Oggi siamo andati con l'orchestra a suonare in un'altra delle innumerevoli scuole della regione. Per il programma "Educational concerts", finanziato dalle istituzioni sudafricane, la KZN Philharmonic Orchestra si è impegnata a recarsi in tutte le scuole della regione da cui prende il nome (KZN sta per KwaZulu-Natal), da quelle private, dove tocchi con mano l'enorme ricchezza delle élites sudafricane (nulla a che vedere con le scuole private italiane che sono povere in confronto), a quelle più misere, messe in piedi in qualche modo dal governo sudafricano per i paesini più isolati e di campagna. Ormai l'orchestra KZNPO ha battuto quasi tutta la regione, scuola dopo scuola, per far giungere anche agli angoli più lontani la magia della musica classica.
Oggi siamo andati in una scuola elementare di paese, a sud di Durban. Era la prima volta in assoluto che l'orchestra si recava lì, e gli insegnanti si erano impegnati molto per organizzare l'evento: si tratta infatti di una scuola pubblica non affatto ricca, anzi per bambini di famiglie della classe lavoratrice medio-bassa. Per noi era normale e in un certo senso noiosa routine, ma negli occhi di bambini e insegnanti ho visto scintillare come tante altre volte la meraviglia e la gioia di chi assiste a qualcosa di unico. Una coppia di attori presentava il programma con battute al tempo stesso comiche e istruttive, facendo esplodere risate a raffica dai bambini. Al termine, l'inno nazionale sudafricano di rito, come sempre, con i bambini gioiosi in piedi a cantarlo, sorridenti. Poi, mentre noi musicisti stavamo già mettendo via gli strumenti, un insegnante ha preso la parola. Era abbastanza giovane e aveva un atteggiamento dimesso, un vestiario modesto e uno sguardo buono e allo stesso tempo appassionato del suo lavoro. Ci ha detto che lui è nato e cresciuto in quel sobborgo di campagna, dove ora insegna, e che è la prima volta che è testimone di un tale cambiamento in positivo nell'insegnamento di quell'area, con un approccio "olistico" (ha usato questa parola) nell'insegnamento dei suoi ragazzi. E ci ha ringraziati perché questa esperienza rimarrà per sempre scolpita nella memoria e nelle emozioni di quei bambini.
Poi abbiamo preso i nostri strumenti e ce ne siamo andati ancora una volta come nulla fosse, al termine di un'altra mattinata di routine. Ma chissà quale seme emozionale abbiamo piantato in ciascuno di quei duecento ragazzini. E chissà in quanti altri, tra tutti quelli che ci ascoltano nelle innumerevoli scuole e scuolette. Speriamo che tante piccole goccioline insignificanti per noi possano influire sulle loro scelte future, magari nel cambiare in meglio un Paese che ne ha certamente molto bisogno.
Sono queste piccole ma allo stesso enormi soddisfazioni che mi fanno pensare di vivere una vita giusta, in questo mondo che a volte mi sembra vada alla deriva.
martedì 2 maggio 2017
venerdì 7 aprile 2017
L'antichità nell'Ovest Veronese: 8) I Romani
Nella primavera dell'anno 67 (esattamente 1950 anni fa) il territorio veronese era ormai romanizzato da tempo. I Paleoveneti, da sempre in relazioni amicali con Roma, si erano lasciati assorbire col tempo e gradualmente dall'espansionismo romano, senza perdere la loro identità culturale, ancora viva nel primo secolo dopo Cristo. Roma stava mettendo in atto una vera e propria "globalizzazione", espandendosi nel Mediterraneo. Ma i popoli occupati mantenevano comunque le loro vecchie tradizioni, quando non andavano contro gli interessi di Roma ovviamente.
Verona, grazie alla sua posizione geografica, si era arricchita molto e già all'epoca di Giulio Cesare i suoi abitanti avevano richiesto e ottenuto la cittadinanza romana. In quest'anno 67, mentre l'imperatore Nerone regnava a Roma, Verona viveva il periodo più splendido della sua storia antica. La nuovissima Arena, costruita di recente, dava mostra di sé fuori delle mura, mentre dal lato opposto della città c'erano le terme e il teatro, presso l'ansa dell'Adige. La Via Gallica, la cui costruzione era stata ultimata non molti anni prima, usciva da Verona verso ovest, e ricalcava il percorso dell'attuale strada regionale 11 Padana Superiore (ex strada statale 11). Attraversava quindi la parte meridionale dell'attuale territorio comunale bussolenghese (proprio come oggi la SR11) in direzione Arilica (attuale Peschiera del Garda).
Non a caso nella parte meridionale del territorio comunale di Bussolengo sono stati trovati anche reperti romani. Nella stessa antica pieve di San Salvar (VIII-IX secolo) sono tuttora visibili antiche stele romane, probabilmente utilizzate durante l'edificazione della chiesa prelevandole da ville romane di campagna costruite presso la Via Gallica. Nel I secolo dopo Cristo, dopo la costruzione della Via Gallica e l'enorme sviluppo della Verona romana, è infatti probabile che nella campagna bussolenghese sorgessero qua e là residenze rurali. Per essere chiari, va detto che gli abitanti delle nostre zone altro non erano che i discendenti di paleoveneti, cenomani, euganei, reti, etruschi, e di tutte queste genti mischiate tra loro, soprattutto in questa zona del Garda meridionale, al confine tra diverse regioni culturali. Nel corso di quasi una decina di generazioni, questa gente aveva assorbito il modo di vivere romanizzato senza troppe difficoltà, ma questo non vuol dire che gli abitanti di qua fossero "romani di Roma" (tranne qualche funzionario incaricato dall'imperatore di amministrare Verona, forse).
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| Verona nel 67 d.C. |
Non a caso nella parte meridionale del territorio comunale di Bussolengo sono stati trovati anche reperti romani. Nella stessa antica pieve di San Salvar (VIII-IX secolo) sono tuttora visibili antiche stele romane, probabilmente utilizzate durante l'edificazione della chiesa prelevandole da ville romane di campagna costruite presso la Via Gallica. Nel I secolo dopo Cristo, dopo la costruzione della Via Gallica e l'enorme sviluppo della Verona romana, è infatti probabile che nella campagna bussolenghese sorgessero qua e là residenze rurali. Per essere chiari, va detto che gli abitanti delle nostre zone altro non erano che i discendenti di paleoveneti, cenomani, euganei, reti, etruschi, e di tutte queste genti mischiate tra loro, soprattutto in questa zona del Garda meridionale, al confine tra diverse regioni culturali. Nel corso di quasi una decina di generazioni, questa gente aveva assorbito il modo di vivere romanizzato senza troppe difficoltà, ma questo non vuol dire che gli abitanti di qua fossero "romani di Roma" (tranne qualche funzionario incaricato dall'imperatore di amministrare Verona, forse).
Inoltre, secondo alcuni ricercatori, presso l'attuale chiesa di San Valentino, quindi dove oggi sorge il nucleo abitato antico di Bussolengo, in epoca romana esisteva un crocicchio con molto probabilmente un'edicola votiva dedicata alle divinità dei Lares Compitales, protettori appunto dei crocicchi stradali percorsi dai viaggiatori. Passava per di lì infatti una via percorsa dai legionari, che provenendo dalla Pianura Padana (ricalcando il tracciato dell'attuale Via Molinara, che non a caso proviene in linea retta fin da Villafranca di Verona) proseguiva oltrepassando l'Adige per addentrarsi nella Val d'Adige. E se esisteva un crocicchio, significa che quella strada si incrociava con un'altra via: guardando alla topografia delle strade principali che ci sono oggi sul territorio bussolenghese, si può verosimilmente assumere che l'altra via minore ricalcasse grosso modo il tracciato dell'attuale Via Gardesana che, provenendo da Verona, passava a quel tempo attraverso l'attuale centro storico di Bussolengo (come avveniva prima della costruzione della moderna Gardesana) per proseguire in direzione di Lazise, come oggi. Dopotutto queste vie "minori" erano tracciati che esistevano ancora prima dell'epoca romana, basti pensare che sui monti di Bussolengo esistevano villaggi ancora secoli prima dell'avvento di Roma. C'era un senso se quelle vie passavano di lì, collegavano i vari villaggi, quindi non c'è da stupirsi se alcune strade che esistono ancora oggi ricalcano quegli antichi sentieri. Anzi, è possibile ipotizzare che le prime case del futuro borgo di Bussolengo avrebbero cominciato a sorgere proprio sviluppandosi attorno a quel crocicchio di Lares Compitales che nel medioevo, ormai decaduto e in abbandono, sarebbe stato sostituito da una chiesa cristiana, la chiesa di San Valentino.
