla scena internazionale, come Cina, India, Russia), anche new entries, Paesi che temono l'avanzata dei terroristi allo stesso modo, come Svizzera e Norvegia in Europa, l'Iran che di fatto oggi è una roccaforte accerchiata da estremismi mediorientali, e la Nigeria il cui nuovo governo ha dichiarato guerra aperta ai terroristi islamici di Boko Haram, che finora hanno ucciso più dell'Isis (soltanto l'altro giorno hanno provocato una nuova strage in Nigeria, con decine di morti e feriti), e da quest'anno si sono ufficialmente alleati con lo stesso Isis. Così, in modo repentino, cambiano oggi le alleanze internazionali.

Cosa ci dobbiamo attendere ora? La nuova "strana alleanza" intensificherà i bombardamenti sui territori controllati dall'Isis in Siria, come stanno già cominciando a fare massicciamente Francia e Russia. Il problema è che, anche se le strutture dell'Isis in Siria, Iraq, Afghanistan, Libia, venissero totalmente distrutte, in Europa ci sono ormai centinaia di cani sciolti seguaci dell'Isis. Basta un piccolo commando di cinque o sei persone per fare una strage, come si è visto a Parigi. L'Unione Europea dovrà intensificare sempre più i controlli, la sicurezza interna, in un clima simile a quello vissuto negli Stati Uniti dopo l'11 settembre. Sarà una prova decisiva anche per vedere la tenuta dell'UE, per vedere se il progetto di una possibile federazione europea possa funzionare in questo nuovo mondo.

Fino alla seconda guerra mondiale, i Paesi dell'attuale Unione Europea non avevano mai conosciuto periodi di pace più lunghi di mezzo secolo. Oggi il mondo è totalmente diverso, nuovi nemici mai esistiti prima, nuove alleanze e nuovi rapporti di forza inediti nella storia. Speriamo che, sotto l'effetto di cambiamenti epocali, questo lungo periodo di pace non si sia appena interrotto.

giovedì 15 ottobre 2015

Drakensberg

I Monti dei Draghi, li chiamano. C'ero stato l'anno scorso, per una gita veloce di una giornata e mezza, ma non mi avevano impressionato. Per uno cresciuto alle falde delle Alpi, le montagne sono tutt'altra cosa, pensavo. Mi sbagliavo, l'anno scorso ero stato soltanto sulle prime pendici della catena dei Drakensberg, nel Royal Natal National Park, in piena stagione secca, quando le formazioni rocciose si ergevano su un paesaggio bellissimo, ma che mi ricordava più che altro il deserto dell'Arizona.
Quest'anno sono stato tre giorni in un'uscita più avventurosa con altri colleghi, in cui per due notti abbiamo dormito in piccole tendine montate in mezzo al nulla nella ventosa valle Mhlwazini. Sveglia alle 5.30 di mattina per tre giorni di fila, poi zaino in spalla e via, scarpinando in salita, fino al Gray's Pass, a circa 3000 metri di altitudine, al confine col Lesotho.
Montagne brulle, com'è normale a oltre 2000 metri, ma rivestite di verde, un verde sottile, a tratti brillante.
Ci siamo arrampicati fino in cima alla Grande Scarpata (Great Escarpment), cioè i rilievi più alti, che sono tutto ciò che resta dell'antichissimo bordo dell'altopiano sudafricano, innalzatosi a queste altezze 180 milioni di anni fa. Non so se sia questo l'origine del nome Drakensberg, però questi rilievi sono spezzettati a formare tante guglie, che viste da lontano mi sembravano il dorso e la coda di qualche dinosauro, o di un
drago, appunto.
In cima all'Escarpment ho visto un branco di cervi che giocavano tra loro, finché non si sono accorti della nostra presenza e se ne sono scappati. E molti avvoltoi del Capo, enormi, che avevano i loro nidi su pareti di roccia inaccessibili. C'erano anche grossi corvi neri: uno ha approfittato del fatto che avevamo lasciato gli zaini incustoditi per un po', e ha rubato la colazione di Jorge. Cavalli liberi pascolavano poco lontano: Marian, la collega sudafricana (di origini britanniche e irlandesi) mi ha detto che erano i cavalli dei pastori sotho (la popolazione del Lesotho), che dal versante opposto risalivano dal Lesotho per lasciarli qui a pascolare, incuranti dei confini umani degli Stati.
Abbiamo avuto anche la fortuna di vederne uno, di pastore sotho. Era prima dell'alba dell'ultimo giorno, quando già eravamo tornati ad accamparci giù nella valle Mhlwazini, pronti per l'ultima camminata di ritorno. Eravamo già tutti svegli e alle 6 di mattina stavamo facendo colazione presso le nostre tende quando, senza alcun rumore, un giovane di colore avvolto in una coperta, e con un bastone appoggiato dietro al collo, passa sul sentiero, silenzioso. Noi salutiamo e lui ricambia con un semplice cenno, allontanandosi. Marian ci dice che quello era proprio un sotho, che stava tornando verso il Gray's Pass, diretto in Lesotho. Secondo Marian e Alice, l'altra collega sudafricana, ci sono stati casi di furti da parte dei pastori sotho, che varcherebbero il confine sulle vette per scendere nelle vallate montuose sudafricane in cerca di qualcosa da rubare. Spero un giorno di visitare il Lesotho, me ne hanno parlato come di un Paese bellissimo, dove la gente è molto povera ma estremamente buona e accogliente. A parte i pastori di confine, evidentemente...

Ora che sono ritornato a Durban, e specialmente nel quartiere bianco dove vivo, quelle valli africane, selvagge e misteriose mi sembrano quasi un altro mondo, eppure sono appena a tre ore di macchina. Direi, un altro punto a favore del fascino del Sudafrica.