Durante l'epoca neroniana tutta la campagna attorno a Verona doveva essere usata come territorio di coltivazione per fornire di cibo una popolazione urbana in espansione (oltre i 25.000 abitanti nella sola città). La Valpolicella era molto rinomata già allora per le sue coltivazioni vinicole, oltre che come luogo di villeggiatura per ricchi, e il fiume Adige veniva utilizzato per il trasporto dei prodotti. Perfino un acquedotto partiva vicino alla attuale Parona, pochissimi chilometri a est dei confini bussolenghesi orientali, per rifornire Verona dell'acqua dell'Adige. Quindi la nostra zona, tra la ricca Verona e la rinomata Valpolicella, era molto romanizzata, e situata lungo l'importantissima via di transito ovest-est della Via Gallica, e la via minore (ma non di minor importanza) con direttrice sud-nord che passava dalla zona di Bussolengo in direzione della Val d'Adige, andando a collegarsi con la Via Claudia Augusta verso Trento (Tridentum).
Durante l'epoca neroniana tutta la campagna attorno a Verona doveva essere usata come territorio di coltivazione per fornire di cibo una popolazione urbana in espansione (oltre i 25.000 abitanti nella sola città). La Valpolicella era molto rinomata già allora per le sue coltivazioni vinicole, oltre che come luogo di villeggiatura per ricchi, e il fiume Adige veniva utilizzato per il trasporto dei prodotti. Perfino un acquedotto partiva vicino alla attuale Parona, pochissimi chilometri a est dei confini bussolenghesi orientali, per rifornire Verona dell'acqua dell'Adige. Quindi la nostra zona, tra la ricca Verona e la rinomata Valpolicella, era molto romanizzata, e situata lungo l'importantissima via di transito ovest-est della Via Gallica, e la via minore (ma non di minor importanza) con direttrice sud-nord che passava dalla zona di Bussolengo in direzione della Val d'Adige, andando a collegarsi con la Via Claudia Augusta verso Trento (Tridentum).
venerdì 21 ottobre 2016
L'antichità nell'Ovest Veronese: 7) Autunno 350 a.C.
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| Una tribù celtica sul piede di guerra |
Siamo nell'autunno dell’anno 350 a.C. È un autunno particolarmente rigido e piovoso. È passato poco più di un secolo dalla nostra ultima corrispondenza, e la situazione è piuttosto cambiata: genti celtiche frequentano e abitano l'area del Garda e il circondario. Sono della tribù dei Cenomani e sono arrivati da qualche decina d’anni, quando una nuova ondata migratoria celtica si è riversata nella Pianura Padana da ovest. Già da secoli popolazioni di origine celtica vivevano nella Pianura Padana centrale e occidentale, ma avevano pochi contatti con i Paleoveneti: i loro scambi commerciali avvenivano principalmente tra i valichi delle Alpi occidentali e la bassa pianura abitata dagli Etruschi. Ma qualche decennio fa, appunto, nuove migrazioni hanno sconvolto la situazione: le nuove popolazioni, spinte da un periodo freddissimo nel nord Europa che ha gelato raccolti e reso più difficile vivere oltre le Alpi, sono arrivate in Italia “affamate” di terra, di benessere, insomma sono arrivate con un’aggressività che la nostra pacifica Pianura Padana non conosceva più da molto tempo. Una tribù, addirittura, circa quarant’anni fa ha invaso il cuore dell’Etruria. Gli Etruschi hanno chiesto aiuto a Roma, che da qualche tempo è la più forte tra le città del Lazio, ma quando l’esercito romano è intervenuto è stato sonoramente battuto, e i celti sono scesi fin giù a Roma, saccheggiandola, salvo poi abbandonarla per tornare verso nord. I Romani li chiamano Galli, perché a detta loro vengono dalla Gallia.
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| Un abitato celtico di confine |
Comunque, in questo periodo
turbolento, noi siamo stati fortunati: tra le popolazioni celtiche di recente
immigrazione, l'unica tribù che si è spinta fin qui a est è quella dei Cenomani,
che è tra le più pacifiche. I Cenomani non hanno attaccato i Veneti (anche
perché probabilmente i Veneti li avrebbero sconfitti), hanno semplicemente
occupato un’area geografica di confine, stanziandosi in un piccolo abitato su
un altura che chiamano Briks (Brescia) e poi popolando i territori circostanti, dal basso lago fin qui nel Veronese. E pensare che,
secondo alcuni, i primissimi paleoveneti, quando erano ancora una popolazione
povera e di recente immigrazione, vivevano proprio qui tra l’Adige e il Garda,
mentre ormai già da secoli questo territorio è zona di confine per i
Paleoveneti. Per questo non ci sono stati veri e propri scontri quando alcune
genti cenomane sono venute ad abitare qua in zona.
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| Una famiglia di celti cenomani in buoni rapporti con le popolazioni paleovenete del luogo |
Qua nel Veronese infatti i
Cenomani si sono integrati gradualmente, attraverso matrimoni e l’accettazione
della cultura veneta preesistente. Va detto che, pur parlando una lingua
diversa, gli usi e costumi dei Cenomani non sono poi così diversi da quelli dei
Paleoveneti. Un’innovazione molto utile che i celti hanno portato è il carro
agricolo: probabilmente i primi paleoveneti a utilizzarlo sono stati proprio
quelli delle nostre zone. Una piccola differenza nella “moda” dei due popoli è
che mentre gli uomini paleoveneti si radono i capelli, i celti se li lasciano
crescere.
Probabilmente proprio in questi
anni, grazie proprio all’immigrazione di famiglie cenomane, il territorio
bussolenghese conosce nuovamente un popolamento. Ricomincia così a formarsi un
sostrato socio-culturale sul nostro territorio, dopo essere stato per secoli
territorio di confine probabilmente non abitato stabilmente. Questo nuovo
sostrato è una graduale ma intensa integrazione tra la cultura veneta e quella
celtica. Ed è proprio questa cultura che troveranno i Romani tra 150 anni,
quando arriveranno qui.
giovedì 20 ottobre 2016
L'antichità nell'Ovest Veronese: 6) Anno 485 a.C. (2500 anni fa)
Esattamente 2500 anni fa la
Pianura Padana era una tranquilla regione d’Europa in cui vivevano differenti
popolazioni ognuna con propri usi e costumi. Come ho già raccontato nei precedenti post, il popolamento della Pianura
Padana ha origini antichissime: essendo una regione ampia e pianeggiante, era
uno dei primi territori europei attraversati addirittura fin dalle epoche dei
primi ominidi provenienti dall’Africa, più di un milione di anni fa, e poi in
tutte le epoche successive, da altre specie di ominidi, fino alla nostra
specie, l’uomo moderno, che arrivò qui nelle nostre zone almeno a partire da
45.000 anni fa. Durante le epoche glaciali, il livello del Mare Adriatico era
molto, molto più basso. La costa non era presso l’attuale Venezia, ma presso
l’attuale Ancona o ancora più in giù: da lì in su era tutta pianura abitabile.
Comunque, torniamo a noi. Nell’anno
485 avanti Cristo, cioè esattamente 2500 anni fa, il villaggio preistorico di Bussolengo non esiste più già da molto tempo, pur essendo stato abitato
in passato per oltre un migliaio d’anni (anche se con alcuni periodi intermedi
di abbandono). Perché, quindi, è stato definitivamente abbandonato e
dimenticato? Ho già accennato a una spiegazione nella conclusione dell’ultima
corrispondenza, ma vale la pena tornarci su. Fu l’intensificarsi dei commerci e
di un certo relativo benessere, già dai primi secoli del I millennio a.C., a
rendere ormai inutile rimanere arroccati in piccoli villaggi contadini sulle
creste collinari, che non potevano più ospitare comunità via via più grandi e
diversificate. Crescevano nuovi villaggi più popolosi, il più vicino era Verona,
e la gente preferiva andare a vivere in quei centri dove la vita era più
agevole. In epoche lontane la Valpolicella
era già stata sede di villaggi e di
commerci, ma mai prima d’ora era successo uno sviluppo simile. In sostanza, era
la fine della preistoria e l’inizio della cosiddetta protostoria, cioè la prima
fase della storia, in cui le notizie scritte su un determinato popolo non sono
giunte fino a noi da quello stesso popolo, ma comunque notizie scritte su di
lui ci sono giunte da altri popoli più o meno a esso contemporanei. Ma cos’è
che produsse questi nuovi commerci e benessere mai visti prima, e l’inizio del
periodo (proto)storico nelle nostre zone? Beh, sostanzialmente fu l’arrivo di
una nuova popolazione proveniente forse dall’Europa centro-orientale: i Veneti,
o Paleoveneti. Proprio intorno agli anni in cui è ambientata questa corrispondenza, nasce lo storico greco Erodoto, che sarà il primo a parlare dei Veneti (Enetoi in greco antico) per la prima
volta in un’opera storico-etnografica, e non associati a storie mitiche. Di
scritte in antico venetico ne sono giunte fino a noi circa 400, frammentarie,
soprattutto su oggetti votivi o steli funerarie, ma si è riusciti a tradurre
molto poco. Eppure è proprio un’iscrizione in antico venetico che riporta il
termine venetkens.
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| Dalle ricerche archeologiche (e letterarie) pare che gli uomini paleoveneti usassero radersi i capelli a zero |
Siamo quindi nel 485
a.C. I Veneti, stanziatisi nella Pianura Padana orientale già da
qualche secolo, stanno vivendo la loro epoca più florida. Qui sull’Adige e
nella zona del Garda siamo verso i confini dell’area veneta, ma i paesi e villaggi
paleoveneti sono benestanti anche qua, perché si trovano sulle vie di transito
la cui importanza ormai ben conosciamo (all’incrocio delle direttive est-ovest
e nord-sud, presso il lago di Garda, all’imbocco della val d’Adige), e inoltre
Verona è ormai un centro paleoveneto di una qualche importanza. I
Veneti in fondo hanno ripreso i commerci che già esistevano prima di loro, che
fanno della nostra pianura, in quest’epoca, un crocevia importante tra il Mar
Baltico del nord e il Mediterraneo (l’antica Grecia è già da secoli culla di
commerci e cultura, e sta per entrare, è questione di qualche anno, nella
stupenda età classica greca). Le popolazioni che abitavano la regione prima
dell’arrivo dei Veneti, cioè gli Euganei e i Reti, sono decadute ma non si sono
estinte: popolazioni euganee, ancora in questo anno 485 a.C., si
possono trovare in villaggi sui rilievi collinari della Valpolicella, e i Reti
hanno semplicemente arretrato i loro territori di predominio sulle Alpi e
Prealpi. Il territorio dell'ovest veronese, a questo punto della storia già lo
indovinerete, era in passato luogo frequentato sia da genti retiche (i Reti un
tempo abitavano stabilmente la Valpolicella), sia euganee (il nome Euganei è stato
appioppato loro dai Paleoveneti, ma in realtà gli Euganei altro non erano che
le varie popolazioni di pianura, dal Veneto orientale al Garda). Gli Arusnati,
poi, erano una popolazione che abitava la Valpolicella, probabilmente di
cultura retico/etrusca: le origini di Reti ed Etruschi sono molto più connesse
tra loro di ciò che si pensava in passato!
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| I Paleoveneti erano famosi per i loro bellissimi cavalli |
I centri principali paleoveneti
(qui da noi Verona, ma centri più importanti sono Este e Padova, a est) sono
praticamente città-stato con territori ben definiti e dominati da
un’aristocrazia. Se Verona comincia ad assumere le connotazioni di una piccola
cittadina, con case dalla base in pietra, è probabilmente merito della civiltà
paleoveneta. Qui da noi le aree collinari, come quelle montane, sono
organizzate in distretti di tipo “cantonale”, ma ricordiamoci che l’area del
Garda rimane anche in quest’epoca un territorio importante e ben sviluppato,
anche se di confine.
E il territorio bussolenghese? È
abitato nel 485 a.C.? Non abbiamo alcuna prova. La civiltà paleoveneta è una
civiltà proto-urbana, cioè che concentra la popolazione principalmente in
centri popolosi. Che ci sia qualche abitazione sparsa (o un
villaggio) oppure no, questa zona è comunque parte integrante del mondo
paleoveneto, con le sue peculiarità che lo distinguono da tutte le altre
culture non solo della Pianura Padana, ma di tutta l’Italia protostorica: una
società dedita al commercio con popolazioni vicine e lontane, permeata di forti
credenze religiose, che produce espressioni artistiche di rilievo, armature e
vestiti originali, produzioni bronzee e fittili, agricoltura e allevamenti di
bestiame e soprattutto di cavalli, per i quali questo popolo sarà famoso ai
tempi degli antichi Romani. La società paleoveneta inoltre è basata sulla
parità dei sessi, a differenza della maggior parte delle comunità dell’Italia
protostorica, che sono patriarcali.
Va detto inoltre che i Veneti
hanno uno scambio di reciproche influenze, non solo commerciali ma anche
culturali, con gli Etruschi, che in quest’epoca abitano anche la Pianura
Padana: la vicina Mantova era popolata di abitati etruschi, quindi anche nelle nostre zone, oltre alla presenza di Reti, Euganei, Veneti, va sicuramente aggiunta anche
la frequentazione etrusca. Per dire quanto siano in
comunicazione tra loro questi popoli, basti pensare che le iscrizioni retiche
dell’area prealpina e alpina sono dal punto di vista linguistico di derivazione
etrusca! L’attrezzo a forma di spiedo ritrovato a Ca’ di Capri (nel 1672),
verso il confine sud del territorio comunale di Bussolengo, porta incisa un’iscrizione
retica. Ca’ di Capri si trova proprio lungo la direttiva viaria che da Verona
conduce al lago di Garda meridionale. Questo ritrovamento conferma che il nostro
territorio, nel V secolo a.C., è più che mai luogo di passaggio e crocevia
delle principali culture dell’area padana e prealpina.
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mercoledì 19 ottobre 2016
L'antichità nell'Ovest Veronese: 5) Il villaggio preistorico di Bussolengo (4000 anni fa)
In questa quinta tappa andremo a visitare il villaggio preistorico di Bussolengo, situato presso l’attuale località Gatto, su quei rilievi collinari detti "Ale" che degradano verso l’Adige a nord-ovest del territorio comunale bussolenghese: sono colline formate dal terreno trasportato dagli antichi ghiacciai, come abbiamo visto nel nostro viaggio precedente. Negli anni ’30 del secolo scorso queste colline vennero tagliate dai lavori di una “grande opera” (come si direbbe oggi) costruita durante il periodo fascista: il Canale Biffis. Durante i lavori, che distrussero la parte centrale del sito archeologico, vennero ritrovati alcuni reperti che vennero recapitati al Museo Civico di Storia Naturale di Verona. Ma il sito rimase abbandonato nel disinteresse generale fino a quando negli anni ’90 finalmente il nucleo operativo di Verona della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto condusse due campagne di scavo, che per la prima volta portarono alla luce almeno ciò che rimaneva dei resti del villaggio.
Prima di catapultarci nel villaggio di località Gatto, dobbiamo però spiegare cosa è successo durante i quasi 150.000 anni trascorsi dopo il nostro ultimo viaggio, quando ci eravamo lasciati alle prese con la glaciazione di Riss. Tra i due post precedenti (quello tra le foreste dell’Homo heidelbergensis e quello della glaciazione ) erano intercorsi ben 350.000 anni: una vastità di tempo che, misurandolo con la nostra storia umana, non riusciamo nemmeno a concepire. Eppure durante quel tempo (per noi infinito) l’evoluzione umana aveva visto pochi cambiamenti: c'era stata un'evoluzione, cognitiva e nel modo di vivere, ma abbastanza modesta.
Prima di catapultarci nel villaggio di località Gatto, dobbiamo però spiegare cosa è successo durante i quasi 150.000 anni trascorsi dopo il nostro ultimo viaggio, quando ci eravamo lasciati alle prese con la glaciazione di Riss. Tra i due post precedenti (quello tra le foreste dell’Homo heidelbergensis e quello della glaciazione ) erano intercorsi ben 350.000 anni: una vastità di tempo che, misurandolo con la nostra storia umana, non riusciamo nemmeno a concepire. Eppure durante quel tempo (per noi infinito) l’evoluzione umana aveva visto pochi cambiamenti: c'era stata un'evoluzione, cognitiva e nel modo di vivere, ma abbastanza modesta.
La cosa più ragguardevole fu, secondo alcune teorie, l'evoluzione dell'Homo heidelbergensis in Homo neanderthalensis.
Gli uomini di Neanderthal, come vengono comunemente chiamati, si evolsero per adattarsi a un'Europa più fredda, come abbiamo visto nel precedente post, ma il loro stile di vita rimase invariato, per quanto ne sappiamo, per decine di migliaia di anni.
Poi, oltre 40.000 anni fa, successe qualcosa di rivoluzionario. Una nuova specie, in diverse ondate, emigrò in Europa: era la nostra specie, l'Homo sapiens. Questa specie portava con sé un'evoluzione cognitiva decisamente superiore a quella dei Neanderthal. Era evidente il solco che separava questa rivoluzionaria specie dagli altri ominidi rimasti nel mondo. Nel corso di poche decine di migliaia d’anni le altre specie di ominidi andavano verso l’estinzione, lentamente ma inesorabilmente. Forse, anche se non ci sono prove a riguardo, il principale motivo fu che la superiorità tecnologica e di organizzazione sociale della nostra specie, e la mancanza di integrazione tra le diverse specie di ominidi, fecero sì che l'Homo sapiens si accaparrasse le principali risorse naturali per la sopravvivenza, marginalizzando le altre specie fino a indurle a estinguersi nel giro di qualche decina di migliaia di anni (che a noi sembra comunque un tempo infinito, basti pensare: esisterà ancora l'uomo tra 10mila o 20mila anni nel futuro?). Essendo specie diverse, di norma un'unione sessuale interspecie dava origine a progenie non fertile. Eppure alcune recenti ricerche sostengono che le attuali popolazioni del sudest asiatico hanno in certe regioni fino al 5-6% di DNA in comune con l'antica specie di Homo denisoviano, mentre alcune popolazioni in Medio Oriente ed Europa avrebbero tra l'1 e il 4% di DNA in comune con gli antichi Neanderthal. Ciò significa che ci furono casi sporadici e "fortunati" in cui delle unioni sessuali tra Sapiens e Neanderthal o Denisoviani diedero origine a figli fertili, ma furono casi rari e isolati.
L’Homo sapiens decine di migliaia di anni fa, mentre direttamente o indirettamente costringeva le altre specie di ominidi alla marginalità dalla scena della Storia, seppe invece adattarsi a tutti i cambiamenti di climi, ambienti e situazioni, e anzi il suo adattamento divenne la sua forza: ora era in grado di dominare e colonizzare l’ambiente circostante, viaggiando ed emigrando in tutti i continenti. Nacquero aggregazioni sociali sempre più organizzate, che già almeno 40.000 anni fa, per esempio, producevano opere di pittura , musica e scultura di grande rilievo. A quell’epoca la Lessinia e la Valpolicella costituivano probabilmente una delle regioni più densamente popolate in Europa: al vecchio sito di Quinzano, che rimaneva abitato, si erano aggiunti altri piccoli centri e villaggi, tra cui quello della Grotta di Fumane era uno dei più fiorenti e oggi è considerato tra i siti preistorici più importanti in Europa. Ovviamente una tale densità abitativa portò con sé confronti sociali tra i villaggi e commercio. Insomma il nostro territorio è stato, nel suo piccolo, una fertile culla di civiltà fin da epoche remotissime.
Per dare un'idea del rapido successo della nostra specie, basti pensare che alla vigilia del neolitico, cioè intorno a 15.000 anni fa, mentre tutte le altre specie di ominidi si erano ormai estinte, si stima che la popolazione umana, diffusasi in tutto il mondo, fosse già tra i 5 e gli 8 milioni. Sorgono sospetti su come mai a una tale espansione della nostra specie corrispose la graduale estinzione di tutti i nostri "cugini" delle altre specie del genere Homo. Ma questo non è il luogo dove occuparsi di ciò. Poi avvenne la “rivoluzione neolitica”: la diffusione dell’allevamento e dell’agricoltura permise la nascita di innumerevoli culture regionali un po’ ovunque, che grazie ai commerci si trasferivano il sapere e le scoperte, anche a lunghe distanze. Fu come un effetto domino che accelerò in modo esponenziale il percorso dell’evoluzione umana. In alcune regioni si formarono società organizzate in modo tale da far nascere vere città, con i loro governanti, e poi veri e propri regni, come in Mesopotamia e in Antico Egitto.
Ma mentre il Vicino Oriente assisteva praticamente al nascere della storia umana, con l’uso della scrittura, guerre, conquiste, opere letterarie e costruzioni faraoniche come le Piramidi (faraoniche proprio nel senso letterale: edificate dai faraoni dell’Antico Egitto!), qui da noi, ancora intorno a 4000 anni fa, si era rimasti con i ritmi di vita della fase finale della preistoria, anche se alcune innovazioni, come l’uso di strumenti in bronzo, giunsero fin qui. Fu in questo periodo che venne a formarsi il villaggio di località Gatto.
Viaggiamo quindi nel tempo fino a esattamente 4000 anni fa: cioè nell’anno 1985 avanti Cristo, quando il nostro villaggio, almeno secondo le ricostruzioni archeologiche, doveva esistere già da un paio di secoli.
A quel tempo tutto il territorio bussolenghese era cosparso di foreste, e sarebbe rimasto tale ancora per molti secoli a venire. Ci ritroviamo quindi in mezzo a una fitta foresta di latifoglie, proprio nel luogo dove oggi c’è il centro della cittadina di Bussolengo. Avanziamo un po’ a caso tra alberi, cespugli e rovi, senza avere una benché minima visuale di dove stiamo andando. Sui rami alti si sentono cinguettare molte specie di uccelli, e ogni tanto si sente qualche rumore tra le frasche, non lontano: qualche animale che, al nostro avanzare, cerca rifugio. Speriamo solo di non imbatterci in qualche cinghiale.
Ma dopo pochi minuti ci troviamo invece a tu per tu con un essere umano! Un cacciatore evidentemente, vestito di un indumento in pelle grezza, con calzari anch’essi in pelle fissati con dei lacci. Ha un piccolo arco a tracolla, e lance dalla punta in selce molto affilata. Anche lui sembra abbastanaza sbalordito, anche perché, nel nostro tentativo di vestirci in modo “preistorico”, indossiamo solo una specie di saio in tela grezza e calzature in cuoio grezzo ma ben cucito a macchina. Chissà che impressione gli faremo e chi si penserà di avere davanti. Dopo qualche minuto di imbarazzo e di tentativi di comunicare a gesti, deve rendersi conto che forse cerchiamo il villaggio, e con aria di forte disappunto, non riuscendo a capirci reciprocamente, ci fa cenno di seguirlo: dobbiamo avere interrotto la sua preziosa mattinata di caccia.
La nostra “guida” prosegue silenziosa e con passo svelto e sicuro, seguendo un sentiero che noi non sapremmo riconoscere. A un certo punto la foresta finisce, ma ci accorgiamo che è perché è stata disboscata: dobbiamo essere vicini. Il sentiero “invisibile” ora diventa poco a poco un viottolo e poi una stradina sempre più grande, che a un certo punto ne incrocia un’altra ancora più battuta: quest’ultima deve essere senz’altro una via percorsa dai commercianti, magari in direzione del Lago di Garda o della Valpolicella, zone densamente popolate all’epoca e luoghi di smistamento di diversi prodotti (come la selce dei Lessini, richiesta anche da regioni lontane fin da tempi antichissimi).
Oltrepassato infine l’ultimo boschetto, rimaniamo a bocca aperta: si tratta di un piccolo villaggio fortificato. Le case (o meglio, capanne in legno, argilla e frasche) sono costruite all’interno di un canalone che dalle colline moreniche degrada verso l’Adige, che scorre qualche decina di metri più in giù e che proprio qui sotto forma un’ampia ansa che genera un comodo guado. Ai bordi del fossato in cui si trova il villaggio è innalzata una resistente palizzata, che lo racchiude dai pericoli esterni. Da qui si sorveglia dall’alto il corso dell’Adige, cioè della principale via di commercio dell’epoca in questa regione. Mentre ci avviciniamo al villaggio, ancora fuori della palizzata, notiamo capre al pascolo, sorvegliate a vista da bambini pastori, e anche qualche appezzamento coltivato: spighe di grano.
Inoltre poco lontano, verso l’attuale Pastrengo, scorgiamo una colonna di fumo, che molto probabilmente si alza da qualche altro villaggio: evidentemente su queste colline c’è una rete di villaggi in comunicazione tra loro, che sfruttano queste zone come postazioni sicure, in vista sull’Adige e situate sul percorso che collega la Valpolicella con il Lago di Garda. Secondo l'archeologo Umberto Tecchiati questi villaggi, trovandosi in una regione di passaggio tra aree culturali diverse, dovevano avere caratteristiche miste appartenenti a diverse tipologie di villaggi preistorici: i villaggi palafitticoli del Garda, quelli fortificati del Trentino, e quelli della bassa pianura (i quali in seguito avrebbero dato vita alla cultura delle terramare). Insomma, già da allora questo territorio cominciava a essere una zona "di cerniera" tra culture regionali confinanti.
Nel frattempo il cacciatore, sempre muto, ci precede facendoci entrare nel villaggio. Gli abitanti, che erano intenti nei loro lavori, come la macellazione di animali e la macinatura di granaglie, si fermano guardando l’arrivo di questi strani individui. Stimiamo che il villaggio, con meno di dieci capanne, abbia alcune decine di abitanti e una buona parte sono bambini o ragazzi. I figli sono numerosi e l’età media degli abitanti ci sembra molto giovane. Probabilmente il passaggio di qualche commerciante estraneo non è una novità, ma dai loro sguardi capiamo che noi siamo percepiti come “strani”: sarà perché siamo condotti al villaggio da un loro membro che ha dovuto interrompere la sua caccia, o per come siamo vestiti: la maggior parte di loro è a torso nudo, o indossa pelle di animale conciata e consumata. L’impressione è quella di un piccolo villaggio abbastanza povero, molto contadino. Inoltre l’odore non è proprio piacevole: ci dev’essere un allevamento di maiali laggiù in fondo. Ma il terreno di calpestio è in terra talmente battuta e compatta da sembrare quasi un pavimento. Questo, ci sembra, garantisce un minimo di pulizia all’interno del villaggio.
Veniamo condotti davanti a una capanna un po’ più grande delle altre, dove un uomo brizzolato e pieno di rughe (che però potrebbe non avere più di 40 anni) ci squadra incuriosito. Il cacciatore gli parla brevemente, in un linguaggio così incomprensibile da non ricordarci nessun appiglio con alcuna lingua, moderna o antica. Il “vecchio” brizzolato, che probabilmente è il capo villaggio, si rivolge a noi e dà subito mostra di saperci fare con il linguaggio mimico e dei segni: evidentemente gli sarà capitato frequentemente di dover parlare con gente venuta da fuori che parla un altro linguaggio. Noi facciamo molta più fatica cercando di spiegare che siamo solo dei viandanti di passaggio, ma alla fine lui sembra capirci. Veniamo così invitati a fermarci a cenare al villaggio, come ospiti di riguardo.
Al centro del villaggio c’è un focolare, che viene acceso e alimentato con rami portati dalla foresta. Sul fuoco viene messa ad arrostire della carne, alcuna cacciata in giornata, altra di maiale dall’allevamento. Il sole è ancora in cielo quando tutti sono già seduti attorno al focolare, accovacciati su panni di pelle messi per terra. Gli sguardi di questa gente, vivaci, attenti, curiosi di ogni nostro minimo movimento, smentiscono ogni stereotipo sulla “ottusità” dell’uomo “primitivo”. Questi uomini, donne e ragazzi non sono affatto primitivi, sembrano molto più svegli e in gamba di tanti umani d’oggi, spesso impalati davanti al computer o alla televisione. La carne è molto buona, si vede che è naturale e senza conservanti! In compenso la verdura, una specie di insalata, mi è sembrata amara, ma almeno so che non è inquinata! Mentre i bambini si allontanano a giocare schiamazzando, diversi adulti (quasi tutti di giovane età) cercano di capire da dove veniamo e dove andiamo… Per fortuna il fatto di esprimerci a gesti ci permette di non inventare strane storie, e così facciamo finta di non essere in grado di spiegarci bene. Probabilmente credono che veniamo da molto lontano, non avendo mai visto tipi così. Per la notte veniamo fatti alloggiare nella capanna del capo villaggio. Solo un telo separa l’angolo del nostro giaciglio dal resto della capanna, abitata dalla sua famiglia, in una promiscuità a cui oggigiorno non siamo più abituati.
Ma la semplicità contadina di quella gente, e le loro attenzioni nei riguardi di ospiti estranei non ci sono sembrate molto diverse da altre simili realtà dei nostri tempi. Il fatto che noi li consideriamo “primitivi” è solo una conseguenza errata della comodità di classificare le epoche, dove quindi le
epoche precedenti all’invenzione della scrittura (o della scrittura come la intendiamo noi) sono state definite preistoria. Quel villaggio sulle Ale di Pol era certamente abitato da una comunità povera e di sussistenza, ma diverse migliaia di anni prima, in altre parti d’Italia e d’Europa, erano già esistite altre comunità che avevano fatto fiorire la cultura, le arti, il commercio, i culti religiosi, e poi magari erano decadute. Quindi già migliaia di anni fa nascevano “civiltà evolute” (addirittura pare che già da almeno 5000 anni prima di Cristo molti popoli europei avessero piena consapevolezza dei fenomeni astronomici!), che poi decadevano e si alternavano con “comunità di sussistenza” (qui un esempio tra tanti). Il fatto che non usassero la scrittura a cui noi siamo abituati (ma magari altre forme di pittografia) non significa che per certi aspetti non pensassero e agissero in modo “moderno” come noi.
Anche quel villaggio “preistorico” bussolenghese nel corso dei secoli vide periodi di popolamento alternati a periodi di decadenza o abbandono. Venne infine abbandonato per sempre soltanto quando le condizioni storiche furono mutate radicalmente, verso la prima metà del primo millennio avanti Cristo: si era allora in piena età del ferro , e la diffusione di quell’importante metallo, soprattutto in un centro già molto attivo com’era Verona (una delle città più antiche d’Italia, già dotata di case in pietra nel primo millennio a.C.), pose fine alle ultime comunità chiuse nel proprio guscio. Villaggi come quello di località Gatto scomparivano perché non aveva più senso arroccarsi in un villaggio fortificato per difendersi da fiere feroci che non esistevano più. Nuove popolazioni venute da fuori, ognuna con una propria cultura, stavano facendo fiorire i commerci come mai prima. Finivano quindi definitivamente gli ultimissimi residui isolati della preistoria.
* I contenuti di questo articolo non sono frutto di fantasia, ma sono elaborati prendendo a riferimento le scoperte archeologiche in seguito agli scavi effettuati dal nucleo operativo di Verona della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto.
Per dare un'idea del rapido successo della nostra specie, basti pensare che alla vigilia del neolitico, cioè intorno a 15.000 anni fa, mentre tutte le altre specie di ominidi si erano ormai estinte, si stima che la popolazione umana, diffusasi in tutto il mondo, fosse già tra i 5 e gli 8 milioni. Sorgono sospetti su come mai a una tale espansione della nostra specie corrispose la graduale estinzione di tutti i nostri "cugini" delle altre specie del genere Homo. Ma questo non è il luogo dove occuparsi di ciò. Poi avvenne la “rivoluzione neolitica”: la diffusione dell’allevamento e dell’agricoltura permise la nascita di innumerevoli culture regionali un po’ ovunque, che grazie ai commerci si trasferivano il sapere e le scoperte, anche a lunghe distanze. Fu come un effetto domino che accelerò in modo esponenziale il percorso dell’evoluzione umana. In alcune regioni si formarono società organizzate in modo tale da far nascere vere città, con i loro governanti, e poi veri e propri regni, come in Mesopotamia e in Antico Egitto.
Ma mentre il Vicino Oriente assisteva praticamente al nascere della storia umana, con l’uso della scrittura, guerre, conquiste, opere letterarie e costruzioni faraoniche come le Piramidi (faraoniche proprio nel senso letterale: edificate dai faraoni dell’Antico Egitto!), qui da noi, ancora intorno a 4000 anni fa, si era rimasti con i ritmi di vita della fase finale della preistoria, anche se alcune innovazioni, come l’uso di strumenti in bronzo, giunsero fin qui. Fu in questo periodo che venne a formarsi il villaggio di località Gatto.
Viaggiamo quindi nel tempo fino a esattamente 4000 anni fa: cioè nell’anno 1985 avanti Cristo, quando il nostro villaggio, almeno secondo le ricostruzioni archeologiche, doveva esistere già da un paio di secoli.
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| Ecco come forse poteva apparire un cacciatore veronese di quattromila anni fa |
Ma dopo pochi minuti ci troviamo invece a tu per tu con un essere umano! Un cacciatore evidentemente, vestito di un indumento in pelle grezza, con calzari anch’essi in pelle fissati con dei lacci. Ha un piccolo arco a tracolla, e lance dalla punta in selce molto affilata. Anche lui sembra abbastanaza sbalordito, anche perché, nel nostro tentativo di vestirci in modo “preistorico”, indossiamo solo una specie di saio in tela grezza e calzature in cuoio grezzo ma ben cucito a macchina. Chissà che impressione gli faremo e chi si penserà di avere davanti. Dopo qualche minuto di imbarazzo e di tentativi di comunicare a gesti, deve rendersi conto che forse cerchiamo il villaggio, e con aria di forte disappunto, non riuscendo a capirci reciprocamente, ci fa cenno di seguirlo: dobbiamo avere interrotto la sua preziosa mattinata di caccia.
La nostra “guida” prosegue silenziosa e con passo svelto e sicuro, seguendo un sentiero che noi non sapremmo riconoscere. A un certo punto la foresta finisce, ma ci accorgiamo che è perché è stata disboscata: dobbiamo essere vicini. Il sentiero “invisibile” ora diventa poco a poco un viottolo e poi una stradina sempre più grande, che a un certo punto ne incrocia un’altra ancora più battuta: quest’ultima deve essere senz’altro una via percorsa dai commercianti, magari in direzione del Lago di Garda o della Valpolicella, zone densamente popolate all’epoca e luoghi di smistamento di diversi prodotti (come la selce dei Lessini, richiesta anche da regioni lontane fin da tempi antichissimi).
Oltrepassato infine l’ultimo boschetto, rimaniamo a bocca aperta: si tratta di un piccolo villaggio fortificato. Le case (o meglio, capanne in legno, argilla e frasche) sono costruite all’interno di un canalone che dalle colline moreniche degrada verso l’Adige, che scorre qualche decina di metri più in giù e che proprio qui sotto forma un’ampia ansa che genera un comodo guado. Ai bordi del fossato in cui si trova il villaggio è innalzata una resistente palizzata, che lo racchiude dai pericoli esterni. Da qui si sorveglia dall’alto il corso dell’Adige, cioè della principale via di commercio dell’epoca in questa regione. Mentre ci avviciniamo al villaggio, ancora fuori della palizzata, notiamo capre al pascolo, sorvegliate a vista da bambini pastori, e anche qualche appezzamento coltivato: spighe di grano.
Inoltre poco lontano, verso l’attuale Pastrengo, scorgiamo una colonna di fumo, che molto probabilmente si alza da qualche altro villaggio: evidentemente su queste colline c’è una rete di villaggi in comunicazione tra loro, che sfruttano queste zone come postazioni sicure, in vista sull’Adige e situate sul percorso che collega la Valpolicella con il Lago di Garda. Secondo l'archeologo Umberto Tecchiati questi villaggi, trovandosi in una regione di passaggio tra aree culturali diverse, dovevano avere caratteristiche miste appartenenti a diverse tipologie di villaggi preistorici: i villaggi palafitticoli del Garda, quelli fortificati del Trentino, e quelli della bassa pianura (i quali in seguito avrebbero dato vita alla cultura delle terramare). Insomma, già da allora questo territorio cominciava a essere una zona "di cerniera" tra culture regionali confinanti.
Nel frattempo il cacciatore, sempre muto, ci precede facendoci entrare nel villaggio. Gli abitanti, che erano intenti nei loro lavori, come la macellazione di animali e la macinatura di granaglie, si fermano guardando l’arrivo di questi strani individui. Stimiamo che il villaggio, con meno di dieci capanne, abbia alcune decine di abitanti e una buona parte sono bambini o ragazzi. I figli sono numerosi e l’età media degli abitanti ci sembra molto giovane. Probabilmente il passaggio di qualche commerciante estraneo non è una novità, ma dai loro sguardi capiamo che noi siamo percepiti come “strani”: sarà perché siamo condotti al villaggio da un loro membro che ha dovuto interrompere la sua caccia, o per come siamo vestiti: la maggior parte di loro è a torso nudo, o indossa pelle di animale conciata e consumata. L’impressione è quella di un piccolo villaggio abbastanza povero, molto contadino. Inoltre l’odore non è proprio piacevole: ci dev’essere un allevamento di maiali laggiù in fondo. Ma il terreno di calpestio è in terra talmente battuta e compatta da sembrare quasi un pavimento. Questo, ci sembra, garantisce un minimo di pulizia all’interno del villaggio.
Veniamo condotti davanti a una capanna un po’ più grande delle altre, dove un uomo brizzolato e pieno di rughe (che però potrebbe non avere più di 40 anni) ci squadra incuriosito. Il cacciatore gli parla brevemente, in un linguaggio così incomprensibile da non ricordarci nessun appiglio con alcuna lingua, moderna o antica. Il “vecchio” brizzolato, che probabilmente è il capo villaggio, si rivolge a noi e dà subito mostra di saperci fare con il linguaggio mimico e dei segni: evidentemente gli sarà capitato frequentemente di dover parlare con gente venuta da fuori che parla un altro linguaggio. Noi facciamo molta più fatica cercando di spiegare che siamo solo dei viandanti di passaggio, ma alla fine lui sembra capirci. Veniamo così invitati a fermarci a cenare al villaggio, come ospiti di riguardo.
Al centro del villaggio c’è un focolare, che viene acceso e alimentato con rami portati dalla foresta. Sul fuoco viene messa ad arrostire della carne, alcuna cacciata in giornata, altra di maiale dall’allevamento. Il sole è ancora in cielo quando tutti sono già seduti attorno al focolare, accovacciati su panni di pelle messi per terra. Gli sguardi di questa gente, vivaci, attenti, curiosi di ogni nostro minimo movimento, smentiscono ogni stereotipo sulla “ottusità” dell’uomo “primitivo”. Questi uomini, donne e ragazzi non sono affatto primitivi, sembrano molto più svegli e in gamba di tanti umani d’oggi, spesso impalati davanti al computer o alla televisione. La carne è molto buona, si vede che è naturale e senza conservanti! In compenso la verdura, una specie di insalata, mi è sembrata amara, ma almeno so che non è inquinata! Mentre i bambini si allontanano a giocare schiamazzando, diversi adulti (quasi tutti di giovane età) cercano di capire da dove veniamo e dove andiamo… Per fortuna il fatto di esprimerci a gesti ci permette di non inventare strane storie, e così facciamo finta di non essere in grado di spiegarci bene. Probabilmente credono che veniamo da molto lontano, non avendo mai visto tipi così. Per la notte veniamo fatti alloggiare nella capanna del capo villaggio. Solo un telo separa l’angolo del nostro giaciglio dal resto della capanna, abitata dalla sua famiglia, in una promiscuità a cui oggigiorno non siamo più abituati.
Ma la semplicità contadina di quella gente, e le loro attenzioni nei riguardi di ospiti estranei non ci sono sembrate molto diverse da altre simili realtà dei nostri tempi. Il fatto che noi li consideriamo “primitivi” è solo una conseguenza errata della comodità di classificare le epoche, dove quindi le
epoche precedenti all’invenzione della scrittura (o della scrittura come la intendiamo noi) sono state definite preistoria. Quel villaggio sulle Ale di Pol era certamente abitato da una comunità povera e di sussistenza, ma diverse migliaia di anni prima, in altre parti d’Italia e d’Europa, erano già esistite altre comunità che avevano fatto fiorire la cultura, le arti, il commercio, i culti religiosi, e poi magari erano decadute. Quindi già migliaia di anni fa nascevano “civiltà evolute” (addirittura pare che già da almeno 5000 anni prima di Cristo molti popoli europei avessero piena consapevolezza dei fenomeni astronomici!), che poi decadevano e si alternavano con “comunità di sussistenza” (qui un esempio tra tanti). Il fatto che non usassero la scrittura a cui noi siamo abituati (ma magari altre forme di pittografia) non significa che per certi aspetti non pensassero e agissero in modo “moderno” come noi.
Anche quel villaggio “preistorico” bussolenghese nel corso dei secoli vide periodi di popolamento alternati a periodi di decadenza o abbandono. Venne infine abbandonato per sempre soltanto quando le condizioni storiche furono mutate radicalmente, verso la prima metà del primo millennio avanti Cristo: si era allora in piena età del ferro , e la diffusione di quell’importante metallo, soprattutto in un centro già molto attivo com’era Verona (una delle città più antiche d’Italia, già dotata di case in pietra nel primo millennio a.C.), pose fine alle ultime comunità chiuse nel proprio guscio. Villaggi come quello di località Gatto scomparivano perché non aveva più senso arroccarsi in un villaggio fortificato per difendersi da fiere feroci che non esistevano più. Nuove popolazioni venute da fuori, ognuna con una propria cultura, stavano facendo fiorire i commerci come mai prima. Finivano quindi definitivamente gli ultimissimi residui isolati della preistoria.
* I contenuti di questo articolo non sono frutto di fantasia, ma sono elaborati prendendo a riferimento le scoperte archeologiche in seguito agli scavi effettuati dal nucleo operativo di Verona della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto.
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martedì 18 ottobre 2016
L'antichità nell'Ovest Veronese: 4) La glaciazione di Riss (150mila anni fa)
Nel nostro peregrinare nella preistoria siamo giunti a 150mila anni fa, in piena glaciazione di Riss . Le grandi glaciazioni che in epoche preistoriche colpirono le nostre zone (come il resto del mondo) furono molte. Ma tra le più recenti, quella che almeno nella nostra regione raggiunse i picchi più duri sembra essere stata proprio la glaciazione di Riss.
A quell’epoca si era in pieno paleolitico (secondo le moderne suddivisioni della preistoria). Mentre in Africa, in regioni più calde (che in quel periodo dovevano avere un clima temperato), viveva già la nostra specie, l’Homo sapiens, che in seguito si sarebbe propagata per il mondo dando vita alla nostra storia umana, qui da noi il clima era letteralmente glaciale. C’è chi ritiene che diverse popolazioni di Homo heidelbergensis, che abbiamo incontrato nello scorso viaggio, proprio a causa di glaciazioni come queste si stessero lentamente disperdendo ed estinguendo, mentre altre, riuscendo a sopravvivere, si stessero evolvendo (nel corso di centinaia di migliaia di anni!) dando vita a nuove popolazioni, conosciute come Uomo di Neanderthal, che anche in questi periodi glaciali riuscivano a vivere nella fredda Europa. Pare che l’antichissimo sito preistorico di Quinzano, qui vicino, fosse abitato anche durante la glaciazione di Riss, sicuramente grazie al fatto di trovarsi in una ottima posizione, sulle pendici collinari più basse, esposte al sole durante tutto il giorno. Inoltre è ormai assodato che gli uomini di Neanderthal avevano già l'abilità di cucire vestiti in pelle, e calzari per proteggere anche i piedi dal suolo ghiacciato. Ma va detto che gli ominidi a queste latitudini riuscirono a sopravvivere alle glaciazioni probabilmente solo grazie alla loro capacità di padroneggiare l'uso del fuoco e dei focolari: fu grazie a questa abilità (unici a riuscirci tra tutti gli esseri viventi) che non solo sopravvissero a periodi difficili, ma posero le basi per un’evoluzione che nel giro di poche centinaia di migliaia d’anni (un tempo tutto sommato breve nell’arco dell’evoluzione in natura) sarebbe diventata travolgente, arrivando all’uomo moderno e a noi.
Ma torniamo alla dura realtà della glaciazione di Riss: l’impatto di trovarci immersi in quell’ambiente per noi sarebbe spaventoso. Il territorio dell'ovest veronese non doveva essere molto dissimile dall’attuale Groenlandia! Trovandoci lì in piena estate, sarebbe normale essere accolti da temperature vicine agli zero gradi! Il paesaggio era dominato a ovest da un imponente ghiacciaio, che provenendo dal bacino del Garda arrivava proprio fin qui, fino a occupare tutta la parte occidentale del territorio bussolenghese, per intenderci dove oggi ci sono le colline moreniche del Garda e i loro degradanti pendii verso la pianura. Infatti le colline moreniche altro non sono che terra e sassi trascinati dalle morene del ghiacciaio, cioè dalle lingue di ghiaccio che venivano a “morire” proprio qui dopo aver attraversato gli immensi ghiacciai delle Prealpi. Detto così è un conto, ma trovarsi di fronte a una montagna di ghiaccio enorme fa tutt’altro effetto, è come trovarsi improvvisamente in Antartide!
Se il ghiacciaio arrivava fino alle attuali colline, il resto del territorio era tundra gelata. Delle immense foreste che abbiamo visitato nel nostro viaggio precedente non c’era più nessuna traccia, anzi pare impossibile che in questo stesso luogo potessero essere mai esistite. Questo fu probabilmente il clima più inospitale che il nostro territorio veronese abbia mai visto. Nel periodo estivo, quando la morsa del gelo si allentava un po’, sarebbe stato possibile forse vedere branchi di renne e di mammut che pascolavano la flora tipica della tundra, cioè arbusti, licheni e muschi.
Però fu da quell’ambiente, per quanto inospitale, che nacque l’ambiente attuale che noi abitiamo: il ghiacciaio che occupava il bacino del Garda alla fine delle glaciazioni si sciolse e, grazie alla “diga” delle colline moreniche formate dal terreno spostato dal ghiacciaio, il ghiaccio sciolto invece di scivolare tutto via con i fiumi si accumulò nel bacino, formando il più grande lago d’Italia, il nostro bellissimo Lago di Garda.
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| Homo neanderthalensis |
Ma torniamo alla dura realtà della glaciazione di Riss: l’impatto di trovarci immersi in quell’ambiente per noi sarebbe spaventoso. Il territorio dell'ovest veronese non doveva essere molto dissimile dall’attuale Groenlandia! Trovandoci lì in piena estate, sarebbe normale essere accolti da temperature vicine agli zero gradi! Il paesaggio era dominato a ovest da un imponente ghiacciaio, che provenendo dal bacino del Garda arrivava proprio fin qui, fino a occupare tutta la parte occidentale del territorio bussolenghese, per intenderci dove oggi ci sono le colline moreniche del Garda e i loro degradanti pendii verso la pianura. Infatti le colline moreniche altro non sono che terra e sassi trascinati dalle morene del ghiacciaio, cioè dalle lingue di ghiaccio che venivano a “morire” proprio qui dopo aver attraversato gli immensi ghiacciai delle Prealpi. Detto così è un conto, ma trovarsi di fronte a una montagna di ghiaccio enorme fa tutt’altro effetto, è come trovarsi improvvisamente in Antartide!
Se il ghiacciaio arrivava fino alle attuali colline, il resto del territorio era tundra gelata. Delle immense foreste che abbiamo visitato nel nostro viaggio precedente non c’era più nessuna traccia, anzi pare impossibile che in questo stesso luogo potessero essere mai esistite. Questo fu probabilmente il clima più inospitale che il nostro territorio veronese abbia mai visto. Nel periodo estivo, quando la morsa del gelo si allentava un po’, sarebbe stato possibile forse vedere branchi di renne e di mammut che pascolavano la flora tipica della tundra, cioè arbusti, licheni e muschi.Però fu da quell’ambiente, per quanto inospitale, che nacque l’ambiente attuale che noi abitiamo: il ghiacciaio che occupava il bacino del Garda alla fine delle glaciazioni si sciolse e, grazie alla “diga” delle colline moreniche formate dal terreno spostato dal ghiacciaio, il ghiaccio sciolto invece di scivolare tutto via con i fiumi si accumulò nel bacino, formando il più grande lago d’Italia, il nostro bellissimo Lago di Garda.
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L'antichità nell'Ovest Veronese: 3) I primi ominidi (500mila anni fa)
In questo terzo viaggio nella preistoria veronese ci attende un incontro molto importante, quello con i primi ominidi stanziati in queste zone, già intorno al mezzo milione di anni fa: a Quinzano è attestato il più antico sito umano preistorico di tutto il Triveneto, risalente al paleolitico inferiore. È ovvio dedurre che quegli antichissimi abitanti pescassero nell’Adige e che facilmente arrivassero a cacciare anche qui nelle nostre zone, che distano pochissimi chilometri.
Va detto subito che la Pianura Padana, già più di un milione di anni fa, fu uno dei primissimi luoghi di immigrazione degli ominidi dall’Africa all’Europa, come testimoniano sempre nuove scoperte (per esempio il sito di San Lazzaro di Savena, verso Bologna, con resti risalenti appunto a oltre un milione di anni fa). Quindi è del tutto probabile che già in quelle epoche assai remote transitassero ominidi nelle nostre zone, dato che, come ormai è noto, ci troviamo in una posizione geografica di transito e oltretutto da sempre privilegiata per lo stanziamento umano, soprattutto qui, vicino alle colline prealpine, un luogo ottimale e di facile insediamento, preferito alla bassa e piatta pianura che in epoche lontane era meno ospitale e meno sicura, disseminata di foreste selvagge o di paludi, a seconda delle zone e delle epoche.
Quindi abbiamo puntato la lancetta del tempo a mezzo milione di anni fa (cioè 500mila anni fa), sperando di riuscire a scoprire chi erano i primissimi veronesi “residenti”. Abbiamo deciso di recarci vicino al corso dell’Adige e verso i limiti orientali dell’attuale territorio bussolenghese. Questo perché proprio qui c’era un guado sul fiume (come c'è oggigiorno), che si prestava come luogo facile di pesca. L’Adige non era più quel fiume incassato in un canyon che avevamo visto nel nostro precedente viaggio, cinque milioni di anni prima. Durante questo lunghissimo tempo (infinito per noi umani) la Pianura Padana era stata invasa dal mare per centinaia e centinaia di migliaia di anni (non qualche secolo!) e questo aveva portato all’accumulo di sedimenti sul fondale, a cui poi si erano aggiunti i detriti trasportati dai fiumi quando il mare si ritirò: gli antichi canyon vennero sepolti e si formò la Pianura Padana. Il clima si raffreddò notevolmente, e quindi il paesaggio che troviamo stavolta è una vera e propria foresta temperata, ma incolta, selvaggia.
Per non rischiare di fare incontri ravvicinati con lupi, cinghiali o, chissà, addirittura orsi preistorici, abbiamo portato una di quelle tende che si possono montare sui rami alti degli alberi, usate dai naturalisti per le loro osservazioni. Ci siamo così appollaiati in alto tra i rami, con una bella visuale su tutta l’ansa dell’Adige. Abbiamo vissuto per parecchi giorni proprio come degli avventurosi naturalisti, facendo di necessità virtù e scoprendo che la “foresta bussolenghese” di 500mila anni fa era ricca di vita: volpi, scoiattoli e una grande varietà di uccelli. Con il binocolo poi abbiamo potuto scorgere in lontananza, dove la foresta si diradava in spazi più aperti, grandi cervi dalle corna enormi.
Ma dopo più di una settimana vissuta così, appollaiati per aria anche di notte in attesa di scorgere ominidi, eravamo ormai stanchi e rassegnati ad andarcene, quando proprio all’ultimo giorno li abbiamo visti. È un gruppo di quattro individui nudi, che camminano lungo la riva opposta, provenendo proprio da est, dalle zone di Quinzano. Senz’altro devono essere della specie pre-sapiens chiamata Homo heidelbergensis , protagonista della cosiddetta antichissima "cultura acheuleana" . Visti da lontano non hanno affatto l’aspetto fisico di ominidi primitivi, anzi: questa specie ha il merito di aver compiuto un grande balzo avanti nell’utilizzo di strumenti più elaborati, e anche nell’acquisizione di uno stile di vita praticamente già in tutto simile a quello dei futuri Homo sapiens (la nostra specie), come hanno dimostrato alcune recenti e rivoluzionarie scoperte . I quattro cacciatori portano con sé delle rudimentali lance e una sorta di rozza ma voluminosa bisaccia fatta di pelle di qualche animale. Giunti al guado ci sembra che si scambino qualche indicazione, che non udiamo. Comunque pare che questi siano stati tra le prime specie di ominidi in grado di articolare un linguaggio vero e proprio, anche se molto semplice. Nel frattempo si sono immersi nell’acqua fino ai polpacci e hanno cominciato a pescare, conficcando le lance appuntite tra i flutti: in pochi minuti hanno già preso i primi pesci e in poco più di mezzora riempiono quella specie di bisaccia, escono
dall’acqua e si avviano sulla strada del ritorno. Non era una battuta di caccia grossa, evidentemente, ma una semplice pesca “di routine”. Ma a noi è bastato, per scoprire chi erano i primi abitanti delle nostre zone, mezzo milione di anni fa.
Va detto subito che la Pianura Padana, già più di un milione di anni fa, fu uno dei primissimi luoghi di immigrazione degli ominidi dall’Africa all’Europa, come testimoniano sempre nuove scoperte (per esempio il sito di San Lazzaro di Savena, verso Bologna, con resti risalenti appunto a oltre un milione di anni fa). Quindi è del tutto probabile che già in quelle epoche assai remote transitassero ominidi nelle nostre zone, dato che, come ormai è noto, ci troviamo in una posizione geografica di transito e oltretutto da sempre privilegiata per lo stanziamento umano, soprattutto qui, vicino alle colline prealpine, un luogo ottimale e di facile insediamento, preferito alla bassa e piatta pianura che in epoche lontane era meno ospitale e meno sicura, disseminata di foreste selvagge o di paludi, a seconda delle zone e delle epoche.
Quindi abbiamo puntato la lancetta del tempo a mezzo milione di anni fa (cioè 500mila anni fa), sperando di riuscire a scoprire chi erano i primissimi veronesi “residenti”. Abbiamo deciso di recarci vicino al corso dell’Adige e verso i limiti orientali dell’attuale territorio bussolenghese. Questo perché proprio qui c’era un guado sul fiume (come c'è oggigiorno), che si prestava come luogo facile di pesca. L’Adige non era più quel fiume incassato in un canyon che avevamo visto nel nostro precedente viaggio, cinque milioni di anni prima. Durante questo lunghissimo tempo (infinito per noi umani) la Pianura Padana era stata invasa dal mare per centinaia e centinaia di migliaia di anni (non qualche secolo!) e questo aveva portato all’accumulo di sedimenti sul fondale, a cui poi si erano aggiunti i detriti trasportati dai fiumi quando il mare si ritirò: gli antichi canyon vennero sepolti e si formò la Pianura Padana. Il clima si raffreddò notevolmente, e quindi il paesaggio che troviamo stavolta è una vera e propria foresta temperata, ma incolta, selvaggia.
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| Una foresta temperata selvaggia doveva probabilmente ricoprire il territorio collinare veronese mezzo milione di anni fa |
Per non rischiare di fare incontri ravvicinati con lupi, cinghiali o, chissà, addirittura orsi preistorici, abbiamo portato una di quelle tende che si possono montare sui rami alti degli alberi, usate dai naturalisti per le loro osservazioni. Ci siamo così appollaiati in alto tra i rami, con una bella visuale su tutta l’ansa dell’Adige. Abbiamo vissuto per parecchi giorni proprio come degli avventurosi naturalisti, facendo di necessità virtù e scoprendo che la “foresta bussolenghese” di 500mila anni fa era ricca di vita: volpi, scoiattoli e una grande varietà di uccelli. Con il binocolo poi abbiamo potuto scorgere in lontananza, dove la foresta si diradava in spazi più aperti, grandi cervi dalle corna enormi.
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| Homo heidelbergensis |
dall’acqua e si avviano sulla strada del ritorno. Non era una battuta di caccia grossa, evidentemente, ma una semplice pesca “di routine”. Ma a noi è bastato, per scoprire chi erano i primi abitanti delle nostre zone, mezzo milione di anni fa.
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